Al via domani la storica visita del ministro degli Esteri israeliano Lapid in Marocco

“Agenzia Nova” ne ha parlato con tre esperti del settore: Giuseppe Dentice, Umberto Profazio e Lorena Martini

israele

Dopo pochi giorni dall’avvio dei primi voli commerciali diretti tra Israele e Marocco, la storica visita del ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, a Rabat, prevista per domani e giovedì 12 agosto, avviene in un momento importante per i rapporti bilaterali tra i due Paesi e avrà notevoli ripercussioni su un contesto regionale in continua evoluzione. La prima visita di un ministro israeliano nel Regno nordafricano, dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Rabat e lo Stato ebraico avvenuta nel dicembre 2020, si inscrive in diverse cornici legate alle relazioni tra i due Paesi e alle alleanze a livello regionale. “Agenzia Nova” ne ha parlato con tre esperti del settore: Giuseppe Dentice, Head del desk Mena presso il Centro Studi internazionali (Cesi); Umberto Profazio, analista presso il Nato Defence College Foundation (Ndcf) e l’International Institute for Strategic Studies (Iiss); e Lorena Martini dello European Council on Foreign Relations (Ecfr).



“Sullo sfondo della visita di Lapid c’è la questione di respiro internazionale legata allo spyware Pegasus“, prodotto dalla società israeliana Nso per le forze di intelligence, e che il Marocco avrebbe usato per “spiare membri non solo del governo francese ma anche della stessa famiglia reale e del governo del Regno”, ha dichiarato Dentice, sottolineando come la visita del ministro israeliano sia, in questo senso, “riparatoria”. “È un elemento fondamentale del nuovo governo israeliano che vuole tracciare una linea di discontinuità con il precedente esecutivo, preferendo la diplomazia in senso stretto per affrontare le questioni più spinose”, ha proseguito Dentice, secondo il quale l’avvicinamento dello Stato ebraico al Regno marocchino sarebbe da leggere in chiave anti-iraniana all’interno delle alleanze e dei giochi regionali.

“Possiamo individuare due diversi fronti nella regione: il fronte della normalizzazione e quello rivoluzionario-revisionista”, come ha dichiarato ad “Agenzia Nova” Umberto Profazio, analista presso il Nato Defence College Foundation (Ndcf) e l’International Institute for Strategic Studies (Iiss). “Il primo fronte è composto da Emirati Arabi Uniti, monarchie del Golfo e Marocco, Paesi arabi considerati ‘moderati’ e caratterizzati da una progressiva normalizzazione dei rapporti con Israele”, ha proseguito Profazio, secondo il quale il fronte “revisionista”, composto da Turchia, Qatar e Iran sarebbe caratterizzato da iniziative che mirano a modificare lo status quo nella regione. “In questo quadro, il riavvicinamento tra Rabat e Tel Aviv segue la firma degli Accordi di Abramo tra Emirati e Israele” a cui poi si aggiunse anche il Bahrein, ha affermato Profazio, sottolineando il successivo avvio dei processi di normalizzazione dei rapporti di Israele con Sudan e Marocco.



“Il ripristino dei rapporti tra il Regno nordafricano e lo Stato ebraico deve essere inquadrato anche nel contesto del ruolo giocato dai Paesi del Golfo, i primi a spingere per l’inclusione del Marocco nel loro fronte regionale con una serie di mosse diplomatiche che hanno avuto ripercussioni sulla questione del Sahara occidentale”, ha proseguito Profazio, sottolineando l’importanza dell’apertura, lo scorso novembre 2020, del consolato degli Emirati a Laayoune, città del territorio conteso del Sahara occidentale e de facto controllato dal Marocco. “Questa decisione rappresenta un implicito riconoscimento, da parte degli Emirati, della sovranità marocchina sulla regione, spinta diplomatica a cui ha dato seguito l’amministrazione Trump”, ha affermato Profazio.

