ESCLUSIVA – Ambasciatore afgano a Nova: “In corso battaglia per i valori della democrazia”

Khaled Ahmad Zekriya racconta la sfida che sta affrontando la popolazione dell’Afghanistan

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Quella per l’Afghanistan è una “battaglia” per il mantenimento dei valori democratici contro “l’accomodamento verso le organizzazioni terroristiche”. Con queste parole l’ambasciatore dell’Afghanistan in Italia, Khaled Ahmad Zekriya, sintetizza la sfida che sta affrontando in questo momento la popolazione dell’Afghanistan e tutta la comunità internazionale dopo che il Paese è ritornato sotto il controllo dei talebani. In un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova”, il diplomatico spiega le ragioni che hanno portato alla “catastrofe” rappresentata dalla caduta di Kabul in mano ai talebani, le responsabilità dei Paesi occidentali e dei loro alleati in questa fase, tra tutte il non riconoscimento del governo guidato dai talebani e il sostegno alle rappresentanze all’estero, ma anche la strenua resistenza della regione del Panjshir, che secondo il diplomatico “consentirà alla Repubblica islamica dell’Afghanistan di prevalere” sui talebani.



L’ambasciatore indica che la situazione “disastrosa” in cui versa ora l’Afghanistan è stata prodotta sia da elementi “esterni”, che risalgono all’ingresso degli Stati Uniti e dei Paesi Nato nel 2001, che interni, tra cui spicca la mancanza di visione da parte delle leadership politiche che si sono succedute negli anni fino alla presidenza di Ashraf Ghani. Tra gli elementi esterni, l’ambasciatore Zekriya, individua anzitutto “la mancanza di continuità nella politica estera degli Stati Uniti a partire dal 2001” in Afghanistan. “Gli Stati Uniti sono giunti in Afghanistan con il proposito di avviare inizialmente un processo di ‘Nation Building’”, sottolinea il diplomatico. “Quando hanno avviato il processo, noi eravamo una forte nazione ma uno Stato veramente debole”, osserva l’ambasciatore, secondo cui tale politica implicava l’adesione ai talebani al processo di Bonn che alla fine del 2001 portò all’intesa tra le varie componenti afgane sugli accordi provvisori in Afghanistan in attesa del ripristino delle istituzioni governative permanenti.

Nonostante le richieste, ricorda l’ambasciatore, gli Stati Uniti allora non vollero consentire l’ingresso ai talebani. “Dopo alcuni anni gli Stati Uniti hanno visto che il Nation Building non era un buon approccio, quindi hanno iniziato un percorso di ‘State Building’”, racconta il diplomatico. Questo percorso prevedeva anzitutto la costruzione di un sistema giudiziario che all’epoca era di fatto inesistente nel Paese. Tuttavia, gli statunitensi avviarono un percorso di costruzione del sistema giudiziario che fu “disfunzionale”, a cui si aggiunsero i ritardi con cui venne avviato il percorso di costituzione delle forze di polizia e delle forze aree. Tali ritardi consentirono la ripresa dell’insurrezione dei talebani alla fine del 2004. Ma all’epoca gli Stati Uniti erano concentrati sull’Iraq, con l’invasione avvenuta nel 2003, mettendo di fatto l’Afghanistan in secondo piano. Con l’aumento delle forze statunitensi nel Paese da parte dell’amministrazione di Barack Obama nel 2011, gli Usa avviarono un nuovo approccio all’Afghanistan, con l’interferenza nei processi elettorali e la promozione di leader e funzionari corrotti.



