Ecoterrorismo e attacchi ai cargo, lo scontro tra Israele e Iran si sposta anche in mare

La nave battente bandiera panamense Emerald è stata fotografata il 17 gennaio al largo dell’isola iraniana di Kharg

israele

Il teatro di scontro fra Israele e Iran, caratterizzato finora dall’auspico di Tel Aviv che Teheran non si doti di armi nucleari e non rafforzi la propria presenza militare in Siria, si sta arricchendo di uno nuovo fronte: l’ecoterrorismo e gli assalti in mare. Oggi il ministero dell’Ambiente di Israele ha annunciato che la nave battente bandiera panamense Emerald, accusata dalla titolare del dicastero, Gila Gamliel, di aver provocato a febbraio la fuoriuscita di petrolio che ha ricoperto di catrame la costa mediterranea di Israele, è stata fotografata il 17 gennaio al largo dell’isola iraniana di Kharg. Secondo la ricostruzione fornita dal quotidiano “Jerusalem Post”, la Emerald ha caricato 112 mila tonnellate di petrolio greggio al largo di Kharg, per poi avviare la navigazione nel Golfo Persico e poi entrare in acque egiziane. Un’altra foto mostra la nave Emerald nelle acque economiche di Israele davanti ad Haifa e altre due immagini mostrano la macchia di petrolio nel Mediterraneo che si avvicina verso le coste israeliane.



Un’altra immagine mostra la Emerald in contatto con una seconda nave con il trasponder spento a ovest della Siria. In particolare, in questo momento la profondità della nave Emerald passa da 14,3 a 8,5 metri, lasciando presagire il trasbordo di petrolio verso la nave con il trasponder spento mentre si trovava in mare. Un’ulteriore foto mostra il trasferimento di 750 mila barili di petrolio iraniano sulla petroliera siriana, Lotus, di proprietà libica. Da parte sua, la General National Maritime Transport Company libica ha dichiarato di aver venduto la nave lo scorso dicembre. Le fotografie trasmesse al ministero dell’Ambiente israeliano sono state rese pubbliche dal portale “tankertrackers”. Secondo la ricostruzione, Lotus avrebbe spento il sistema di identificazione automatica (Ais) mentre entrava nelle acque egiziane. L’Ais è stato acceso durante il transito attraverso il Canale di Suez, per poi essere spento per quasi un intero giorno all’ingresso delle acque territoriali israeliane. In questo lasso di tempo, tra il primo e il 2 febbraio, la nave avrebbe sversato grosse quantità di petrolio, per poi proseguire la rotta verso la Siria, dove ha acceso il sistema Ais. Il nuovo risvolto giunge all’indomani dell’accusa lanciata dal ministero dell’Ambiente di Gerusalemme all’Iran di aver provocato un atto di eco-terrorismo.

Le dichiarazione del dicastero dell’Ambiente israeliano giungono a pochi giorni dalle accuse rivolte dal primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu, all’Iran di essere chiaramente responsabile dell’attacco di giovedì 25 febbraio a una nave di proprietà di una compagnia israeliana registrata nell’Isola di Man, la Mv Helios Ray, battente bandiera delle Bahamas, nel Golfo di Oman. In un’intervista trasmessa il primo marzo dall’emittente televisiva “Kan”, Netanyahu ha detto: “Questa è davvero un’azione dell’Iran, è chiaro“. Rispondendo a una domanda sulla possibile risposta di Israele nei confronti dell’Iran, Netanyahu ha detto che Teheran “è il più grande nemico di Israele e lo stiamo colpendo in tutta la regione”. Da parte sua, l’Iran ha respinto fermamente la posizione di Israele secondo cui Teheran è responsabile dell’esplosione avvenuta giovedì scorso a bordo di una nave di proprietà israeliana nel Golfo dell’Oman. “Respingiamo fermamente questa accusa. La sicurezza del Golfo Persico è estremamente importante per l’Iran”, ha detto in conferenza stampa Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministero degli Esteri iraniano. Riferendosi alle recenti dichiarazioni fatte dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu sul programma nucleare iraniano, Khatibzadeh ha sottolineato che “l’isterica ossessione del primo ministro del regime sionista non è una nuova questione, piuttosto mostra nuove turbolenze nella terra occupata, che derivano dal loro avventurismo”.



