Etiopia, Onu richiama due alti funzionari per dichiarazioni non consone a valori Nazioni Unite

La responsabile del Programma per le migrazioni ed il capo del Fondo per la popolazione hanno criticato i coordinatori in un'intervista non autorizzata

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha richiamato dall’Etiopia la responsabile del suo Programma per le migrazioni, Maureen Achieng, ed il capo del Fondo Onu per la popolazione, Dennia Gayle, in una duplice mossa che potrebbe aggravare le già difficili relazioni con il governo di Addis Abeba. Lo hanno annunciato i rispettivi uffici dell’Organizzazione, precisando inoltre all’emittente “Bbc” che Achieng “ha condiviso opinioni personali che non riflettevano” i valori delle Nazioni Unite. La loro sospensione dall’incarico cade dopo che le due responsabili hanno rilasciato un’intervista non autorizzata ad un autore etiope filo-governativo, Jeff Pearce, nella quale hanno accusato i coordinatori dell’emergenza inviati dall’Onu in Etiopia di aver messo da parte il loro ufficio ad Addis Abeba e hanno insinuato che esista una lotta di potere all’interno dell’organismo internazionale. Achieng in particolare ha quindi presentato alcuni superiori come favorevoli al Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), il gruppo contro cui le truppe federali ed alleate sono in guerra dallo scorso novembre e che il governo etiope ha marchiato come organizzazione terroristica.



Lo scorso 1 ottobre il governo dell’Etiopia ha dichiarato “persone non grate” sette funzionari delle agenzie delle Nazioni Unite, invitandoli a lasciare il Paese entro 72 ore con l’accusa di ingerenza negli affari interni. Le persone oggetto del provvedimento, come precisato in una nota diffusa dal ministero ministero degli Affari esteri, sono Grant Leaity, vice coordinatore umanitario per l’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni Unite (Unocha); Sonny Onyegbula, responsabile del team di monitoraggio, reporting e advocacy per l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr); Adele Khodr, rappresentante del Fondo delle Nazioni Unite in Etiopia; Ghada Eltahir Mudawi, vice coordinatore umanitario facente funzione per l’Unocha in Etiopia, Kwesi Sansculotte, consigliere per la Pace e lo sviluppo del coordinatore umanitario e residente delle Nazioni Unite in Etiopia; Saeed Mohamoud Hersi, vice capo dell’ufficio Unocha; Marcy Vigoda, capo dell’Ufficio per il Coordinamento degli affari umanitari in Etiopia. La decisione, presa da Addis Abeba dopo le dichiarazioni del sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, Martin Griffiths, sul “blocco di fatto” degli aiuti umanitari esistente nelle aree del Paese colpite dal conflitto. Secondo fonti Onu, le aree colpite stanno ricevendo solo il 10 per cento degli aiuti di cui hanno bisogno.

Griffiths aveva pertanto invitato il governo etiope a consentire il movimento dei convogli di aiuti nella regione del Tigrè dove, ha denunciato, la carestia che affligge la regione è “creata dall’uomo” e pertanto “vi si può rimediare con l’azione del governo”. “Avevamo previsto che c’erano 400 mila persone in condizioni simili alla carestia o a rischio di carestia, e la supposizione era che se nessun aiuto fosse stato ricevuto adeguatamente, sarebbero scivolate nella carestia”, ha detto Griffiths, riferendosi a una valutazione delle Nazioni Unite di giugno. “”Devo presumere che stia succedendo qualcosa del genere”, ha aggiunto Griffiths, affermando che diversi camion sono entrati nel Tigrè e non sono tornati, aggravando ulteriormente i problemi umanitari. La missione diplomatica dell’Etiopia presso le Nazioni Unite ha dal canto suo affermato che “qualsiasi affermazione sull’esistenza del blocco è priva di fondamento” e che le organizzazioni umanitarie stanno affrontando una carenza di mezzi a causa del mancato ritorno di quasi tutti i camion che si sono recati nel Tigrè per fornire aiuti. Secondo i resoconti delle Nazioni Unite, i camionisti che trasportavano aiuti nel Tigrè sono stati presi di mira almeno due volte e alcuni conducenti sono stati arrestati nel vicino Stato regionale di Afar, anche se in seguito sono stati rilasciati.



