Cosa c’è scritto (ed è stato omesso) nel rapporto degli esperti Onu sulla Libia

Pubblicato l’atteso rapporto finale stilato su richiesta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Libia

E’ stato pubblicato l’atteso rapporto finale stilato dal Gruppo di esperti sulla Libia su richiesta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Panel – coordinato dall’esperta finanziaria indiana Majumdar Roy Choudhury e composto dall’esperta franco-libanese di gruppi armati e legge umanitaria internazionale Alia Aoun, dall’esperta di finanza e gruppi armati statunitense Dina Badawy, dall’esperto spagnolo di armi e di trasporti marittimi Luis Antonio de Alburquerque Bacardit, dall’esperto di trasporti marocchino Yassine Marjane e dall’esperto di armi britannico Adrian Wilkinson – ha identificato durante il suo mandato “molteplici atti che hanno minacciato la pace, la stabilità o la sicurezza della Libia e un aumento degli attacchi contro le istituzioni e le installazioni statali”. La questione più interessante e di stretta attualità, cioè i presunti tentativi di corruzione del Foro di dialogo politico libico (Lpdf), viene accennata però solo parzialmente: i dettagli salienti inclusi nell’allegato numero 13, infatti, sono stati secretati.

Ad almeno tre partecipanti dell’Lpdf, spiega il report, sono state offerte tangenti per votare un “candidato specifico” alla carica di primo ministro del governo ad interim della Libia. I partecipanti dell’Lpdf coinvolti in questi tentativi sono stati “categorici” nel rifiutare le tangenti, precisa il rapporto. La questione ha suscitato grande interesse mediatico e l’ufficio del procuratore generale libico ha ricevuto reclami da membri del Foro e di organizzazioni della comunità internazionale al riguardo. Nel rapporto, tuttavia, il gruppo di esperti ha sottolineato di non voler fornire ulteriori dettagli sulla questione, rinviando per elementi aggiuntivi a un allegato confidenziale della relazione, il numero 13, effettivamente secretato. Secondo fonti stampa internazionali, ad aver offerto le bustarelle sarebbero stati esponenti del clan dell’attuale premier Abdelhamid Dabaiba, politico e imprenditore di Misurata poi effettivamente eletto per un pugno di voti nella sessione dell’Lpdf tenuta a Ginevra il 5 febbraio.

I civili in Libia, inclusi migranti e richiedenti asilo, continuano a subire violazioni del diritto internazionale umanitario diffuso e del diritto internazionale dei diritti umani e abusi dei diritti umani. I gruppi terroristici designati sono rimasti attivi in Libia, sebbene con attività ridotte. I loro atti di violenza continuano ad avere un effetto dirompente sulla stabilità e sulla sicurezza del Paese”, aggiunge il rapporto. “L’embargo sulle armi resta del tutto inefficace. Per gli Stati membri che sostengono direttamente le parti in conflitto, le violazioni sono ampie, palesi e con totale indifferenza per le misure sanzionatorie. Il loro controllo sull’intera catena di approvvigionamento complica il rilevamento, l’interruzione o l’interdizione. Questi due fattori rendono più difficile l’attuazione dell’embargo sulle armi”, aggiungono gli esperti.

Al riguardo, il rapporto accusa l’Egitto, la Giordania, la Repubblica araba siriana, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti di non aver rispettato la risoluzione 2213 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’attuazione dell’embargo sulle armi in Libia. In particolare, il Panel degli esperti accusa questi Paesi di non aver “ispezionato il carico di navi commerciali sospette per la Libia, che ha avuto origine o che ha attraversato il loro territorio, per il quale c’erano fondati motivi” di sospettare di una violazione dell’embargo. Gli esperti citano in particolare il paragrafo 19 della risoluzione 2213 (2015) che “invita tutti gli Stati membri (…) a ispezionare nel loro territorio, compresi i porti e gli aeroporti (…) navi e aeromobili diretti verso o dalla Libia, se lo Stato interessato dispone di informazioni che forniscono ragionevoli motivi per ritenere che il carico contenga articoli (…) vietati”.