L’intervista a Netanyahu è stata registrata domenica, 28 febbraio, ovvero prima dei raid, la cui responsabilità è stata attribuita a Israele dalla Siria, che nella notte del primo marzo hanno colpito la capitale siriana Damasco. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha detto che l’attacco ha colpito l’area di Sayyida Zeinab, a sud di Damasco, dove sono presenti combattenti del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica iraniana, pasdaran, e del movimento libanese Hezbollah sono presenti. Nella sua intervista, Netanyahu ha aggiunto che Israele ha detto agli Stati Uniti che Gerusalemme non consentirà a Teheran di avere armi nucleari, indipendentemente dai termini di qualsiasi potenziale accordo sul nucleare. Sabato, 27 febbraio, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha definito “probabile” l’eventuale responsabilità iraniana dell’attacco. In una dichiarazione all’emittente televisiva “Kan”, Gantz ha affermato che la vicinanza tra il luogo dell’incidente e la Repubblica islamica ha sollevato preoccupazioni sul fatto che fosse responsabile dell’attacco, ma ha aggiunto che un’indagine non è ancora stata completata. “Dobbiamo continuare a indagare”, ha sottolineato. “Gli iraniani stanno cercando di danneggiare gli israeliani e le infrastrutture israeliane. La vicinanza all’Iran fa ritenere che ci sia una probabilità che si tratti di un’iniziativa iraniana. Ci impegniamo a continuare a controllare”, ha spiegato il ministro.

La nuova escalation di tensione verbale tra Israele e Iran avviene mentre si attende la mossa dell’amministrazione statunitense guidata da Joe Biden in merito al Piano d’azione globale congiunto (Jcpoa), il cosiddetto accordo sul nucleare sottoscritto a Vienna a luglio 2015 e da cui gli Stati Uniti di Donald Trump sono unilateralmente usciti nel 2018. A tal proposito, ieri il “Wall Street Journal”, citando due alti diplomatici occidentali, ha annunciato che l’Iran avrebbe rifiutato “un’offerta dell’Unione europea e degli Stati Uniti di tenere colloqui diretti sul nucleare nelle prossime settimane”.

L’establishment della difesa israeliano da tempo teme che l’Iran avrebbe aperto un nuovo fronte contro Israele in mare. Funzionari della difesa hanno avvertito negli ultimi anni – ha evidenziato domenica il quotidiano “Haaretz” – che ciò potrebbe minacciare la libertà di navigazione nel Golfo Persico, danneggiando gravemente l’economia israeliana, in parte tagliando le importazioni. Lo stretto di Bab al-Mandab, che separa l’Asia dall’Africa lo Stretto di Hormuz, che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman e il Canale di Suez sono tre dei passaggi marittimi più importanti del mondo. Circa il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio passa attraverso i tre punti, che servono anche come rotta di transito dall’Asia e dall’Africa al Mar Mediterraneo e all’Europa. Per Israele, qualsiasi minaccia al suo traffico marittimo attraverso questi corsi d’acqua è strategica, dal momento che il 90 per cento delle importazioni ed esportazioni israeliane passa per mare. In particolare, il 12 per cento delle sue importazioni transita da Bab al-Mandab. Il valore annuo di queste importazioni supera i 15 miliardi di dollari. Se il Golfo Persico diventasse un luogo di attacchi iraniani contro Israele – evidenzia “Haaretz” – le compagnie di navigazione potrebbero iniziare a rifiutarsi di servire Israele, o per paura di essere attaccati o perché i tassi di assicurazione per le navi e il loro carico in arrivo in Israele salirebbero a dismisura. Questo scenario porterebbe anche a un aumento del prezzo dei prodotti per i consumatori israeliani.

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