Comitato ‘A scuola!’: “Non può essere sempre l’istruzione a pagare, tutti tornino sui banchi”

Lo dice ad "Agenzia Nova" Gaia Rungo, mamma di due bambini e membro del comitato "A scuola!"

scuola nidi

“Non può essere sempre la scuola a pagare, la prima a chiudere e l’ultima a riaprire, in Europa non è stato così, come in Francia e Germania, dove è stata l’extrema ratio quella di chiuderle. L’equazione emergenza pandemica e scuola chiusa va spezzata”. Lo dice ad Agenzia Nova Gaia Rungo, mamma di due bambini, uno di 8 e una di 12 anni e membro del comitato “A scuola!”.



Il comitato è nato dal basso, dalla società civile, e riunisce in Lombardia più di mille genitori di giovani assenti dai banchi di scuola da un anno e costretti al ricorso della dad: è entrato anche a far parte della rete nazionale “Scuola in presenza” che comprende diversi comitati da Nord a Sud del paese per quasi 40mila mamme e papà coinvolti. Il primo presidio porta la data del 16 ottobre, nato in zona rossa “per dire di no, che non stiamo zitti, che bisogna tornare a scuola”, racconta  Gaia Rungo: “A gennaio con la vittoria al Tar sull’ordinanza Fontana da tutta Italia, altri comitati ci hanno contattato per coordinarci e si è creata così la rete ‘Scuola in presenza’, dove ogni comitato mantiene la propria identità e risponde alle esigenze del proprio territorio, ma si unisce in battaglie condivise, come quella del 21 gennaio in tutte le piazze d’Italia: a Milano eravamo in piazza del Duomo, per chiedere il ritorno della scuola in presenza”. Non si sono mai fermati i membri del comitato A scuola! e hanno intenzione dal 7 al 9 aprile di portare uno striscione in piazza del Duomo con un presidio per continuare a tenere alta l’attenzione su questo delicato problema “Non vogliamo che riaprano solo le elementari e la prima media, ma devono riaprire tutte le scuole – prosegue Rungo  – sinceramente la distinzione tra prima media e seconda e terza media, da un punto di vista sanitario, è incomprensibile. Gli adolescenti è quasi un anno che sono a casa, i dati del disagio psicologico sono inquietanti, oltre a vantare, come Italia, il record europeo della chiusura delle scuole: quando è andata bene sono andati 30 giorni a scuola, su un anno. Questa situazione non è più sostenibile”.

Quadro che si aggrava ancora di più “considerato che abbiamo il tasso di dispersione più alto d’Europa –  aggiunge – abbiamo fatto un sondaggio dal quale abbiamo ricevuto circa 1400 risposte, per la stragrande maggioranza di ragazzi del liceo, dove tutti hanno dichiarato che almeno un compagno da settembre non si collega più alla dad, quindi è di fatto un abbandono scolastico”. Il comitato ha inoltre più volte sottolineato le difficoltà incontrate da quei ragazzi che, ad esempio, sono passati dalle medie alle superiori senza di fatto conoscere i professori e i compagni di classe oppure quegli adolescenti che sono al quinto anno di superiori e “hanno paura di non superare i test universitari, perché difficilmente saranno riparametrati su un anno pandemico, dove la formazione non è paragonabili ai loro compagni che hanno fatto un normale percorso in presenza”  prosegue Gaia Rungo. “In seguito anche al grido d’allarme di numerosi psicologi in merito all’aumento dei suicidi e agli atti di autolesionismo da parte dei giovani, dove è stato più volte sottolineato come la chiusura delle scuole sia una concausa, crediamo che sia doveroso riaprirle – aggiunge Rungo – La restrizione di un diritto deve essere ben motivata e deve avere dati precisi.



La chiusura non può essere generalizzata non tenendo conto delle differenze delle varie realtà. Le medie ad esempio sono scuole territoriali, i ragazzi spesso vanno a piedi, quindi il problema dei trasporti non esiste in molti casi. Il sacrificio deve essere equamente condiviso: a Milano, andando in giro è pieno di gente, l’unica cosa che è successo in arancione scuro è che le scuole hanno chiuso”. Per il Comitato è importante muoversi in tre direzioni: prima con le vie legali e gli eventuali ricorsi al Tar, poi con il coordinamento della società civile e infine con un colloquio costante con le istituzioni. “Noi non abbiamo un colore politico, non vogliamo un marchio politico, siamo aperti al colloquio con chi è interessato ad ascoltarci, di qualunque colore” conclude Rungo.

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