Cina: l’hotel Marriott di Praga rifiuta di ospitare il Congresso mondiale uiguro

A riferirlo è il portale d'informazione statunitense "Axios"

Hotel Marriott Praga

L’hotel Marriott di Praga ha rifiutato di ospitare il Congresso mondiale uiguro, citando ragioni di “neutralità politica”. A riferirlo è il portale d’informazione statunitense “Axios”, che considera la decisione una prova dell’accresciuta influenza del Partito comunista cinese oltre i confini nazionali. L’organizzazione di attivisti e leader in esilio dallo Xinjiang aveva scelto l’albergo di Praga come sede per eleggere il proprio comitato amministrativo dal 12 al 14 novembre scorso, inviando un proprio rappresentante per stipulare un preventivo. Dopo aver specificato le ragioni della richiesta, prosegue Axios, un manager dell’hotel avrebbe contattato l’organizzazione via mail, dichiarando l’indisponibilità della struttura a ospitare la riunione. Invitata a esprimersi sull’incidente, la vicepresidente dell’ufficio di comunicazione della multinazionale Marriott, Melissa Froehlich Flood, ha tuttavia preso le distanze dalla decisione dei dirigenti cechi, dichiarando ad “Axios” che avrebbe contattato i rappresentanti uiguri per scusarsi e precisando che la scelta di Praga “non è coerente con le politiche aziendali”.



Nel corso degli anni, l’organizzazione uigura ha lavorato con il dichiarato obiettivo di portare all’attenzione internazionale la questione umanitaria nello Xinjiang, teatro di presunti abusi perpetrati dalle autorità cinesi ai danni della minoranza etnica musulmana. Accuse cui la Cina ha sempre risposto screditando il Congresso, definito ripetutamente “un’organizzazione terroristica”. La catena statunitense Marriott, che amministra hotel e residence in tutto il mondo, ha avuto in passato problemi con la Cina. Nel 2018, le autorità della Repubblica popolare avevano oscurato il sito web della società dopo che questa aveva classificato Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao come “Paesi” invece che “regioni”. Il Marriott aveva reagito profondendosi in pubbliche scuse e, tempo dopo, aveva licenziato un dipendente che si era servito dell’account Twitter dell’azienda per diffondere messaggi pro-Tibet.

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