Ecco dove si fabbricano le barche dei migranti in Libia

Le autorità libiche hanno scoperto un'officina di imbarcazioni per migranti a Zuara

Le autorità della Libia hanno annunciato la scoperta di un’officina per la fabbricazione di barche in legno adibite al trasporto illegale di migranti verso le coste europee nella città di Zuara, nell’estremo nord-ovest della Libia. La Direzione per la sicurezza della municipalità libica ha dichiarato in un post su Facebook che il laboratorio si trovava nella parte occidentale della città, affacciato sulla riva del mare. Ieri, martedì primo giugno, gli agenti della sicurezza libica hanno fatto irruzione nell’officina, trovando tre individui di nazionalità egiziana che hanno ammesso di fabbricare le barche specificatamente costruite per la traversata dei migranti. Gli egiziani hanno affermato di essere stati finora in grado di fabbricare due barche e hanno ammesso che l’officina era di proprietà di un libico residente in una città vicina. Zuara è uno dei principali snodi per i trafficanti di esseri umani e il contrabbando di carburante, nonché uno dei più importanti punti di partenza per i migranti che dalla Libia cercano di arrivare in Europa via mare.



Oggi, intanto, il portavoce della Marina militare libica, generale Masoud Abdel Samad, ha annunciato che 78 migranti di diverse nazionalità africane sono stati “salvati” al largo delle coste della Libia. “Non appena ricevuta una richiesta di soccorso, la motovedetta Ubari si è recata sul posto, dopo essere stata dotata delle capacità necessarie per l’operazione di ricerca e salvataggio”, ha detto Abdel Samad in un post su Facebook. Il gommone con a bordo i migranti si stava recando verso le coste europee. Non appena terminata l’operazione di salvataggio, i migranti sono stati sbarcati al punto di approdo della base navale di Tripoli e sono stati trasferiti all’Agenzia anti-immigrazione illegale (Dcim) libica. Alarm Phone, la piattaforma che riceve gli Sos di imbarcazioni di migranti in difficoltà nel Mediterraneo, aveva annunciato ieri sera che un barcone con a bordo circa 70 migranti si trovava al largo di Zuwara, in Libia, con il motore in panne. “Onde e vento mettono in pericolo la barca”, sottolineava Alarm Phone, precisando che le autorità competenti erano stati informate, senza però ricevere alcuna risposta.

In altre due precedenti operazioni nel Mar Mediterraneo, le autorità della Libia hanno intercettato e riportato a terra nei giorni scorsi 265 migranti in due distinte operazioni nel Mar Mediterraneo. In particolare, la motovedetta Zawiya ha soccorso 101 persone, mentre la motovedetta Ras Jedir ha intercettato 164 migranti di diverse nazionalità africane, tutti diretti verso l’Europa a bordo di gommoni. La Libia non è considerata un porto di sicuro dove sbarcare i migranti dalle organizzazioni internazionali, anche perché le autorità di Tripoli non hanno mai firmato la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, conosciuta anche come la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.



E’ sempre di oggi la notizia che due donne detenute nel centro per migranti di Zawiya Street, a Tripoli, la capitale della Libia, hanno tentato il suicidio dopo aver subito violenze sessuali da parte delle guardie. Lo denuncia l’Organizzazione libica per il monitoraggio dei crimini in un post sulla sua pagina Facebook. Secondo fonti della Ong all’interno del centro di detenzione, una delle guardie nei turni serali avrebbe obbligato le ragazze a offrire prestazioni sessuali in cambio dell’accesso ai servizi igienici o di cibo. Due richiedenti asilo hanno tentato il suicidio, dopo essere ritornate nel centro di detenzione a seguito di un trasferimento temporaneo, ottenuto tramite organizzazioni internazionali, in una clinica. L’Ong ritiene il ministero dell’Interno di Tripoli “pienamente responsabile” della sorte delle ragazze, invitando le autorità giudiziarie e legislative libiche ad accelerare la prevenzione di episodi di questo tipo. Da parte sua, l’organizzazione Libyan Crime Watch ha invitato il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ad accelerare la sua visita nelle prigioni e centri di detenzione e a raccomandare il rapido rilascio incondizionato di tutte le donne e i bambini.