“A partire dal 2017, si sospetta che il Marocco abbia spinto per l’ingresso di Israele nell’Unione africana in qualità di osservatore”, ha dichiarato da parte sua Dentice, sottolineando i molteplici interessi dello Stato ebraico nel continente africano all’interno di una diplomazia che cerca di creare un contesto favorevole in chiave anti palestinese. “Le rotte marittime nel Mar Rosso e il conflitto israelo-palestinese sono solo alcuni degli aspetti che interessano Israele, coinvolta in una diplomazia multilaterale economica e commerciale dai risvolti strategici importanti”, ha proseguito Dentice, evidenziando anche l’impatto che la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi avrà nell’ambito della sicurezza e della cooperazione tecnologica. “Esempi di rapporti di questo tipo sono il caso Pegasus e l’utilizzo dei droni israeliani utilizzati dal Regno, anche recentemente, per colpire bersagli dei separatisti saharawi” del Fronte Polisario nel Sahara occidentale, ha dichiarato Dentice, sottolineando il rapporto di cooperazione tra i due Paesi in ambienti nazionali e transnazionali per spionaggio, sicurezza e difesa, a rappresentare un’ulteriore cornice in cui inserire il riavvicinamento del Marocco allo Stato ebraico dopo gli accordi di Abramo.

“Da sottolineare infine il rifiuto da parte del primo ministro marocchino, Saadeddine el Othmani, di incontrare il ministro Lapid, opponendosi al riavvicinamento dei due Paesi in vista dell’ideologia islamista e della questione palestinese”, ha affermato ancora Profazio. Secondo l’analista, il rifiuto del premier si inserisce nel gioco politico interno del Regno, dove il re Mohammed VI ha sempre cercato di indebolire le istanze islamiste, anche durante il governo dell’ex premier Abdelilah Benkirane, e soprattutto in vista delle prossime elezioni “dove la graduale apertura del sistema politico dopo il 2011 ha portato alla creazione di diverse formazioni di ideologia islamica”, ha concluso.

“Le frange islamiste e la società civile non ha mai accolto la normalizzazione dei rapporti con Israele in modo positivo”, ha dichiarato Lorena Martini di Ecfr. Secondo l’analista, vi è sempre stata una certa “frizione” tra il dialogo con lo Stato ebraico e il ruolo che il Marocco occupa nel supporto alla causa palestinese, la quale non è mai stata messa in dubbio da Mohammed VI, nonostante l’apertura verso Israele. “A rafforzare i rapporti tra Tel Aviv e Rabat sono anche le recenti affermazioni del presidente statunitense Joe Biden circa la sovranità marocchina sul Sahara occidentale”, ha dichiarato Martini, parlando di “rassicurazione” statunitense dopo il cambio di amministrazione. “I due Paesi hanno inoltre rapporti culturali e demografici molto importanti, in quanto circa 700 mila marocchini si trovano oggi in Israele e il Marocco ospita a sua volta la più grande comunità ebraica del Nord Africa composta da circa 3 mila persone”, ha proseguito Martini, evidenziando un rapporto storico tra i due Paesi.

Secondo l’analista, sulla base di queste radici si sarebbero costruiti importanti legami in ambito turistico, anche prima dell’arrivo in Marocco dei primi voli commerciali diretti il 25 luglio scorso. “La visita di Lapid potrebbe portare a delle vere e proprie missioni diplomatiche tra i due Paesi, al punto che il ministro israeliano ha invitato l’omologo marocchino, Nasser Bourita, a recarsi a Tel Aviv”, ha affermato Martini, la quale ha messo in luce possibili rapporti commerciali tra i due Paesi. “Secondo alcune analisi del ministero degli Affari esteri israeliano si potrebbe arrivare e 250 milioni di dollari annuali di esportazioni verso il Marocco, oltre che a una stretta cooperazione in ambito turistico”, prosegue l’analista. “Infine, un ambito possibilmente interessato dal dialogo tra i due Paesi, è quello delle energie rinnovabili, nel quale il Regno vuole porsi come importante hub soprattutto per l’energia solare ed eolica in Africa e come esportatore di energia verde verso l’Europa e, in futuro, anche verso Israele”, ha concluso Martini.

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