Ex ministro degli Esteri del Kazakhstan: “Il no a test nucleari gettò le basi del nostro Stato”

In un'intervista ad “Agenzia Nova” Tuleutaj Suleimenov

Kazakhstan

Furono scelte come quella di chiudere il poligono nucleare di Semipalatinsk a creare le basi del Kazakhstan indipendente. Ne ha parlato in un’intervista ad “Agenzia Nova Tuleutaj Suleimenov, primo ministro degli Esteri kazakho, evidenziando l’importanza che ebbero le decisioni della leadership locale nel contesto del collasso dell’apparato sovietico. La chiusura del sito di test nucleare, adottata anche in ragione delle istanze di una società civile in fermento, è stata “un banco di prova per la leadership del nuovo Stato” che, forse più di altre repubbliche ex sovietiche, ha saputo cogliere il momento e riappropriarsi di risorse e prerogative sovrane. “Io stesso – ha raccontato Suleimenov – provengo dalla regione nella quale è situato il poligono. La mia famiglia è originaria di un villaggio non lontano dalle alture alla base della quali si sperimentavano le armi nucleari. Conosco molto bene il problema. È stata indubbiamente una tragedia immensa per il nostro popolo, che ha colpito circa un milione e mezzo di persone. La contaminazione farà sentire i propri effetti per tre secoli, di generazione in generazione”.



Prima della chiusura del poligono, ha ricordato ancora l’ex capo della diplomazia kazakha, “si sono sviluppati dei movimenti popolari; era il tempo della Perestroika, con Mikhail Gorbachev alla guida dell’Unione sovietica. Si andava in direzione del crollo, non c’era una direzione unitaria. Ognuna delle repubbliche seguiva un proprio corso e il potere centrale era particolarmente debole. All’epoca, come altri Paesi, anche noi abbiamo sostenuto la conservazione dell’Unione. Ma sullo sfondo di una dirigenza centrale indebolita, i movimenti popolari si rafforzavano. Il nostro presidente (Nursultan Nazarbayev) ha tentato di trovare un accordo con la leadership a Mosca. I militari avrebbero voluto condurre ancora quattro o cinque esperimenti. Lui si è assunto la responsabilità della decisione e, come capo dell’amministrazione del Kazakhstan, ha chiuso l’area di Semipalatinsk mediante decreto. Su questa scia altri quattro Paesi hanno chiuso altrettanti poligoni per i test nucleari”.

La nostra generazione, ha poi aggiunto Suleimenov, “ha avuto la fortuna di vedere la dissoluzione di un’enorme entità politica, l’Unione sovietica, e la nascita di un nuovo Stato indipendente. Non tutti hanno la fortuna di sperimentare un processo simile nell’arco di una generazione. Lo stesso vale per lo spostamento della capitale da Almaty ad Astana, oggi Nur-Sultan”. “Il 1991 fu un anno molto difficile. C’era una pressione politica immensa e l’intero mondo osservava l’Urss sgretolarsi. Come spesso accade, è in questi momenti che emerge un eroe. Nel nostro caso è venuto fuori Nursultan Nazarbayev e il popolo gli ha accordato fiducia”, ha spiegato l’ex ministro, che vanta una amicizia di lunga data con il primo presidente del Kazakhstan.



Secondo Suleimenov, furono le qualità dei dirigenti a determinare il successo del percorso kazakho. “Come ministro degli Esteri feci tutto quello che era in mio potere, sul piano internazionale. Nell’arco di sei mesi siamo stati riconosciuti da circa 70 Stati: abbiamo stretto contatti bilaterali attraverso l’apertura di rappresentanze diplomatiche e in media ricevevamo la visita di cinque o sei ministri stranieri ogni settimana. Questo in primo luogo perché siamo un Paese molto ricco di risorse. Eravamo il quarto Stato al mondo per risorse petrolifere, il primo per l’uranio e il primo anche per il titanio. Abbiamo cercato aiuto e investimenti ovunque, non solo nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in Occidente e in Italia. Fino al 1997 siamo andati in giro con la mano tesa a chiedere aiuto”.

Poi l’atteggiamento è cambiato. “L’aumento del prezzo del petrolio rispetto al periodo dell’indipendenza, quando si aggirava attorno a soli 8 dollari al barile, ha permesso al governo di modificare la propria posizione. La nostra politica del governo è cambiata, orientandosi all’attrazione di investimenti attraverso le joint-venture. Sono arrivate decine di grandi investitori, per petrolio, gas e minerali. I primi sono stati i francesi, poi anche gli italiani. In seguito è arrivata la (compagnia statunitense) Chevron, che ha concluso un accordo quarantennale dal valore di un miliardo di dollari. Oggi – ha concluso Suleimenov – siamo un Paese sicuro, che ha i propri punti di forza nella stabilità e nella predisposizione al lavoro della popolazione”.

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