Balcani, Luciolli: “Con le proposte del non paper si rischia l’effetto domino”

"Il 'non paper' esiste, ci sono premier che lo hanno visto, come l'albanese Edi Rama" ha detto ad Agenzia Nova

Luciolli

Le proposte contenute nel “non paper” su possibili modifiche dei confini nei Balcani occidentali non portano stabilità e potrebbero provocare “un effetto domino” anche al di fuori della regione. E’ questa l’opinione di Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato atlantico italiano, organismo che da oltre 60 anni svolge attività di ricerca, formazione ed informazione sui temi di politica estera, sicurezza ed economia internazionale relativi all’Alleanza atlantica, con particolare riferimento al ruolo dell’Italia nella Nato. “Il ‘non paper’ esiste, questo lo possiamo dire, perché ci sono premier che lo hanno visto, come ha ammesso l’albanese Edi Rama pochi giorni fa. E da parte albanese è stato manifestato un certo ‘interesse’ per i contenuti del documento”, ha commentato Luciolli in un’intervista concessa ad “Agenzia Nova“. Luciolli avvia la riflessione con alcune considerazioni. “La prima è che si tratta di un documento propositivo non ufficiale, che quindi non ha intestazione, non ha firma, che è circolato in canali formalmente non ufficiali in maniera non opportuna, avallata se non fatta circolare da un Paese che sta per assumere la presidenza dell’Unione europea, ovvero dalla Slovenia. Non è detto che sia stato scritto in Slovenia, c’è chi afferma che ci sia anche una mano ungherese nella redazione. Questo direi che ci deve dare il livello di attenzione che non deve andare al di là di quello che è un ‘non paper'”, ha osservato Luciolli a proposito del documento informale pubblicato in alcune parti nei giorni scorsi dal sito sloveno “Necenzurirano” e la cui esistenza era stata resa nota ancora prima dal sito bosniaco “Politicki”.



Il documento vuole porre all’attenzione del Consiglio europeo presieduto da Charles Michel alcune proposte che prevedono fra le altre cose una “disgregazione” della Bosnia Erzegovina con cessioni di parti di territorio a Serbia e Croazia e una unificazione di Kosovo e Albania. “Questi discorsi ci portano indietro agli anni ’90 e ci riportano al fallimento di una certa ‘policy’ in quella regione. Intendo un fallimento che va al di là della stessa Bosnia, che pure è uno Stato che non si è mai potuto costruire, con troppi livelli di potere che hanno impedito un regolare funzionamento con tutto ciò che ne consegue, a cominciare dalla dipendenza dagli aiuti internazionali da cui discende un livello di corruzione particolarmente alto. Non è certo ‘un modello’ e chi si dovrebbe occupare di questi aspetti è soprattutto l’Unione europea, la quale è invece assente e non mostra di avere la forza di affrontare temi geopolitici di questo genere”, ha osservato Luciolli. Un’altra considerazione da fare, secondo Luciolli, è sul rischio di un ‘effetto domino’ non solo nella regione. “Molti fanno riferimento oggi al Donbass, alla Crimea e a quello che potrebbe essere un referendum come quello voluto lì da Putin. Io però penso anche alle ricadute che ci potrebbero essere nella nostra Europa più vicina, e in questo caso penso a Paesi come la Spagna o al Regno Unito. Insomma, ognuno avrà i propri problemi se cominciamo a dividere tutto secondo linee etniche. Tutto questo va contro anche al principio fondante dell’Unione europea che propugna una convivenza multietnica e pluriconfessionale. Non mi pare che un orientamento del genere vada verso una prospettiva di maggiore stabilità”, ha dichiarato il presidente del Comitato atlantico italiano.

Riguardo all’Accordo di pace di Dayton, che sancì la fine della guerra in Bosnia nel 1995 e cristallizzò la composizione territoriale ed etnica del Paese emersa dal conflitto, Luciolli non ritiene che si possa parlare di “un fallimento”. “Siamo noi che abbiamo fallito. Se uno va a leggere bene, l’Accordo di Dayton era temporaneo. Dovrebbe piuttosto porre dei quesiti il fatto che questo accordo temporaneo dopo oltre 25 anni sia ancora lì e non si sia riusciti ad andare oltre. Ma non è facendo adesso una proposta come quella del ‘non paper’ che possiamo dare maggiore stabilità o favorire l’integrazione”, ha osservato Luciolli. A questo proposito il presidente del Comitato atlantico italiano cita un altro esempio, quello del Kosovo. “Lo abbiamo separato (dalla Serbia), ma non mi sembra che sia diventato un’entità statale così stabile ed economicamente autonoma, indipendente e in grado di acquisire quegli standard che possono portare già domani a un’integrazione nell’Unione europea. Queste separazioni, se non sono frutto di accordi bilaterali come nel caso della Repubblica Ceca e della Slovacchia ma sono frutto di decisioni di èlite politiche, rischiano sostanzialmente di consolidare quello che forse Dayton aveva fermato. Occorrerebbe insomma un processo completamente diverso”, ha precisato Luciolli.



Le soluzioni proposte dal “non paper”, secondo il presidente del Comitato atlantico italiano, potrebbero dunque portare non tanto ad una soluzione dei problemi quanto ad una loro moltiplicazione. “Avremmo altri problemi in Montenegro, in Nord Macedonia, probabilmente avremmo anche problemi che coinvolgerebbero bulgari, greci e molti altri. In tutto questo credo che occorra piuttosto agire per risolvere una profonda crisi di carattere economico che va avanti ormai dal 2008. Adesso si è assommata questa crisi (portata dalla pandemia) e se poi ci mettiamo sopra anche gli effetti destabilizzanti nella regione di grossi Paesi tipo Russia, Turchia e Cina, allora tutti questi fattori, nell’assenza di una visione sui Balcani occidentali da parte dell’Unione europea, indubbiamente non portano stabilità”, ha concluso Luciolli.

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