Etiopia: autorità rilasciano sei dipendenti Onu

Liberati anche 70 autisti del Pam fermati nella città di Semera

Sei membri del personale delle Nazioni Unite fermati in Etiopia all’inizio di novembre sono stati rilasciati. Lo ha annunciato il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, che nel corso di un briefing con la stampa ha aggiunto che cinque membri dello staff e un dipendente rimangono in custodia nella capitale Addis Abeba e le Nazioni Unite stanno premendo per il loro rilascio. Allo stesso tempo, ha aggiunto il portavoce, le autorità etiopi hanno rilasciato anche tutti e 70 gli autisti del Programma alimentare mondiale (Pam) che erano stati arrestati la scorsa settimana nella città di Semera, capoluogo della regione settentrionale etiope di Afar. Nessun motivo è stato fornito per la loro detenzione e il governo etiope non ha commentato il rilascio. Gli arresti avvengono nell’ambito di una retata effettuata nelle ultime settimane dalle forze federali che la scorsa settimana hanno fermato anche un numero non precisato di missionari salesiani e membri dello staff dell’organizzazione Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis), tra cui l’italiano Alberto Livoni (in seguito rilasciato). Gli arresti sono avvenuto nell’ambito dello stato di emergenza proclamato dal governo lo scorso 2 novembre in risposta all’avanzata sulla capitale delle forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) e dell’Esercito di liberazione oromo (Ola).



Ieri l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha espresso “forte preoccupazione” per gli arresti di massa avvenuti nelle ultime due settimane ad Addis Abeba e in altre città dell’Etiopia, principalmente nei confronti di cittadini di etnia tigrina, resi possibili da uno stato di emergenza che rischia di aggravare la già gravissima situazione umanitaria e dei diritti umani nel Paese. È quanto dichiarato dal portavoce dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Liz Throssell, che parlando nel corso di un briefing con la stampa ha evidenziato che secondo le ultime informazioni pervenute almeno mille persone sono state detenute nell’ultima settimana. “Siamo preoccupati che gli arresti siano proseguiti nelle ultime due settimane nella capitale etiope, Addis Abeba, così come a Gondar, Bahir Dar e in altre località, poiché la polizia invoca le disposizioni eccessivamente ampie dello stato di emergenza dichiarato il 2 novembre per arrestare, perquisire e detenere persone”, afferma il portavoce. “Questi sviluppi sono tanto più preoccupanti dal momento che la maggior parte delle persone detenute sarebbero persone di origine tigrina, arrestate spesso con l’accusa di essere affiliati o di sostenere il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf). Secondo le ultime informazioni pervenute, si ritiene che almeno mille persone siano state detenute nell’ultima settimana circa, con alcuni rapporti che aumentano la cifra. Le condizioni di detenzione sono generalmente segnalate come pessime, con molti arrestati sono detenuti in stazioni di polizia sovraffollate, in violazione degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli standard minimi relativi al trattamento dei prigionieri”, ha denunciato Throssell.

Secondo le informazioni giunte all’Ohchr, molti dei fermati non sono stati informati dei motivi della loro detenzione, né sono stati portati dinanzi a un tribunale o altra corte per riesaminare i motivi della loro detenzione, e non sono stati formalmente accusati. “Siamo anche preoccupati per alcune segnalazioni di maltrattamenti durante la detenzione. Chiediamo che sia garantita la sicurezza dei detenuti e che venga loro offerta la piena protezione dei loro diritti umani, compresi un processo equo e garanzie procedurali. Per quanto riguarda in particolare la situazione del personale locale dell’Onu, sono tuttora detenuti 10 (dipendenti) e 34 autisti subappaltati dall’Onu. Chiediamo che tutti coloro che sono ancora trattenuti siano immediatamente rilasciati. Oppure che un tribunale o altra corte indipendente e imparziale riesamini i motivi della loro detenzione. Dovrebbero essere formalmente accusati. Lo stato di emergenza in vigore in Etiopia – prosegue il portavoce – rischia di aggravare la già gravissima situazione umanitaria e dei diritti umani nel Paese. Le sue disposizioni sono estremamente ampie, con vaghi divieti che arrivano fino a comprendere il sostegno ‘morale indiretto’ a quelli che il governo ha etichettato come ‘gruppi terroristici’ “.



Nello stato di emergenza, sottolinea Throssell, il controllo giurisdizionale dell’esecuzione delle sue disposizioni “è esplicitamente sospeso e vi sono ampi poteri di arresto e di detenzione amministrativa potenzialmente indefinita per la durata della misura di emergenza, sollevando serie preoccupazioni sui rischi di detenzione arbitraria”. Come ha avvertito l’Alto commissario Michelle Bachelet, “vi sono gravi rischi che tali misure, lungi dal stabilizzare la situazione, influiscano ulteriormente sulla fornitura già compromessa di aiuti umanitari, approfondiscano le divisioni, mettano in pericolo la società civile e i difensori dei diritti umani, provochino un conflitto maggiore e non facciano altro che aumentare la notevole sofferenza umana in Etiopia. Mentre il Patto internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr), di cui l’Etiopia è uno Stato membro, consente alcune misure di emergenza in risposta a minacce significative alla vita della nazione, devono essere soddisfatti requisiti rigorosi”. Per questo, prosegue il portavoce, “la detenzione amministrativa dovrebbe essere utilizzata in via eccezionale e solo nei confronti di individui che rappresentano una minaccia diretta e imperativa, da determinare caso per caso, fatte salve le garanzie procedurali, compreso, soprattutto, un riesame periodico, indipendente e imparziale. La detenzione deve cessare non appena l’individuo non rappresenta più una minaccia e deve essere applicata in modo non discriminatorio. Gli arresti e le detenzioni attualmente in corso in Etiopia sotto i poteri dello stato di emergenza non rispettano queste condizioni. Inoltre, alcuni diritti sono inderogabili anche in uno stato di emergenza, tra cui la libertà dalla tortura, da trattamenti o punizioni disumani o degradanti, il diritto alla vita e il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione”, conclude la dichiarazione.

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