Duri scontri tra esercito e gruppi armati etnici in Myanmar, “ingenti perdite” tra i militari

Lo scrive oggi il portale d’informazione “The Irrawaddy”, curato da dissidenti birmani in Thailandia

Myanmar Onu

I militari avrebbero riportato “ingenti perdite” a seguito di duri scontri scoppiati nelle ultime ore tra il Tatmadaw, l’esercito birmano che ha preso il potere con un colpo di Stato lo scorso primo febbraio, e una serie di gruppi armati etnici attivi nel nord e nel nord-est del Myanmar. Lo scrive oggi il portale d’informazione “The Irrawaddy”, curato da dissidenti birmani in Thailandia. In particolare, sarebbero stati particolarmente violenti gli scontri avvenuti attorno a Dokphoneyan, nello Stato settentrionale di Kachin, tra le forze armate e l’Esercito per l’indipendenza Kachin (Kia), che lo scorso 25 marzo aveva preso il controllo della base militare di Alaw Bum, vicino al confine con la Cina. Secondo il portavoce del Tatmadaw, Naw Bu, le forze del regime avrebbero effettuato diversi attacchi aerei negli ultimi quattro giorni nel tentativo di riprendere il controllo dell’avamposto. “Stiamo rafforzando la nostra presenza nell’area e gli scontri potrebbero nuovamente intensificarsi nelle prossime ore”, ha aggiunto l’ufficiale. Fonti menzionate da “The Irrawaddy” riferiscono di numerosi militari che avrebbero perso la vita nelle violenze delle ultime ore, tra cui il comandante del battaglione di fanteria 387 dell’esercito che sarebbe stato ucciso nella giornata di ieri. Altri otto militari sarebbero stati catturati dal gruppo armato. Durante gli scontri, stando a testimonianze locali, sei ordigni sarebbero caduti in territorio cinese, senza tuttavia provocare vittime.



Altri scontri sono stati registrati nella municipalità di Momauk, dopo che il Kia ha occupato due avamposti della polizia e una base militare nella zona del ponte di Tarpein. Tre civili sarebbero stati uccisi da colpi di artiglieria caduti sui villaggi dell’area. Le tensioni nel nord del Myanmar, e in particolare negli Stati di Kachin e Shan, si sono fortemente intensificate a partire dall’11 marzo, quando il Kia si è ufficialmente rifiutato di riconoscere l’autorità della giunta militare che poco più di un mese prima aveva preso il potere a Naypyidaw. Il gruppo armato ha attaccato avamposti dell’esercito e della polizia e ha minacciato di intensificare la propria offensiva se la giunta continuerà a sparare contro i manifestanti pacifici in tutto il Paese.

Protagonista degli scontri di questi giorni è però anche l’Esercito nazionale di liberazione Ta’ang (Tnla), che ieri è venuto a contatto con le forze armate nella zona di Mogoke, nella regione di Mandalay. “Abbiamo sentito esplodere colpi di artiglieria tra le 19.30 e le 10-30. Abbiamo anche avvertito diverse volte il rumore di sparatorie”, ha affermato un residente locale, secondo cui l’esercito avrebbe inviato rinforzi nell’area a partire da questa mattina. Il Tnla, attivo nell’area così come l’Esercito dello Stato di Shan-Nord, braccio armato del Partito del progresso dello Stato di Shan, fa parte di un’alleanza composta anche dall’Esercito dell’alleanza nazionale democratica del Myanmar e dall’Esercito di Arakan. L’alleanza ha diramato lo scorso 30 marzo un comunicato nel quale i tre gruppi congiuntamente condannano “le azioni della giunta militare contro i civili disarmati” e annunciano che “difenderanno il popolo se l’esercito continuerà ad attaccare brutalmente i civili”. La dichiarazione congiunta è giunta a seguito di un appello alle milizie etniche da parte del Comitato delle nazionalità per lo sciopero generale, una delle organizzazioni protagoniste della protesta contro la giunta. Già il 10 aprile l’alleanza ha attaccato una stazione di polizia nello Stato di Shan, a Lashio, uccidendo 14 agenti di polizia.



Proprio oggi l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha avvertito che in Myanmar vi è il rischio che la crisi aperta dal colpo di Stato si tramuti in una guerra civile come quella in Siria. L’ex presidente del Cile ha ricordato come oltre 700 persone siano state uccise dall’inizio dei disordini e più di 3 mila siano state arrestate. Inoltre, secondo alcune fonti, vi sarebbero stati processi segreti a seguito dei quali sarebbero state condannate a morte 23 persone. “Temo che la situazione in Myanmar stia degenerando in un vero e proprio conflitto. Gli Stati non devono permettere che gli errori fatali commessi in passato in Siria e altrove vengano ripetuti”, ha scritto Bachelet. A poche ore dalla sessione inaugurale del nuovo parlamento, lo scorso primo febbraio le forze armate birmane hanno preso il potere arrestando e deponendo la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, il presidente Win Myint e decine di dirigenti della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito emerso come chiaro vincitore delle elezioni tenute nel novembre del 2020. I militari, che sostenevano quel Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usdp) uscito fortemente ridimensionato dalle consultazioni, hanno contestato la regolarità del voto e hanno fatto sapere di essere pronti a organizzare nuove elezioni al termine di un periodo di transizione. Anche se non apertamente, il colpo di Stato è stato appoggiato dalla Cina, che in Myanmar ha importanti progetti strategici e che è impegnata a contenere l’influenza dell’India nel Paese.

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