L’espulsione dei sette funzionari ha provocato reazioni a catena a livello internazionale. Gli Stati Uniti hanno condannano fermamente la decisione del governo etiope e ne hanno chiesto l’immediata revoca. “I funzionari che saranno espulsi dal Paese includono il capo del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) e il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), il cui lavoro è fondamentale per gli sforzi umanitari in corso”, ha dichiarato in una nota il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ricordando che il presidente Usa Joe Biden ha emesso un ordine esecutivo che stabilisce un nuovo regime di sanzioni che autorizza l’imposizione di sanzioni economiche mirate in relazione alla crisi nel nord dell’Etiopia. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto “scioccato” dalla decisione del governo etiope, che ha definito “senza precedenti”, mentre ripetuti inviti a distendere la tensione sono venuti anche dall’Italia. Oggi stesso, in un intervento a margine dell’evento di presentazione del XII Festival della Diplomazia “Ready for the Unexpected?”, in corso alla Farnesina, la viceministra agli Affari esteri ed alla Cooperazione internazionale Marina Sereni ha ribadito la richiesta – italiana e dei Paesi membri Ue – alle parti di mettere fine alle ostilità, rispettare i diritti umani e di avviare un’inchiesta indipendente sugli abusi, oltre che di garantire il libero accesso degli aiuti umanitari nelle aree colpite. “Siamo molto preoccupati perché c’è un’escalation del conflitto militare che si è esteso anche al di fuori della regione del Tigrè”, ha detto Sereni, per la quale la responsabilità internazionale deve essere quella di “intervenire dicendo una cosa molto semplice: fermiamo le ostilità e permettiamo l’accesso degli aiuti umanitari” nei territori colpiti. Sereni ha definito “drammatica” la situazione umanitaria nel Tigrè e nelle altre regioni coinvolte nel conflitto e garantito che l’Italia “non demorde”. Nonostante i problemi “diplomatici e burocratici” riscontrati in Etiopia nel quadro delle missioni Ue – ha concluso – “continueremo a spingere per far arrivare gli aiuti alle persone che ne hanno bisogno”.

Oggi intanto il ​​portavoce del dipartimento di Stato Usa, Ned Price, ha fatto sapere che gli Stati Uniti stanno valutando “l’intera gamma di strumenti a loro disposizione”, compreso l’uso di sanzioni economiche, per rispondere all’aggravarsi della crisi nel nord dell’Etiopia. Gli Usa, l’Unione europea, la Francia, la Germania e il Regno Unito hanno invitato le parti ad avviare immediatamente negoziati per un cessate il fuoco e porre fine agli abusi e “hanno invitato le parti in conflitto ad aderire al diritto internazionale e consentire la fornitura senza ostacoli di assistenza umanitaria a tutti coloro che stanno soffrendo in Etiopia”, ha affermato Price in una nota. La dichiarazione giunge dopo che ieri il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha ospitato insieme all’inviato speciale Usa per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, un incontro ad alto livello sull’Etiopia che ha visto la partecipazione dell’Alto rappresentante dell’Unione africana Olusegun Obasanjo, del primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, dell’Alto rappresentante della Politica estera Ue Josep Borrell, del ministro degli Esteri britannico Elizabeth Truss, del ministro di Stato tedesco agli Esteri, Niels Annen, e dell’inviato speciale francese per il Corno d’Africa, Frederic Clavier. Le parti hanno accolto con favore lo stretto coordinamento con l’Unione africana nel perseguimento di una soluzione pacifica della crisi.

Il tutto mentre nei giorni scorsi le truppe federali etiopi ed i loro alleati hanno sferrato “l’offensiva finale” contro i combattenti del Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), lanciando attacchi “coordinati su tutti i fronti”. Lo ha dichiarato il portavoce del governo commissariato dello Stato regionale del Tigrè e del Tplf, Getachew Reda, precisando che carri armati, aerei da combattimenti e droni fanno parte dell’artiglieria usata in queste ore contro di loro. Secondo il portavoce, l’offensiva annunciata dal governo del primo ministro Abiy Ahmed la scorsa settimana è ora “in pieno svolgimento”. “Come ripetutamente minacciato e telegrafato al pubblico nazionale e internazionale, l’offensiva finale d(el premier) Abiy per invadere di nuovo il Tigrè, brutalizzare ed umiliare il nostro popolo e ricominciando il suo genocidio è iniziata”, si legge nel comunicato del Tplf, in cui si precisa che “nella mattina di oggi (lunedì), 11 ottobre, l’esercito etiope sostenuto dalle milizie Amhara ha lanciato un’offensiva coordinata su tutti i fronti”. “La guerra non è, e non è mai stata, la prima opzione per il governo del Tigrè”, prosegue Reda, ricordando di aver “ripetutamente chiesto (al governo federale) il rispetto di un cessate il fuoco”, ma aggiungendo che i tigrini sono “stati trascinati in una guerra che non vogliono ma devono vincere per la propria sopravvivenza”.

L’avvio dell’offensiva è l’ultimo atto di un conflitto scatenato il 3 novembre del 2020 da un attacco del Tplf ad una postazione federale nella regione tigrina. Su quel “casus belli”, il premier Ahmed – vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019 – ha scatenato una guerra annunciata come fulminea ma che si è poi trascinata per mesi, con alterne fortune militari. L’avvio di una controffensiva tigrina, a giugno scorso, ha creato uno stallo nel conflitto, con l’aggravarsi di una già precaria situazione umanitaria ed il blocco degli aiuti inviati alle migliaia di persone che nell’ultimo anno sono state costrette a sfollare a causa delle violenze. La convinzione, da entrambe le parti, di poter vincere militarmente questo confronto rende tuttora improbabile un dialogo fra il governo di Ahmed – che lunedì scorso ha giurato per un nuovo mandato di cinque anni – e i combattenti tigrini. Inutili si sono rivelate fino ad ora le ripetute denunce internazionali di crimini di guerra e le sanzioni imposte dal governo degli Stati Uniti a chiunque se ne fosse macchiato.

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