Cittadino francese accusato di spionaggio e minaccia alla sicurezza della Repubblica Centrafricana

Lo ha annunciato oggi il procuratore generale presso la Corte d'appello di Bangui, Eric Didier Tambo

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Le autorità della Repubblica Centrafricana hanno accusato di spionaggio, cospirazione e minaccia alla sicurezza dello Stato un cittadino francese arrestato un mese fa dopo essere stato trovato in possesso di armi da guerra. Lo ha annunciato oggi il procuratore generale presso la Corte d’appello di Bangui, Eric Didier Tambo, citato dai media francesi. Juan Remy Quignolot, arrestato il 10 maggio scorso nella capitale centrafricana, è stato posto sotto mandato di cattura in custodia cautelare e l’inchiesta è stata affidata a un giudice istruttore. “Le accuse sono di spionaggio, possesso illegale di armi da guerra e da caccia, associazione a delinquere ed attacco alla sicurezza interna dello Stato”, ha aggiunto il procuratore, senza però precisare per quali Paesi o organizzazioni l’uomo sia accusato di spionaggio. Le foto del suo arresto, pubblicate sulle piattaforme di social network, mostrano Quignolot con le mani legate dietro la schiena. Due giorni dopo il suo arresto le autorità francesi avevano denunciato il caso come una “manifesta strumentalizzazione (…) attraverso reti di disinformazione legate alla promozione di interessi ben identificati che sono soliti prendere di mira la presenza e l’azione della Francia nella Repubblica Centrafricana”.



La notizia giunge poche ore dopo che il ministero della Difesa francese ha annunciato la sospensione degli aiuti e della cooperazione militare con la Repubblica Centrafricana, accusando il governo di Bangui di non essere in grado di porre fine alla campagna di disinformazione contro le autorità francesi. “Un certo numero di impegni presi dalle autorità centrafricane nei confronti della Francia non è stato mantenuto”, ha spiegato il ministero in una nota, sottolineando che Parigi ha soppresso un finanziamento da 10 milioni di euro. In Repubblica Centrafricana la Francia conta attualmente circa 300 militari. Di questi alcuni fanno parte di una missione di addestramento dell’Unione europea e di una missione dell’Onu. L’annuncio è giunto a sua volta pochi giorni dopo quello relativo alla sospensione a tempo indeterminato della cooperazione militare francese con il Mali, teatro lo scorso 25 maggio di un nuovo colpo di Stato – il secondo nell’ultimo anno – per mano di militari considerati vicini alla Russia. L’influenza di Mosca è forte anche in Repubblica Centrafricana, dove sono presenti centinaia di militari russi: il mese scorso il governo di Bangui ha inviato una notifica al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui specifica la sua intenzione di mettere a disposizione delle Forze di difesa e di sicurezza (Faca) centrafricano 600 istruttori russi aggiuntivi – 200 tra le file Forze armate centrafricane, 200 della gendarmeria nazionale e altri 200 della polizia – che vanno ad aggiungersi ai 535 già ufficialmente presenti sul territorio centrafricano, sebbene diverse fonti di sicurezza affermino che il numero di istruttori russi presenti a Bangui sia in realtà molto più alto (tra le 800 e le duemila unità).

La presenza russa nel Sahel e in Repubblica Centrafricana è forte da anni ed è testimoniata dalla firma di una serie di accordi di cooperazione militare e sugli armamenti. In teoria, gli obiettivi russi e francesi in questa parte dell’Africa sono simili: entrambi i Paesi dichiarano infatti il loro sostegno alle autorità locali, alla lotta al terrorismo e alla cooperazione allo sviluppo, tuttavia l’offerta russa potrebbe essere un’alternativa maggiormente allettante per i governi africani poiché Mosca è più focalizzata sulla stabilità e sull’unità del potere che sulla riconciliazione interetnica, mentre l’approccio francese incoraggia la democratizzazione, le elezioni regolari e il consenso. Inoltre la Francia, a differenza della Russia, è vista spesso come una potenza oppressiva soprattutto dalle popolazioni del Mali (come si è visto con le proteste della scorsa settimana a Bamako), del Burkina Faso e della Repubblica Centrafricana, per via della memoria collettiva sul passato coloniale francese. A ciò va aggiunto che le truppe francesi nel Sahel sono spesso accusate dai locali di inefficacia e di favorire le forze irredentiste, come nel caso dei tuareg nel nord del Mali. La penetrazione russa nel Sahel preoccupa non poco Parigi. È per questo motivo che nel 2019 il presidente Macron ha avviato un dialogo franco-russo volto a migliorare le relazioni bilaterali, nonché le relazioni Ue-Russia, nel tentativo di contrastare il crescente impegno russo in Africa.



Il governo francese non ha tuttavia ancora preparato una strategia coerente nei confronti della sfida russa, preferendo per il momento temporeggiare. Al vertice Francia-G5 di Pau del gennaio 2020 Macron si è limitato a lanciare un avvertimento sull’intervento dei “Paesi terzi” in Africa tramite mercenari ma, secondo diversi esperti, quelle parole – insieme alla decisione di inviare altri 600 militari francesi nel Sahel – vanno considerate un segnale rivolto alla Russia. Secondo alcuni osservatori, inoltre, la moderazione francese potrebbe derivare dalla speranza di una sorta di auto-sconfitta russa in Africa, causata dall’eccessivo impegno nelle azioni militari e dall’ingerenza nella vita politica degli Stati africani. Ciò che appare chiaro è che Mosca ha intensificato il suo impegno in Africa a causa delle sanzioni occidentali e che pertanto le azioni russe in Africa sono in linea con la tattica generale del Paese di penetrare in quei luoghi del vicinato europeo dove la presenza europea diminuisce. Alla luce di quanto scritto, la contrapposizione tra Francia e Russia sembra essere la chiave di lettura principale con cui leggere le dinamiche del Sahel – che interessano da vicino anche l’Italia – e gli avvenimenti ad esse legate.

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