Etiopia: si combatte anche nello Stato di Afar, almeno 20 civili uccisi e migliaia di sfollati

Sarebbero circa 70 mila le persone costrette a fuggire dalle loro case a causa delle violenze

etiopia afar

Almeno 20 civili sono stati uccisi e migliaia di persone sono state costrette a sfollare dalla regione etiope di Afar dopo che pesanti combattimenti sono scoppiati fra le truppe delle Forze di difesa nazionali dell’Etiopia (Endf) e i combattenti del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf), che proseguono la loro avanzata. Lo ha riferito ai media Mohammed Hussen, un funzionario regionale dell’Agenzia etiope di risposta alle emergenze, secondo il quale circa 70 mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa delle violenze. I tigrini, la cui controffensiva nel Tigrè è iniziata a fine giugno con la conquista della capitale Macallè e delle principali città della regione, sono entrati di recente nella confinante regione di Afar, a sua volta alla frontiera sia con Gibuti che con l’Eritrea. Con l’ingresso nella regione il conflitto scoppiato lo scorso 4 novembre sembra essere giunto ad un punto di svolta. Dopo aver riconquistato le principali città del Tigrè – tra cui Adigrat, Wukro, Shire, Axum, Korem e Alamata – i tigrini hanno ora lanciato un’offensiva verso est, con il probabile obiettivo di tagliare la strada che da Addis conduce verso Gibuti, ovvero verso il mare.

Secondo diversi analisti è ormai riduttivo limitare il conflitto al solo Tigrè ma sarebbe invece più corretto parlare di un conflitto generalizzato, considerando che sono coinvolte nei combattimenti le milizie etniche dei diversi Stati regionali (Amhara, Oromia, Sidama, Somali e, ultimo in ordine di tempo, anche Benishangul-Gumuz), alimentando ulteriormente i timori che l’Etiopia sprofondi in una situazione di instabilità cronica. Sebbene il Tplf – e il suo braccio armato, le Forze di difesa del Tigrè (Tdf) – abbia finora dichiarato di non avere ambizioni territoriali e di volersi limitare ad indebolire il nemico anche allo scopo di scoraggiare possibili controffensive da parte delle Forze di difesa nazionali etiopi (Endf), secondo diversi analisti il vero obiettivo dei tigrini sarebbe infatti quello di controllare il collegamento stradale e ferroviario tra Addis Abeba e Gibuti – principale arteria commerciale per l’Etiopia – creando una sorta di zona cuscinetto di “profondità strategica” nella regione di Afar, dove i tigrini possono contare anche sul sostegno dei ribelli locali. In un comunicato diffuso ieri, le Tdf hanno peraltro dichiarato di aver ricevuto la “piena collaborazione” della popolazione locale delle città in cui sono entrate – Sekota, Kobo e Woldia – e di aver intensificato le operazioni militari. Inoltre, come scrive l’analista e docente norvegese Kjetil Tronvoll, una simile strategia avrebbe l’obiettivo di lungo termine di conquistare una posizione contrattuale più forte in un’eventuale trattativa per il cessate il fuoco con il governo federale, il cui vero obiettivo da parte tigrina è quello di ottenere il pieno ritiro delle forze eritree dalla regione.

Nonostante i tentativi dell’esercito federale di contrastare la loro avanzata, anche bombardando località regionali – è il caso della città di Yechila, dove la maggior parte degli edifici è stata distrutta – i tigrini stanno portando avanti ormai da un mese un’operazione di forza volta a destabilizzare il più possibile il nemico. Forti delle conquiste effettuate, i combattenti tigrini hanno rifiutato la proposta di cessate il fuoco che il governo federale ha avanzato dopo la riconquista di Macallè, salvo poi accettarla ma solo subordinandola ad una serie di condizioni tra cui l’istituzione di un’indagine indipendente sulle atrocità commesse nel Tigrè, il ritiro delle truppe eritree e delle milizie Amhara (alleate di Asmara e Addis Abeba), l’accesso incondizionato agli aiuti umanitari nella regione e la piena fornitura di servizi essenziali come elettricità, telecomunicazioni, banche, sanità e istruzione.

Intanto, il governo di Gibuti ha respinto le informazioni secondo cui le sue truppe sarebbero state inviate al confine con l’Etiopia nel timore che i combattimenti tra le Forze di difesa etiopi (Endf) e le Forze di difesa del Tigray (Tdf) possano espandersi nel Paese. In una dichiarazione rilasciata oggi al sito d’informazione somalo “Garowe Online”, il ministro dell’Economia e delle finanze responsabile dell’industria di Gibuti, Ilyas Dawaleh, ha assicurato che non vi è stato alcun movimento di truppe di Gibuti verso il confine con l’Etiopia e non esiste un rischio “immediato” che possa spingere le autorità gibutine a considerare tale opzione. “Posso assicurare che nessun soldato o arma è stato spostato al confine. Non prevediamo alcun rischio che giustifichi una tale mossa. Detto questo, crediamo sinceramente che la nostra regione meriti pace, stabilità e saggezza”, ha detto. Le dichiarazioni giungono dopo che martedì scorso sono circolate notizie riguardo i presunti piani di Gibuti di inviare truppe al confine etiope al fine di impedire alle truppe tigrine di tagliare i collegamenti ferroviari e stradali con Gibuti, strategia quest’ultima che mira a “soffocare economicamente” Addis Abeba. L’Etiopia, infatti, dipende dal porto di Gibuti per la stragrande maggioranza (circa il 95 per cento) delle sue importazioni ed esportazioni.

Le immagini satellitari prese da Google tramite il sistema Sentinel Hub mostrano intanto che la strada che collega Gibuti all’Etiopia è stata chiusa e la presenza di lunghe file di camion che si estendono per otto chilometri dal confine, con nessun segno di passaggio di camion sul lato etiope. Secondo quanto riferito in precedenza da fonti citate da “Garowe Online”, le truppe di Gibuti si sarebbero mosse verso il confine con l’Etiopia per contrastare una possibile minaccia da parte delle Tdf e rafforzare la difesa dei principali collegamenti stradali e ferroviari con l’Etiopia.

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