Filippine: Sara Duterte annuncia la propria candidatura alla vicepresidenza

La sindaca di Davao farà da braccio destro del senatore Bong Go

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Sara Duterte, sindaca della città di Davao City e figlia del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, ha formalizzato la propria candidatura alla vicepresidenza di quel Paese, in vista delle elezioni in programma il prossimo anno. L’annuncio giunge poche ore prima della scadenza per la presentazione delle candidature fissata dalle autorità elettorali del Paese per oggi, 15 novembre. La figlia del presidente delle Filippine, attualmente in testa nei sondaggi di gradimento in vista delle elezioni che segneranno la fine del mandato di capo dello Stato del padre Rodrigo, aveva annunciato la scorsa settimana che non si sarebbe ricandidata a sindaco di Davao City. Non era ancora chiaro però se Duterte intendesse candidarsi alla presidenza o vicepresidenza delle Filippine. La sindaca di Davao farà da braccio destro del senatore Bong Go, figura politica vicina al presidente uscente delle Filippine che si era inizialmente candidato a sua volta alla vicepresidenza. Go ha dichiarato che la decisione di modificare la propria candidatura “risponde a una decisione del presidente Duterte”.



La candidatura della vicepresidente Leni Robredo alla presidenza delle Filippine, annunciata dalla diretta interessata all’inizio di ottobre, contribuisce a delineare più compiutamente il cangiante quadro politico di quel Paese in vista delle elezioni presidenziali, che si terranno il 9 maggio 2022. La vicepresidente, nota come una tra le più strenue oppositrici politiche del presidente uscente, Rodrigo Duterte, va ad allungare una lista già variegata di candidati alla presidenza, che include il figlio dell’ex dittatore Marcos, Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr.; la star filippina della boxe Manny Pacquiao, e il sindaco di Manila Isko Moreno. Le divisioni interne al partito di governo delle Filippine Pdp-Laban, incapace di coalizzarsi attorno ad una singola candidatura, e l’impossibilità del presidente Duterte di candidarsi ad un nuovo mandato per intercorsi limiti costituzionali, avevano giù contribuito a complicare lo scenario politico filippino all’inizio del mese di settembre, quando il successore designato di Duterte, Dong Go, aveva rinunciato a sorpresa alla nomina presidenziale. Lo scorso fine settimana, lo stesso Duterte ha annunciato a sorpresa il proprio ritiro definitivo dalla politica, rinunciando anche alla candidatura a vicepresidente e lasciando campo libero alle correnti di Pdp-Laban che non fanno gli fanno riferimento.

All’interno della maggioranza di governo conservatrice, il ritiro di Duterte dalla politica ha allargato lo spazio a disposizione di Panfilo Lacson, presidente della commissione Difesa e sicurezza del Senato filippino ed ex capo della Polizia nazionale di quel Paese, che ha già tentato senza successo la candidatura alla presidenza nel 2004. Lacson è presidente del Partido Reporma, ricostituito lo scorso anno da diversi fuoriusciti di Pdp-Laban, incluso l’ex presidente del parlamento Pantaleon Alvarez. La formazione politica sta discutendo la formazione di una alleanza elettorale con altri due partiti: l’Alleanza nazionalista unita e la Coalizione popolare nazionalista il cui leader, Tito Sotto, è invece candidato alla vicepresidenza.



La candidatura di Lacson è stata seguita da quella del celebre pugile filippino Manny Pacquiao,che ha deciso di appendere i guantoni al chiodo e tentare la scalata ai vertici istituzionali del Paese. Vincitore di 12 titoli mondiali, Pacquiao ha concluso i suoi 26 anni di carriera con 39 k.o. all’attivo. È la sola persona nella storia ad aver vinto titoli mondiali in otto diverse categorie di peso. Pacquiao ha intrapreso la propria carriera politica come deputato della Camera dei rappresentanti nel 2007, dopo aver intrapreso studi di governance e diritto presso l’Accademia di sviluppo delle Filippine. Nel 2016 è stato eletto senatore tra le file dell’Alleanza nazionalista unita, parte della coalizione attualmente al governo, e nel corso del suo mandato si è distinto per un elevato tasso di assenze dall’Aula, ma anche per la presentazione di 31 disegni di legge, incluso uno per la reintroduzione della pena capitale. Lo scorso dicembre Pacquiao ha assunto la carica di presidente ad interim del primo partito di governo, Pdp-Laban, e ilmese scorso ha accettato l’offerta di rappresentare come candidato alla presidenza una delle principali correnti del partito ostili al presidente Duterte, che il pugile accusa di aver peggiorato la situazione del Paese.

Il 21 settembre scorso è sceso in campo in vista delle presidenziali anche il sindaco di Manila, Francisco Domagoso, meglio noto col suo nome d’arte Isko Moreno, Il sindaco 46enne della capitale filippina, che ha trascorso l’infanzia nell’indigenza prima di debuttare come attore televisivo e poi in politica, alla fine degli anni Novanta, ha presentato la propria candidatura tramite una “trasmissione speciale” rilanciata da varie emittenti televisive e radiofoniche. Moreno è divenuto sindaco di Manila nel 2019, quando ha sconfitto alle elezioni l’ex presidente Joseph Estrada. Nel 2016 si era candidato senza successo alle elezioni per il Senato delle Filippine. Moreno ha deciso di affiancare alla propria candidatura quella a vicepresidente di Willie Ong, un medico molto seguito sui social media, che potrebbe consentire al sindaco di capitalizzare politicamente la situazione di crisi sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19.

Gli ultimi due politici a scendere in campo in vista delle elezioni presidenziali sono stati Ferdinand Marcos Jr., figlio dell’ex dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, e Leni Robredo, che nel 2016 ha strappato la vicepresidenza delle Filippine proprio a Marcos Jr. per una manciata di voti, divenendo protagonista con quest’ultimo di una battaglia legale durata quattro anni.Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. è figlio secondogenito dell’ex dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, la cui giunta militare venne deposta dalla “rivoluzione del rosario” del 1986. Marcos Jr. ha alle spalle una laurea all’Università di Oxford e una frammentaria carriera politica: dapprima come vicegovernatore e governatore provinciale,prima della rivoluzione che nel 1986 lo costrinse all’esilio coi suoi familiari; e poi da senatore tra il 2010 e il 2016, quando la sua carriera politica ha subito una nuova battuta d’arresto proprio a seguito della mancata elezione a vicepresidente. L’annuncio della candidatura di Marcos Jr alla presidenza ha innescato prevedibili polemiche e proteste da parte di manifestanti che hanno bruciato immagini di suo padre e dell’attuale presidente, Rodrigo Duterte. I manifestanti hanno ricordato le violazioni dei diritti umani avvenute tra il 1972 e il 1981, quando Marcos impose la legge marziale nel Paese.

La vicepresidente delle Filippine Leni Robredo, icona delle forze di opposizione al presidente Rodrigo Duterte, ha annunciato la sua candidatura alla carica di capo dello Stato il 7 ottobre. La 56enne Robredo, una tra i politici filippini che più hanno contestato la guerra alla droga e le politiche pro-cinesi di Duterte, è ad oggi l’unico candidato alla presidenza chiaramente collocabile nell’area dell’opposizione al presidente in carica. Ex procuratrice e madre di tre figlie, Robredo è vedova dell’ex segretario dell’Interno Jesse Robredo, che nell’anno 2000 vinse il riconoscimento per la governance Ramon Magsaysay Award, noto come il “Nobel asiatico”. Jesse perse la vita in un incidente aereo nel 2012, mentre serviva come segretario nel governo del presidente Benigno Aquino. L’anno successivo Robredo decise di scendere il politica e ottenne un seggio al Congresso, sostenendo politiche di assistenza alle classi meno abbienti e contrasto alle diseguaglianze socioeconomiche che nel 2016 la aiutarono a conquistare la vicepresidenza come candidata del Partito liberale di centrosinistra. Robredo si candida alla vicepresidenza delle Filippine come rappresentante di una coalizione di esponenti dell’opposizione progressista nota come 1Sambayan, ma la sua candidatura non può più contare su un apparato organizzato come quello del Partito liberale, e i sondaggi non paiono attribuirle un consenso sufficiente a sconfiggere gli avversari.

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