Americhe: domenica urne aperte per il futuro politico dei Paesi andini

Tre appuntamenti elettorali che aiuteranno a capire il futuro di una regione in piena trasformazione politica

domani

La totale mancanza di un favorito alle presidenziali del Perù, riflesso di una crisi politica che da mesi indebolisce le istituzioni, l’Ecuador a un passo dal possibile ritorno al neo-socialismo di Rafael Correa, il partito di Evo Morales in Bolivia messo alla prova dopo la “rivincita” sul governo filo-statunitense di Jeanine Anez. Sono le chiavi dei tre appuntamenti elettorali di domenica 11 aprile che aiuteranno a capire il futuro di una regione in piena trasformazione politica. Pur se considerati periferici rispetto alle grandi economie dell’America latina – Messico, Brasile, Argentina – i tre paesi “andini” sono pienamente immersi in una scena dominata dal recente cambio di amministrazione alla Casa Bianca, con la fine delle certezze strategiche di Donald Trump, e dalla corsa dei contagi del nuovo coronavirus, qui più allarmante che in altre parti del mondo. Voti sui quali incombe la polemica sulla corruzione nella politica e che misureranno anche il peso delle comunità indigene, tornate protagoniste della più recente cronaca regionale.



Presidenziali Perù, istituzioni erose e nessun candidato oltre il 10 per cento

In Perù, dove si celebra il primo turno delle elezioni presidenziali, i sondaggi faticano a individuare non già il vincitore ma anche i protagonisti del quasi certo ballottaggio. Il paese viene da mesi di sfiancanti polemiche politico-giudiziarie, abituato a vedere incriminati per corruzione – e spesso sottoposti a lunghe carcerazioni preventive – praticamente quasi tutti gli ex presidenti dal 2003: da Alejandro Toledo a Pedro Pablo Kuczynski, da Ollanta Humala a Martin Vizcarra, tutti finiti nel mirino della magistratura per inchieste a vario titolo collegate al “Lava Jato”, il corposo fascicolo locale dell’operazione che aveva smantellato una intera classe dirigente in Brasile (oggi peraltro pronta a rivalersi). Senza contare Alan Garcia, due volte presidente e morto suicida con la polizia giudiziaria alle porte di casa e senza dimenticare la straordinaria serie di vicende che a metà 2020 aveva “regalato” al paese ben tre presidenti nel giro di una settimana.

Il nuovo governo dovrà gestire il futuro di impegnative riforme proposte negli ultimi mesi proprio per ridare fiducia alle istituzioni come il limite di un mandato ai parlamentari o diverse regole per aprire processi nei loro confronti. Al momento però spiccano gli indecisi e i disillusi pronti a disertare le urne: secondo l’ultimo sondaggio pubblicato il 4 aprile da El Comercio-Ipsos l’unico candidato ad avere una percentuale di preferenze a due cifre con il 10 per cento è Yonhy Lescano, del partito di centro sinistra Azione Popolare (Acción Popular). Segue Veronika Mendoza del partito di sinistra Uniti per il Perù (Juntos por el Perú), con il 9 per cento. A pari merito si afferma Hernando de Soto, del partito di centro destra Avanza País, seguito dalla leader di Forza popolare (Fp) Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto (8 per cento) e sempre all’8 per cento dall’ex giocatore di football George Forsyth del partito conservatore Victoria Nacional, nato nel 2020 dal partito Restauracion nacional, fondato dall’ex pastore evangelico Humberto Lay.