Il rapporto finale del Gruppo di esperti sulla Libia ha cercato di fare luce sulla rete di contrabbando di carburante e di esseri umani nella città di Zawiya, dominata dalla cosiddetta Brigata al Nasr. Tale attività si sarebbe intensificata durante la seconda metà del 2020, quando la domanda mondiale di carburanti per il trasporto marittimo è diminuita a causa della pandemia di coronavirus e i prezzi di mercato sono calati. Il rapporto menziona anche l’arresto di Abd al Rahman al Milad, noto come “Bija”, nell’ottobre 2020, spiegando tuttavia di non aver ricevuto dettagli sulle indagini. “Le circostanze che circondano l’arresto mostrano una competizione di interessi all’interno dei servizi di sicurezza del Governo di accordo nazionale, a scapito dell’attuazione della legge. L’arresto è stato seguito da una reazione del procuratore militare, che ha richiesto il trasferimento del comandante della Guardia costiera libica sotto la sua autorità. Al momento della stesura del presente rapporto, l’ubicazione di Al Milad non è conosciuta”. Il report degli esperti Onu afferma che le infrastrutture delle reti di contrabbando di Zuwara e Abu Kamash sono ancora intatte e non hanno perso la capacità di effettuare operazioni di esportazione illegali. Il rapporto del Gruppo di esperti ha confermato che i prodotti petroliferi raffinati vengono ancora esportati illegalmente via terra, attività peraltro aumentata rispetto agli anni precedenti, soprattutto nella Libia occidentale, dove continua ad essere trasferito principalmente il gasolio dal complesso petrolifero di Zawiya attraverso Al Jush e Nalut in Tunisia. Un litro di benzina viene venduto nei mercati paralleli di Zawiya a circa mezzo dinaro libico.

Il rapporto fa il punto anche sui mercenari e le forze straniere presenti in Libia. Almeno 4.000 mercenari combattenti siriani opererebbero sotto il comando delle autorità libiche di Tripoli, di cui 250 minori. “I combattenti siriani sono attivi in Libia dalla fine di dicembre 2019. Il loro numero è oscillato da 4.000 a un massimo di 13.000, a seconda del conflitto, delle dinamiche regionali e della disponibilità di finanziamenti”, si legge nel rapporto. “Almeno 4.000 combattenti siriani operano sotto il comando delle Forze armate del Governo di accordo nazionale, di cui 250 minori”, aggiunge il documento. Nonostante l’accordo di cessate il fuoco in vigore in Libia dall’ottobre 2020, “non ci sono state indicazioni di alcun ritiro” da parte del gruppo russo Wagner, la cui presenza è stimata in circa 2.000 uomini. Il panel di esperti dedica un intero capitolo alla presenza dei mercenari russi, pubblicandone addirittura la catena di comando, a partire dall’ottobre del 2018, quando la loro funzione iniziale consisteva nel fornire supporto tecnico per la riparazione e la manutenzione di veicoli blindati dell’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.

“All’inizio del 2019, il dispiegamento è progredito per fornire supporto al combattimento operativo, fino a un dispiegamento stimato di 800-1.200 agenti della Wagner durante il 2019 e il 2020”, si legge nel report. La compagnia militare privata russa era impegnata in compiti militari specializzati, come l’utilizzo dell’artiglieria, della controaerea, delle contromisure elettroniche e dei cecchini. “Il loro dispiegamento ha agito come un moltiplicatore di forza efficace per l’Esercito nazionale libico durante il 2019 e all’inizio del 2020”, afferma il rapporto. Dopo l’inizio dell’operazione “Tempesta di pace” da parte delle Forze armate del Governo di accordo nazionale libico (Gna) il 23 marzo 2020, le unità della Wagner si sono ritirate, insieme ai loro alleati libici. “Tale ritiro ha coinciso con il dispiegamento di MiG-29A, Su-24 e Pantsir S-1, tutti gestiti dal gruppo Wagner, la cui presenza era aumentata a circa 2.000 a quel tempo. Nonostante l’accordo di cessate il fuoco del 25 ottobre 2020, non ci sono state indicazioni di alcun ritiro dalla Libia”, conclude il report.

