L’Etiopia sprofonda nella guerra civile, si accendono altri conflitti etnici

Sono al momento tre le regioni in cui si combatte: oltre al Tigrè, quella degli Amhara e degli Afar

A quasi nove mesi dall’inizio dei combattimenti nel Tigrè, i timori per un conflitto generalizzato in Etiopia sembrano aver trovato tristemente riscontro nella realtà. In base alle ultime informazioni di cui si dispone, sono al momento tre le regioni in cui si combatte – oltre al Tigrè, la regione degli Amhara e quella degli Afar – con il rischio concreto che il conflitto si estenda anche alla vicina regione dei Somali e a quella del Benishangul-Gumuz, alimentando a sua volta antiche tensioni etniche mai sopite. Gli ultimi sviluppi del conflitto parlano di un violento attacco condotto dalle milizie di Afar nella città di Gedamaytu, situata nella confinante regione dei Somali e nota anche come Gabraiisa, attacco che ha causato la morte e lo sfollamento di centinaia di civili. A denunciarlo è stato il portavoce del governo della regione dei Somali, Ali Bedel, per il quale le forze speciali Afar – con la presunta complicità del Fronte di unità democratica rivoluzionaria afar (Arduf), che da anni combatte per l’unità del popolo afar e rivendica alcuni territori appartenenti alla regione dei Somali – hanno “massacrato centinaia di civili” entrando nel loro territorio sabato scorso e ingaggiando combattimenti con le truppe federali. Bedel ha precisato che gli attacchi sono stati effettuati nella zona di Sitti e Gedamaytu, spingendo gli abitanti locali a sfollare e cercare rifugio altrove.



Il presidente della regione dei Somali, Mustafa Muhumed Omer, ha dal canto suo confermato che la strada e la ferrovia che collegano la capitale Addis Abeba al porto marittimo di Gibuti sono state bloccate da giovani di etnia somala scesi in piazza ieri per protestare contro l’attacco a Gedamaytu: si tratta di un’arteria fondamentale per il commercio etiope, dal momento che – secondo uno studio del 2018 della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) – circa il 95 per cento delle importazioni etiopi viene trasportato attraverso quel corridoio. Già la scorsa settimana le immagini satellitari prese da Google tramite il sistema Sentinel Hub avevano mostrato lo sbarramento della strada che collega Gibuti all’Etiopia a causa dei combattimenti scoppiati nella regione degli Afar e la presenza di lunghe file di camion che si estendevano per otto chilometri dal confine, con nessun segno di passaggio di camion sul lato etiope. Proprio l’estensione dei combattimenti nella regione di Afar ha allertato le autorità gibutine che, sebbene smentendo ufficialmente di aver adunato le truppe al confine con l’Etiopia per contrastare una possibile minaccia da parte delle Forze di difesa del Tigrè (Tdf) e rafforzare la difesa dei principali collegamenti stradali e ferroviari con Addis Abeba, non hanno escluso che ciò possa avvenire in futuro.

Weldiya



Nel frattempo i combattimenti proseguono su diversi fronti in quello che è ormai diventato un conflitto generalizzato. Si registrano intensi combattimenti nella regione di Amhara – le cui forze di sicurezza sono schierate fin dall’inizio del conflitto con quelle federali – dove, stando a quanto riferito da fonti dell’Europe External Programme with Africa (Eepa, con sede in Belgio), le milizie tigrine hanno conquistato e controllano ora la città di Weldiya, al confine con il Tigrè e l’Afar. Intanto le autorità nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz – anch’esse schierate con le truppe federali – hanno affermato che le loro forze di sicurezza hanno ucciso più di 100 combattenti appartenenti al Movimento democratico popolare di Gumuz (Gpdm), tra cui si nasconderebbero elementi del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf). Secondo quanto riferito dall’emittente federale etiope “Ebc”, all’operazione hanno partecipato congiuntamente la Forza di difesa etiope (Endf), la polizia federale e le forze di sicurezza della regione.

La regione Benishangul-Gumuz

A complicare ulteriormente il quadro ci sono, poi, le mai sopite tensioni al confine tra Etiopia e Sudan che ora rischiano di coinvolgere anche un terzo attore – in realtà già ampiamente presente nel teatro di guerra etiope –, vale a dire l’Eritrea. È notizia di ieri, infatti, che l’esercito di Asmara ha dispiegato ulteriori truppe lungo il confine comune con Sudan ed Etiopia, posizionandole nei pressi della vicina località sudanese di Hamdayet ed allestendo un campo militare vicino all’area di confine di Kassala. Lo riferisce il quotidiano “Sudan Tribune”, secondo cui il rafforzamento della presenza militare nell’area da parte di Asmara ha spinto gli abitanti locali a fuggire: nella sola giornata di domenica scorsa, ad esempio, il campo sudanese di Hamdayet ha registrato l’ingresso di 35 sfollati etiopi, contro la precedente media di tre persone al giorno. Le persone in fuga hanno confermato al quotidiano sudanese che l’esercito eritreo ha posizionato truppe pesantemente armate all’interno del proprio territorio, in una zona strategica per monitorare l’avanzata delle truppe delle Tdf. In uno sviluppo correlato, “Sudan Tribune” segnala inoltre che nelle aree di Shahidi e Jalqa della regione di Amhara, adiacenti all’area contesa di al Fashqa, domenica scorsa ci sono stati altri scontri tra le forze del Tdf e i combattenti di un gruppo etnico noto come Komnt. Rimane intanto chiuso il valico di frontiera sudanese-etiope di Galabat, dopo il rifiuto delle autorità etiopi di rilasciare il capitano dell’esercito sudanese Baha al Din Youssef, arrestato mentre stava dando la caccia a miliziani ahmara che sono accusati di aver rapito tre bambini sudanesi vicino all’omonima città di Galabat.

A destare preoccupazione c’è, poi, la sorte di migliaia di rifugiati eritrei attualmente intrappolati nei due campi profughi di May Ayni e Adi Harush, nella regione del Tigrè, dove l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha denunciato intimidazioni e violenze nei loro confronti e ha ricevuto segnalazioni secondo cui almeno un rifugiato è stato ucciso da gruppi armati che operano all’interno del campo di May Ayni, episodio che si aggiunge all’uccisione di un altro rifugiato avvenuta lo scorso 14 luglio. L’Unhcr fa quindi appello a tutte le parti in conflitto a rispettare i loro obblighi di diritto internazionale, compreso il rispetto del carattere civile dei campi di rifugiati, e il diritto dei rifugiati e di tutti i civili ad essere protetti dalle ostilità. Inoltre, stando alle ultime informazioni riportate da Eepa, 500 militari eritrei trasferiti a Humera sarebbero stati incaricati di prendere il controllo dei campi di May Ayni e Adi Harish per rapire i rifugiati e ricondurli forzatamente in Eritrea dopo aver distrutto i due campi profughi situati a Shemelba e a Hitsats.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram