Cina: da Roma l’appello per una strategia atlantica contro la penetrazione di Pechino

È l’appello che giunge dalla tavola rotonda “Countering China’s influence in Europe and Italy”

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L’Italia deve riconsiderare gli accordi firmati nel 2019 per la Nuova via della seta e, assieme ai partner dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea, dotarsi di una nuova strategia condivisa per contrastare la penetrazione della Cina nel proprio tessuto economico, nelle proprie infrastrutture chiave, nel proprio sistema mediatico: una minaccia che oggi più che mai mette in discussione “i valori stessi su cui si basano le nostre democrazie”. È l’appello che giunge dalla tavola rotonda “Countering China’s influence in Europe and Italy”, un’intensa due giorni di lavori organizzata a Roma su iniziativa del senatore Adolfo Urso in cooperazione con Fondazione Farefuturo, International republican institute e Comitato atlantico italiano. In apertura l’intervento di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e presidente dei Conservatori e riformisti europei, che ha invitato il presidente del Consiglio Mario Draghi a rimettere in discussione gli accordi del 2019. Il capo del governo, chiarisce Meloni, ha chiarito sin dal suo intervento sulla fiducia che la nostra politica estera deve essere “europeista e atlantista”. “Però servono atti conseguenti, anche su quegli accordi, e una politica condivisa per contrastare la propaganda cinese in Italia”.



Un appello condiviso anche da Urso, che nel suo intervento a conclusione dell’evento ricorda come la Cina sia cambiata dal tempo in cui egli stesso, nel 2001, assisteva a Doha alla firma dell’intesa per l’adesione di Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). “La Cina di allora non è la Cina di oggi. All’epoca non aveva una visione egemonica. La sua postura è cambiata con l’ascesa del presidente Xi Jinping”, divenuto di fatto “un imperatore” con l’eliminazione del limite dei due mandati, e il cui pensiero è inscritto nella Costituzione al pari di quello di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Oggi, riflette Urso, la Cina vuole diventare “non una potenza globale, ma la superpotenza globale”. La minaccia di Pechino è “estremamente concreta e importante”, dice ad “Agenzia Nova” il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan a margine dei lavori. “Quello cinese è un totalitarismo non paragonabile ai quelli, pur efferati, del secolo scorso, perché dispone di una tecnologia che all’epoca non esisteva neanche lontanamente. Di conseguenza il controllo sui singoli cittadini e sui loro movimenti è altissimo” e “occorrerebbe averne coscienza”.

Nusrat Ghani è una parlamentare conservatrice britannica che dallo scorso anno è oggetto di sanzioni da parte del Partito comunista cinese per aver denunciato i crimini in corso nello Xinjiang, dove i musulmani uiguri “vengono usati come schiavi per fornire manodopera alle imprese”. Anche lei è presente a Roma per la conferenza. “Hanno dapprima cercato di mettermi a tacere, di intimidirmi sui social media. Poi hanno deciso di comportarsi come bulli e di sanzionarmi”, racconta a “Nova”. Tuttavia, sottolinea, “il Partito comunista cinese non capisce come funzionano le democrazie e le sanzioni non hanno fatto che intensificare la mia attenzione e quella del resto del mondo sullo Xinjiang”. Sempre dal parlamento britannico arriva la testimonianza di Iain Duncan Smith, che traccia una differenza tra la Cina di oggi e l’Unione sovietica di ieri. Quest’ultima, osserva, non portava lo stesso tipo di minaccia sul piano economico. “La Cina invece si sta strategicamente infiltrando nel mercato e lo sta distorcendo. Per esempio, il settore infrastrutturale delle telecomunicazioni è collassato e dominato dalle aziende cinesi”. Queste ultime consentono al Partito comunista di “raccogliere informazioni”, e questo rappresenta “una minaccia all’esistenza stessa del concetto di mondo libero, oltre che alla democrazia, al governo basato sullo stato di diritto e sui diritti umani”.



L’impressione della deputata repubblicana francese Constance Le Grip, tuttavia, è che la percezione della Cina in Occidente stia cambiando, in particolare dopo la pandemia di Covid-19. “La questione dell’influenza cinese sta guadagnando sempre più spazio nel dibattito pubblico e politico francese”, ma “per creare una strategia comune europea il primo passo deve essere quello di condividere le nostre informazioni e le nostre capacità per migliorare la consapevolezza sul ruolo della Cina. Questo – afferma ancora ad “Agenzia Nova” – va fatto in cooperazione con nostri partner come Stati Uniti e Canada, ma anche con tutti gli altri Paesi, specialmente le democrazie asiatiche come India, Giappone e Singapore”. Dean Cheng, esperto di Cina dell’Heritage Foundation, osserva invece come la Cina sia una potenza perfettamente calata “nell’età dell’informazione”. “In quella industriale, il potere veniva conferito dalla capacità di produrre cose. Nell’età odierna, il potere significa accedere, raccogliere, muovere, analizzare e sfruttare informazioni. La Cina ne è perfettamente consapevole”.