L’ultimo atto della ondivaga politica statunitense in Afghanistan è stata la firma degli accordi di Doha del 29 febbraio 2020 durante l’amministrazione di Donald Trump. “La firma degli accordi di Doha è avvenuta mettendo da parte il governo legittimo dell’Afghanistan e la sua vincolante partnership strategica, firmando un accordo con il gruppo terroristico talebano, dando loro la precedenza”, afferma Zekriya. Nonostante i talebani non abbiano rispettato i parametri di riferimento, non sono mai stati “affrontati” o “rimproverati” in alcun modo, ammette il diplomatico. “Quando abbiamo introdotto il team governativo, i talebani sapevano che non vi era bisogno di negoziare, ma di guadagnare tempo focalizzandosi sulla data del ritiro” delle forze straniere, aggiunge l’ambasciatore. “Con l’amministrazione di Biden abbiamo assistito all’annuncio unilaterale di ritiro dall’Afghanistan senza un’adeguata consultazione con Nato, Ue, governo afgano e poteri regionali e senza ‘dividendi di pace’ sul tavolo dei negoziati”, precisa il diplomatico. Il ritiro ha portato alla fine delle missioni di addestramento, consulenza e assistenza. “Un mese e mezzo dopo l’annuncio del ritiro, 10.000 contractors hanno lasciato l’Afghanistan con conseguenze su logistica, trasporto, manutenzione e supporto delle forze aeree. In questo contesto il morale di donne e uomini dell’esercito è crollato”, ricorda l’ambasciatore afgano in Italia. “L’evacuazione è stato un esempio di come non vi fosse un piano di ritiro che ha portato al caos sia per gli afgani che per gli americani”, precisa.

Per quanto riguarda gli elementi “interni”, quando si interferisce nel processo elettorale di un Paese, sostenendo i corrotti, prima o dopo la corruzione prevale, ammette l’ambasciatore. In questo contesto si aggiunge l’uso di politiche etnocentriche e “linguisticocentriche”, da parte dei leader, con il parlamento messo da parte con continue violazioni della Costituzione. “Più di 150 volte la costituzione dell’Afghanistan è stata di fatto ignorata dal presidente Ghani e dalla sua amministrazione”, ricorda Zekriya. Altro elemento che ha contribuito fortemente al “disastro” è stato la “sostituzione di persone di esperienza” con giovani privi di esperienza nei ranghi delle forze armate e di polizia, nelle missioni diplomatiche all’estero, nei ministeri, nei governatorati e nelle municipalità. “Nel primo mandato del presidente Ghani il 91 per cento di tutti gli ambasciatori e dei vice capi missione era di nomina politica e non provenienti dalla carriera diplomatica”, rivela l’ambasciatore.

Negli anni della presidenza Ghani l’Afghanistan ha assistito ad una centralizzazione del potere con la creazione di una sorta di comitato formato da sole tre persone che si occupava di tutti gli affari quotidiani, interferendo direttamente anche sull’attività dei singoli ministeri. Altro errore, secondo l’ambasciatore, è stato quello di dare la catena diretta di comando, controllo e comunicazione di esercito, polizia, governatorati e sindaci al Consigliere per la sicurezza nazionale (Hamdullah Mohib) che ha avuto tragiche conseguenze specialmente durante l’inizio delle feroci battaglie sul campo, dove venivano sempre dati ordini di “ritiro tattico” ai militari. “Alcuni reggimenti si sono assunti la responsabilità di combattere”, ammette il diplomatico, ma non hanno ricevuto alcun tipo di assistenza logistica, venendo di fatto abbandonati a sé stessi.

“La responsabilità della comunità internazionale è salvaguardare ciò che resta dei successi degli ultimi 20 anni di impegno in Afghanistan”, afferma Zekriya, in particolare “proteggere la costituzione democratica e le rappresentanze estere della Repubblica islamica dell’Afghanistan, dove la volontà, la voce e le istanze del popolo afgano sono indirizzate dove si lotta per i diritti e i valori democratici”. Il diplomatico afferma inoltre come sia necessario l’impegno nel “proteggere le donne, le ragazze e i diritti delle minoranze contro le brutalità, le torture, le uccisioni di massa, i crimini di guerra e il genocidio condotto dai talebani”, mantenere la libertà di stampa e di espressione, evitare che l’Afghanistan piombi in una catastrofe umanitaria, assicurandosi che cibo, acqua e altri rifornimenti raggiungano tutti nel Paese.