Presidenziali Ecuador: l’erede di Correa avanti al ballottaggio, ma pesa il voto “indigeno”

In Ecuador, il neo-socialista Andres Arauz e il banchiere conservatore Guillermo Lasso si giocano al ballottaggio il posto che sta per essere lasciato da Lenin Moreno. Al primo turno del 7 febbraio Arauz, delfino dell’ex presidente Correa, aveva ottenuto il 32,7 per cento dei voti, in netto vantaggio sul 19,74 per cento di Lasso, giunto al terzo assalto alla presidenza. Uno scarto sul quale Arauz, pronto a riportare a Palazzo di Carondolet le generose politiche sociali segno distintivo della sua famiglia politica, non può però fare totale affidamento. I sondaggi hanno via via assottigliato il vantaggio, fino a ridurlo all’1 per cento pronosticato, pur nello scetticismo di diversi media, da “Market Vaticina” a inizio mese. In teoria nulla vieta dunque che Lasso, ex banchiere, possa portare a termine un programma basato innanzitutto su rilancio dell’occupazione, incentivi agli invetsimenti privati e pmi dell’agroalimentare.

L’ago della bilancia sembrano essere i movimenti indigeni, protagonisti delle rivolte che nell’autunno del 2019 avevano messo in allarme il governo Moreno, accusato di aver tradito il suo ex sodale – Correa – e gli ideali del “socialismo del XX secolo”. Al primo turno, la galassia delle organizzazioni di base aveva deciso di appoggiare l’ecologista Yaku Perez, giunto terzo per un pugno di voti. Denunciando frodi agli scrutini, Perez aveva spinto la comunità indigena a non spendere nessuno dei quasi 1,8 milioni di voti raccolti a febbraio a favore dei due contendenti, entrambi considerati figli di un sistema conservatore. Ma la battaglia si preannuncia aperta: uno dei nomi più in vista della galassia, Jaime Vargas, ha annunciato il voto per Arauz ed è stato espulso e la stessa Virna Cedeno, candidata vice di Perez, ha rotto gli indugi e appoggerà Lasso.

Amministrative Bolivia: il partito di Morales alla prova dopo la “rivincita” sul governo filo-statunitense di Jeanine Anez

La Bolivia si trova invece a misurare la tenuta dell’operazione che ha portato Luis Arce, già solido ministro delle Finanze di Morales, alla guida del paese. La vittoria alle presidenziali di fine 2020 chiudeva la tormentata pagina aperta con una denuncia di frode alle elezioni di un anno prima, costate il posto e la permanenza in patria del leader “cocalero”. Il ritorno del Movimento per il socialismo (Mas) al potere è parso rimettere all’angolo l’esperimento filo-statunitense di Jeanine Anez e del suo governo “ad interim”, oggi praticamente tutto agli arresti per responsabilità nelle violenze seguite al presunto “colpo di stato”. Ma le elezioni amministrative, di cui domenica si celebra il secondo turno, hanno già mostrato alcune crepe. Dopo il primo turno del 7 marzo, cinque delle nove regioni in cui si divide il paese hanno già un governatore, ma solo tre sono andate al Mas, abituato a ben altre cifre. Il partito di Morales ha ottenuto sì 240 comuni, ma praticamente nessuno di quelli considerati di primo piano.

Ma la curiosità principale della tornata è che negli “spareggi” di domenica il Mas dovrà fare soprattutto i conti con la sua ombra. Nelle tre delle quattro province in cui andrà al ballottaggio il partito si dovrà misurare con candidati un tempo appartenenti alle sue fila. La popolarità di Morales, come testimoniato dall’oceanica accoglienza ricevuta con la fine dell’esilio, a novembre del 2020, è ancora alta, ma la base – compresa quella indigena – chiede nuova linfa. Emblematico è in questo senso il caso di Eva Copa, già presidente del Senato, che ha guadagnato con numeri schiaccianti la guida di El Alto, l’importante e popoloso municipio adiacente la capitale politica La Paz. All’indomani della crisi di fine 2019, Copa aveva facilitato il processo di transizione assicurando il supporto della Camera alta all’insediamento di Anez prima e alla convocazione delle presidenziali poi. Tanto i vertici del Mas quanto la giovane parlamentare non si sono risparmiati accuse pesanti, da quelle di tradimento degli ideali per piegarsi alla volontà degli Usa, alla incapacità di sintonizzarsi con i veri problemi della popolazione.

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