I lavori di questi due giorni, molti dei quali a porte chiuse, hanno visto interventi anche dei deputati Enrico Borghi ed Elio Vito, del parlamentare britannico Timothy Loughton, dei polacchi Pawel Kowal e Pawel Zalweski, del rappresentante di Taiwan in Italia Andrea Lee, oltre che di un nutrito gruppo di esperti e di ricercatori di think tank europei e statunitensi. “Non è sufficientemente chiaro che la Cina oggi si presenta sulla platea globale come Stato-civiltà, oltre che come Stato-nazione, e pone il suo modello di fronte a quello democratico che considera sconfitto”, osserva uno dei partecipanti, secondo cui Pechino “guarda oggi a noi come gli Stati Uniti guardavano al Regno Unito dopo la Seconda guerra mondiale”. “Il mix tra comunismo, nazionalismo e confucianesimo sulla base del quale il presidente Xi Jinping ha modificato la Costituzione ambisce a porsi come modello di riferimento del 21mo secolo. Dobbiamo trarne le conseguenze. Quella che stiamo vivendo è l’epoca del ‘capitalismo politico’, nel quale strutture formalmente private sono sui mercati ma sono in realtà strumento di controllo e di regia degli Stati con finalità strategiche. Questo pone l’esigenza di comprendere che in alcuni settori strategici la penetrazione di questo tipo di società risponde a logiche di dominio, controllo, condizionamento, neo-colonizzazione”.

Gli esempi sono numerosi. A partire dall’Italia, dove compagnie di Stato cinesi hanno condotto negli ultimi anni operazioni di acquisizione nel delicato settore delle reti di distribuzione di energia elettrica e gas o nella gestione di porti (è il caso del porto di Vado Ligure) e sono entrate in infrastrutture chiave come le reti informatiche di quarta e quinta generazione con i colossi delle telecomunicazioni Huawei e Zte. Ancor più esplicativo è tuttavia il caso dei Balcani, con la Cina che attraverso una controllata della Cosco nel 2010 ha preso in gestione il porto del Pireo e che oggi finanzia l’autostrada Budapest-Belgrado, garantendosi una rotta per la distribuzione delle proprie merci verso l’Europa centrale e rafforzando la propria influenza nella regione. Vi è poi il caso del Montenegro, dove la Cina “controlla praticamente tutto, dalle infrastrutture autostradali ed energetiche a quelle logistico-portuali”. Tutto questo è stato possibile, osserva un parlamentare che ha preso parte alla discussione, perché l’Unione europea non ha offerto un’alternativa. Per questo, hanno sostenuto molti degli interventi, appare più necessario che mai una condivisione degli sforzi per contrastare una logica che “non è di pianificazione commerciale, ma di dominio”. Particolarmente articolato è il sistema messo in atto dalla Repubblica popolare per sottrarre tecnologia all’Occidente. “Il trasferimento tecnologico non avviene solo con lo spionaggio – sottolinea un esperto alla tavola rotonda – ma anche dalla capacità cinese di conoscere il territorio, di condurre acquisizioni, di formare joint-venture nelle quali la quota cinese è quasi sempre di maggioranza”.

La stessa fonte evidenzia l’importante ruolo svolto dagli addetti diplomatici che si occupano specificamente di scienze e tecnologia e che sono collegati ad aziende pubbliche in Cina: “I diplomatici identificano imprese e start-up nei Paesi in cui sono accreditati e, nel caso, consigliano alle controparti cinesi di acquisirle. È indubbiamente un modello di successo”. “Con la Cina non si può trattare da soli. Le sue aziende hanno dietro uno Stato intero, nel quale non ci sono i nostri anticorpi democratici in termini di rappresentanza sindacale, vigilanza della stampa, standard ambientali. Occorre che l’importanza dell’interesse e della sicurezza nazionale venga compresa ovunque. E occorre che a trattare siano Europa e Stati Uniti insieme”, ha osservato un altro dei parlamentari che hanno preso parte alla tavola rotonda. Solo oggi, ha commentato un altro partecipante, l’Europa si sta “risvegliando da quella fase di austerity che ne ha contratto capacità di investimento e relazioni”. È tuttavia necessario, concordano buona parte delle personalità intervenute, che l’Occidente realizzi quanto sia alta la posta in palio, e per farlo deve proteggere innanzitutto la propria libertà di stampa dalle campagne di disinformazione e di influenza cui Pechino fa sempre più ricorso per indirizzare il dibattito pubblico. “Se l’Occidente non è consapevole – avverte un parlamentare durante la tavola rotonda – non ci sarà mai partita con un regime che ha tutti i mezzi per fare ciò che vuole”.

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