Altra responsabilità dei Paesi occidentali è quella di “completare il processo di evacuazione per coloro con documenti adeguati che vogliono partire”. I Paesi occidentali devono, secondo l’ambasciatore, mettere in sicurezza “le armi e le munizioni che vengono trasferite e/o vendute dai talebani ai paesi vicini”, ma anche salvaguardare i tesori e i reperti antichi che erano custoditi all’interno del Museo nazionale dell’Afghanistan e nel Palazzo Presidenziale. In merito il diplomatico cita la scomparsa del “Tesoro di Bactrian”, una collezione di 20.000 pezzi d’oro risalenti a oltre duemila anni fa, che potrebbe essere nelle mani dei talebani. Altro compito dei Paesi occidentali, è “mantenere l’allerta per quegli Stati che sostengono il terrorismo e il governo talebano loro cliente in Afghanistan”. “Questo è quello che dobbiamo proteggere”, afferma il diplomatico, ricordando che l’Afghanistan ha ancora la Costituzione, ha ancora una bandiera e rappresentanze diplomatiche nel mondo. “Noi restiamo saldi per il diritto a questa costituzione, per il diritto all’autodeterminazione, per il diritto ad un processo elettorale democratico in Afghanistan. Questo deve proteggere la comunità internazionale”, afferma Zekriya.

In merito alle richieste di riconoscimento da parte dei talebani alla comunità internazionale, secondo il diplomatico il fronte del “no” prevarrà. “Gran parte del territorio potrebbe essere nelle mani dei talebani, ma la costituzione della Repubblica islamica dell’Afghanistan come organismo legale vivente e legittimo con il suo braccio più importante – le missioni diplomatiche e consolari estere – continua a dare alla Repubblica islamica dell’Afghanistan la legittimità statale”, afferma Zekriya, secondo cui “impegno e dialogo non significano legittimità e riconoscimento”. “Il riconoscimento e la legittimità derivano dalla Costituzione, dal carattere rappresentativo, dall’indipendenza, dalla fornitura di servizi, dalla protezione dei diritti umani e delle libertà, che i talebani non possiedono”, afferma. “Il fronte del non riconoscimento terrà, ne sono convinto. Tuttavia, se noi chiudiamo le missioni della Repubblica islamica dell’Afghanistan, daremo ai talebani una sorta di riconoscimento di fatto”, avverte l’ambasciatore.

“Il fronte del non riconoscimento reggerà fino a quando non ci sarà un governo inclusivo provvisorio nel vero senso della parola”, sottolinea l’ambasciatore, ovvero una Costituzione che consenta ai cittadini di eleggere i propri leader “con il voto e non la sottomissione”. In questo contesto, per l’ambasciatore il Fronte di resistenza nazionale, guidato da Ahmad Massoud e dal vicepresidente Amrullah Saleh, rappresenta il vero sostegno della Repubblica islamica dell’Afghanistan. “La Resistenza del Panjshir è la Resistenza dell’Afghanistan e il vero braccio che alla fine sosterrà lo stato attuale della Repubblica Islamica dell’Afghanistan e darà spazio politico e fisico”, afferma l’ambasciatore, secondo cui proprio dal Panjshir potrà partire una vera e propria rivoluzione per rovesciare il regime dei talebani.

Secondo Zekriya “il gioco che stanno facendo i talebani è quello di rendere il terreno fertile per la legittimazione e in definitiva il riconoscimento diplomatico”. L’ambasciatore ha indicato vari modi in cui gli insorti afgani stanno cercando di spingere la comunità internazionale a riconoscere l’emirato islamico. Il primo è far percepire che isolare e boicottare i talebani alla fine porterebbe alla loro polarizzazione “costringendo” gli insorti a non avere altra scelta che “abbracciare i cosiddetti nemici e rivali degli Stati Uniti e dell’Occidente nella regione”. Un altro sistema che stanno utilizzando i talebani è la messa in scena di attacchi del ramo afgano dello Stato islamico (Isis-Khorasan), che, per il diplomatico sono organizzati dalla rete Haqqani e potrebbero spingere alcuni esponenti della comunità internazionale a “simpatizzare con i talebani come vittime”, considerandoli l’unica parte legittima con cui confrontarsi per affrontare il movimento terroristico e altri gruppi in Afghanistan.

