Analista Di Liddo: “La morte di Deby rischia di portare instabilità nel Ciad”

Idriss Deby Itno rappresenta l’ultimo tassello di una serie di “uomini forti” africani caduti negli ultimi dieci anni

La morte del presidente del Ciad, Idriss Deby Itno, rappresenta l’ultimo tassello di una serie di “uomini forti” africani caduti negli ultimi dieci anni – a cominciare da Muhammar Gheddafi in Libia – e la sua uccisione potrebbe costituire una “iniezione di fiducia” per i ribelli e portare instabilità in un Paese che resta, tuttavia, saldamente ancorato all’orbita francese. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” l’analista e responsabile del desk Africa e Russia e Balcani del Centro studi internazionali (Cesi), Marco Di Liddo. “È possibile che la morte di Deby porti una iniezione di fiducia che cambia gli obiettivi e porti un po’ di instabilità. In quel caso c’è il rischio che qualcuno si inserisca, ad esempio i Paesi del Golfo ma soprattutto la Russia e la Cina, vista anche la partita della Libia e la penetrazione della presenza russa in Africa”, ha detto Di Liddo, secondo il quale tuttavia è assai probabile che la Francia cada ancora una volta “in piedi” come già accaduto in Mali, dove al rovesciamento del presidente Ibrahim Boubacar Keita è seguita una transizione “morbida” guidata da interlocutori fidati di Parigi.



Prima di Deby, ha ricordato Di Liddo, sono caduti uno dopo l’altro Gheddafi in Libia (nel 2011), Amadou Toumani Touré in Mali (nel 2012), Blaise Compaorè in Burkina Faso (nel 2014) e Ibrahim Boubacar Keita di nuovo in Mali (nel 2020). Inoltre, per evitare di subire la stessa sorte, il presidente nigerino Mahamadou Issoufou si è fatto da parte e ha lasciato il passo al suo successore Mohamed Bazoum, “un uomo di apparato”. Diverso, invece, il discorso della Costa d’Avorio “dove il presidente Alassane Ouattara ha preso sì una deriva autoritaria, però il Paese non ha interesse affinché succeda una cosa del genere poiché ha un’economia in crescita e le basi potenziali sono migliori (i giacimenti offshore, il cacao) e inoltre l’esercito non è unitario (avendo a che fare con il problema del reintegro delle milizie nelle forze armate). Secondo Di Liddo, vanno poi analizzate le modalità con cui è effettivamente avvenuta l’uccisione di Deby. “È possibile che i militari se lo siano venduto e per annacquare i sospetti abbiano nominato suo figlio a capo della giunta per dare una parvenza di continuità. Il Ciad uno dei Paesi più chiusi al mondo ed è veramente difficile capire cosa vi accade. Poi c’è anche il discorso dei clan e dei rapporti familistici ed etnici (Deby era appartenente all’etnia minoritaria zaghawas)”, ha detto.

Per capire cosa accadrà nell’immediato futuro, secondo Di Liddo, occorre osservare come si evolverà l’offensiva ribelle in atto nel nord, di cui è caduto vittima lo stesso Deby. “I ribelli del Fact (Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad, la coalizione che ha lanciato l’offensiva in concomitanza con la rielezione di Deby per un sesto mandato) vengono da due tribù del nord e hanno basi logistiche in Libia: sono un gruppo di ribelli formati un po’ dalle opposizioni politiche strutturate e radicali e un po’ da ufficiali dell’esercito che nel 2016 disertarono contro Deby andando a svernare nel deserto libico dove, con l’aiuto dei tuareg del Fezzan – nemici giurati del Ciad, in memoria delle guerre del passato – hanno trovato ospitalità e sostegno logistico. Ora, sfruttando le elezioni – e in seguito agli effetti sull’economia scatenati dalla pandemia, dalla carestia e dai cambiamenti climatici – hanno fatto partire un’offensiva ottenendo supporto man mano che avanzavano, anche da parte di alcune truppe disertrici”, ha osservato Di Liddo, ricordando che in Ciad c’è una società “fortemente controllata e militarizzata” e che pertanto una vera transizione è “estremamente difficile”.



Quel che è certo, ha affermato l’analista a “Nova”, è che ora si deve capire cosa succederà con l’offensiva ribelle poiché la morte di Deby può avere un effetto destabilizzante. “Essendo i ribelli per lo più ex militari, è probabile che ci sia una lotta interna fra due lati della stessa medaglia: anche se i ribelli vinceranno, non vincerà un fronte rivoluzionario. Si tratta di una lotta puramente interna in cui le ingerenze esterne al momento sono limitate”, ha dichiarato Di Liddo, secondo il quale tuttavia è possibile che la morte di Deby porti un’iniezione di fiducia in grado di cambiare gli obiettivi e portare instabilità. In quel caso c’è il rischio che qualcuno si inserisca. “La Russia ha risorse limitate e le sta investendo soprattutto in Sudan (dove dispone di una base navale) e in Repubblica Centrafricana. Non so se possa rischiare un ‘overstretch’, ma non è neppure da escludere a priori perché con la sua politica estera del contropiede sta ottenendo grandi risultati e se lasci un varco ci si infila”, ha detto l’analista del Cesi. Per quanto riguarda la Cina, invece, “il Ciad non dispone di risorse in quantità tali da attirare un’attenzione di tipo immediato. La partita delle materie prime si sta combattendo con più vigore in altri Paesi – come, ad esempio, il Congo – mentre quella delle infrastrutture strategiche legate all’iniziativa Nuova via della seta si gioca soprattutto nel Corno d’Africa”, ha aggiunto.

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