Come cambia la geografia jihadista nella regione del Sahel

È un’orbita composita e sempre più infiltrata dallo Stato islamico quella dei movimenti jihadisti

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È un’orbita composita e sempre più infiltrata dallo Stato islamico quella dei movimenti jihadisti che negli ultimi anni hanno concentrato la loro azione nella regione africana del Sahel, e che ora si stanno spingendo verso l’ovest del continente nel tentativo di infiltrarsi in Paesi ben forniti di armi – come il Benin e il Ghana – e di espandere la loro influenza fino alle coste del Golfo di Guinea. Si tratta di un’avanzata non omogenea ma imponente che, come spiegato ad “Agenzia Nova” dal direttore per l’area Medio Oriente e Nord Africa dell’Istituto per l’economia e la pace (Iep), Serge Stroobants, è portata avanti da gruppi terroristici distinti e soggetti a sanguinose rivalità interne che competono su porzioni comuni di territorio senza tuttavia riuscire a stabilire una governance territoriale coerente. “Nessun leader carismatico è emerso per imporre l’unità ai vari gruppi jihadisti ora attivi dal bacino del lago Ciad al Sahel occidentale”, osserva Stroobants, per il quale – sebbene l’obiettivo comune dei vari attori sia di stabilire politiche basate sulla sharia e sulla distruzione dei confini degli Stati postcoloniali – è “più probabile identificare regimi decentralizzati di signori della guerra guidati da opportunisti di filiera islamista o comunque criminale” che leggere dietro alle molteplici azioni terroristiche un progetto jihadista unitario.

Più che di strategia jihadista, come spiega un altro analista contattato da “Nova”, sembra quindi più appropriato declinare al plurale l’azione dei molteplici autori del terrorismo sub-sahariano, sebbene l’infiltrazione e la competizione in alcune aree dei gruppi affiliati allo Stato islamico – in particolare lo Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs) e lo Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap) – offra elementi di spunto comuni. È il caso dell’area nota come “zona dei tre confini” – fra Mali, Burkina Faso e Niger – dove negli ultimi anni stanno convergendo le principali direttrici del jihadismo, quella che nasce dal Mali e che attraversa il Burkina Faso, l’altra proveniente dal lago Ciad. Lo spostamento del baricentro dello Stato islamico in Africa sub-sahariana è confermato anche dall’ultima edizione del Global Terrorism Index (Gti) pubblicato dallo Iep: nel 2019, infatti, è qui che è si concentrato oltre il 40 per cento dei morti totali causati dalle attività di gruppi affiliati allo Stato islamico. In questa dinamica, il Niger appare “centrale perché rischia di assistere a questa convergenza jihadista”, frutto degli spostamenti dei gruppi armati indotti dall’intervento delle missioni anti-terrorismo francesi e internazionale (l’operazione Barkhane e, successivamente, la forza G5 Sahel) che hanno costretto i gruppi a spostarsi progressivamente dal nord del Mali (in particolare dalle regioni di Gao, Mopti e Timbuctu) verso il centro e il sud del Paese, verso il Burkina Faso, espandendosi poi a est verso il Niger lungo corridoi di transumanza praticati dai pastori fulani (di etnia peul).

Nell’area saheliana – afferma l’analista – il jihadismo fa presa, del resto, su un territorio già storicamente conteso fra popolazioni sedentarie e nomadi, in una contrapposizione che si mescola con l’ulteriore spaccatura esistente fra la galassia qaedista – in primis il gruppo Jama’a Nusrat ul Islam wa al Muslimin (Jnim) – e i gruppi affiliati allo Stato islamico (in particolare l’Isgs). In questo contesto, prosegue l’analista, è assai difficile trovare un’area in cui le due fazioni jihadiste collaborino, perfino in Paesi come la Nigeria dove il jihadismo è profondamente radicato, e dove nel 2015 una fazione di Boko Haram ha aderito all’Iswap. La questione della mancata omogeneità jihadista si lega, a ben vedere, ad una logica che non riconosce confini territoriali ma che insegue bisogni concreti, in una continua ricerca di risorse e zone sicure dove posizionare le basi operative. La progressione degli affiliati allo Stato islamico verso l’ovest africano, ricorda Stroobants a “Nova”, risponde ad un “approccio opportunistico” che aspira a colmare lacune di governance, di qui “l’ambizione (jihadista) di aprire un nuovo fronte attraverso il Burkina Faso fino agli Stati del Golfo di Guinea”. In questo caso si tratta di una presenza ancora “fragile” ma “in crescita”, come testimoniano alcuni indicatori. Negli ultimi anni, ad esempio, decine di cittadini di Paesi della regione del Golfo di Guinea si sono uniti ai ranghi delle organizzazioni terroristiche, mentre aumentano i contatti fra gruppi jihadisti in Burkina Faso e “cellule dormienti” in Benin, Togo e Ghana, Paesi in cui i miliziani trovano supporto logistico e disponibilità di armi.

L’esperto di Bruxelles pone inoltre l’accento sull’esistenza di alleanze con le reti della criminalità organizzata transfrontaliera, in particolare tra Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana e Mali, oltre al fragile controllo delle frontiere ed una “topografia favorevole” al confine tra Nigeria e Benin e tra Benin e Costa d’Avorio, dove foreste e paludi offrono un ambiente adatto a stabilire nascondigli. La progressione jihadista verso ovest sfrutta ovviamente anche la frustrazione economica e politica dei Paesi “ponte”, manipolando conflitti religiosi e settari pre-esistenti, in particolare tra musulmani e cristiani in Paesi come Benin e Ghana. A differenza delle aree mediorientali, del resto, nel Sahel il controllo del territorio da parte delle autorità è quasi nullo a causa della presenza di aree desertiche e di confini porosi che a loro volta alimentano il proliferare del traffico delle armi. A preoccupare ulteriormente c’è poi un ultimo elemento, ovvero il rischio di una possibile infiltrazione di elementi jihadisti tra le file dei ribelli del Ciad che di recente hanno lanciato un’offensiva da nord- provenienti dalla Libia – verso la capitale N’Djamena. In riferimento ai recenti sviluppi, afferma Stroobants, la penetrazione jihadista in ribellioni pre-esistenti rischia di essere un concreto elemento di disturbo nella sicurezza regionale, anche se al momento non ci sono prove di una infiltrazione jihadista fra i ribelli del Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad (Fact). Secondo l’analista, il vuoto lasciato dalla morte del presidente Idriss Deby Itno, unita alla possibile sospensione o ridimensionamento del sostegno che l’esercito del Ciad da sempre assicura alla lotta contro il terrorismo internazionale, rischia sì di tradursi in un aumento dell’onere delle spese di difesa dei Paesi europei (Francia in testa) già impegnati nella regione, tuttavia “al momento nulla sembra indicare un’infiltrazione jihadista tra i ribelli”. Il Fact – ricorda Stroobants – è un gruppo ribelle che si oppone alle autorità di n’Djamena e contro quella che definisce la “devoluzione dinastica del potere”, ma le sue motivazioni sono politiche e non religiose, “almeno in questo momento”.

 

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