Un’altra mossa dei talebani è stata l’inclusione di alcuni esponenti delle minoranze all’interno del governo, in posizioni di secondo e terzo livello, come prova del consolidamento di un gabinetto di governo inclusivo, e la persuasione di alcuni degli ex leader, come ad esempio il presidente Hamid Karzai, a unirsi al nuovo governo attribuendo loro ruoli simbolici. Infine, secondo l’ambasciatore la richiesta alla comunità internazionale di impegnarsi attivamente per affrontare ed evitare una grave crisi umanitaria in Afghanistan, non è altro che un modo per aprire uno spazio diplomatico di fatto tra l’Occidente e i talebani. “Quelli con ingenuità potrebbero accettare queste sciocchezze, ma per gli afgani informati e i nostri alleati, queste aperture sono la ripetizione dei giochi degli anni ’90, che saranno di nuovo inutili”, afferma l’ambasciatore Zekriya.

“Per i nostri alleati in Occidente, dico che qualsiasi approccio con i talebani dovrebbe avvenire in base alle vostre condizioni, utilizzando l’approccio della carota e del bastone, non alle condizioni dei talebani. Per alcuni Paesi della regione, dico che qualsiasi politica estera, basata su principi di cattiva volontà, egemonia, espansionismo e sfruttamento, non solo fallirà, ma alla fine porterà a un graduale crollo istituzionale dei propri stati-nazione”, avverte il diplomatico, secondo cui i talebani stanno usano la popolazione dell’Afghanistan come “ostaggi per i loro scopi politici”. “L’Occidente dovrebbe impiegare una politica della carota e del bastone con loro e assicurarsi che abbandonino la loro politica di doppiezza”, sottolinea il diplomatico in merito ai Paesi che hanno offerto sostegno ai talebani. “Lascio ai media e al pubblico il compito di fare le proprie ricerche per scoprire chi sostiene i talebani”, prosegue il diplomatico.

Alla domanda sul rischio di un ritorno del terrorismo non solo nella regione, ma anche in Occidente, il diplomatico afgano afferma: “Certamente vi è questo rischio, soprattutto quando ti fermi e permetti a un’organizzazione terroristica e ai suoi affiliati e agli Stati che li sponsorizzano di prendere il potere con la forza. Ora hanno territorio, risorse per il narcotraffico, armi per un valore di 89 miliardi di dollari e, cosa più importante, hanno i cittadini come i loro ostaggi da utilizzare per i propri giochi. Ciò porterà al terrorismo interno e farà nascere aspirazioni per altri gruppi terroristici, specialmente in Nord Africa, a rovesciare il governo legittimo e assumere il potere”. Secondo il diplomatico, per l’Italia ciò rappresenta un grande rischio, perché è la prima nazione che dovrà affrontare le conseguenze di una tale situazione a causa della vicinanza con il Nord Africa.

Commentando il futuro dei quasi cinquemila afgani evacuati dall’Italia durante l’operazione Aquila Omnia, l’ambasciatore invita le istituzioni italiane ad avvalersi della loro esperienza, soprattutto di coloro che hanno lavorato in Afghanistan per le organizzazioni umanitarie. “Quello che è veramente importante per l’Italia è avvalersi della esperienza di questi cittadini afgani, soprattutto di coloro che hanno lavorato per le organizzazioni umanitarie, non solo qui in Italia, ma anche in altri Paesi del mondo”, dichiara l’ambasciatore, sottolineando inoltre anche l’importanza per l’Italia di quegli afgani che sono stati formati nei programmi per costruzione del sistema giudiziario afgano. Inoltre, secondo il diplomatico, è di particolare importanza dare voce alla diaspora afgana in Italia, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei diritti umani in Afghanistan: “Occorre avvalersi degli afgani in Italia come una voce per esercitare pressione sui talebani”.

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