Nel report vengono rivolte anche accuse alla Black Shield Security Services con sede negli Emirati Arabi Uniti, che avrebbe reclutato con false offerte di lavoro 611 sudanesi destinati a combattere come mercenari pagati 3.000 dollari al mese per le forze del generale Khalifa Haftar. I mercenari, reclutati attraverso due società clienti “Al Ameera” e “Amanda” in Sudan dietro la falsa promessa di un lavoro come guardie di sicurezza nel Paese del Golfo, hanno ricevuto un addestramento militare nel campo di Al Ghayathi, negli Emirati Arabi Uniti, sotto la supervisione di ufficiali degli Emirati. “Il 22 gennaio 2020, 276 reclute sudanesi sono state trasportate in Libia, a loro insaputa, dove sono state incaricate dal 302esimo battaglione dall’Esercito nazionale libico di proteggere le installazioni petrolifere a Ras Lanuf. Non si sono mai stati schierati sul campo. A seguito delle loro proteste, i sudanesi sono stati ritirati dalla Libia dopo sei giorni”, afferma il rapporto.

I gruppi armati del Ciad “sono onnipresenti nel sud della Libia e sono diventati parte della vita sociale”, afferma ancora il gruppo di esperti delle Nazioni Unite. Città come Hun e Murzuq hanno visto un numero crescente di cittadini ciadiani e la cui presenza armata è fortemente notata. Il report identifica in particolare due gruppi ciadiani, denominati “Ccmsr” e “Fact”. Il primo, affiliato al Governo di accordo nazionale, il 26 giugno ha emesso un comunicato per annunciare la propria “neutralità nel conflitto inter-libico”: la maggior parte degli elementi del Gruppo ha attualmente sede nell’area di confine tra Libia e Ciad, nella zona di Kouri Bougoudi, e può contare su almeno 100 veicoli. Il secondo gruppo, che aveva sede ad Al Jufra, ha ampliato i suoi campi a Sebha, Tamenhint e Brak Shati. Secondo quanto riferito, sta spostando la sua base di comando nell’area di Jabal al Aswad.

Il leader di “Fact” rivendica la neutralità nel conflitto libico, tuttavia le sue forze stanno a guardia di alcune basi dell’Esercito nazionale libico del generale Haftar, mentre elementi di questo gruppo servono anche i battaglioni 116esimo e 128esimo dell’Lna. L’autoproclamato Esercito di Haftar starebbe ancora reclutando attivamente combattenti provenienti dal Sudan. “Il reclutamento è ancora attivo, soprattutto da parte del 116esimo e 128esimo battaglione, le cui forze sono composte da centinaia di combattenti sudanesi. Il 128esimo battaglione è il principale punto di contatto per i gruppi sudanesi in termini di rifornimenti giornalieri di cibo, armi e munizioni e salari. Questi gruppi sono generalmente presenti nelle aree di Jufra, Waddan, Hun, Suknah (dove alcuni gruppi sudanesi hanno campi di addestramento), Zillah e l’area montuosa di Al Haruj”, aggiunge il report.

Quanto ai migranti, infine, nonostante i conflitti e le limitazioni ai movimenti dovute alla pandemia di Covid-19,“la Libia rimane per gli esperti Onu un paese di transito e destinazione per migranti e richiedenti asilo. “Sono diffusi casi di tratta, sequestro di persona a scopo di riscatto, tortura, lavoro forzato, violenza sessuale e di genere e omicidi. La maggior parte delle reti precedentemente identificate continuano a funzionare attraverso Bani Walid e altri hub”, aggiunge il report, precisando che “con l’assistenza di Italia, Malta e Unione Europea e l’addestramento della Turchia, la Guardia costiera libica, operante sotto il ministero della Difesa, ha intensificato l’attività di intercettazione in mare”.

L’amministrazione generale per la sicurezza costiera dell’Unione europea, aggiunge il report, fornisce assistenza tecnica e rafforzamento delle capacità per la scientifica e l’analisi del Dna alle autorità libiche per l’identificazione delle vittime. Mentre la maggior parte di coloro che sono stati riportati in Libia finiscono in strutture dove vengono violati i diritti umani, i dispersi sono centinaia. A causa del sovraffollamento nei centri di detenzione, spiega il Panel di esperti, la Guardia costiera libica è talvolta costretta a lasciar andare alcuni migranti. “I criteri di assegnazione dei migranti al centro di detenzione non sono chiari”, aggiunge il rapporto. Secondo i dati forniti dal ministro dell’Interno uscente, Fathi Bashagha, che meno dello 0,5 per cento di tutti i migranti in Libia sono stati trattenuti in centri di detenzione (cioè, circa 2.000 migranti su 574.146 presenti in Libia, al novembre 2020). “La stragrande maggioranza è stata detenuta in strutture non ufficiali in condizioni di vita degradanti”, ha spiegato ancora il rapporto.

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