Flessibilità e gioco di squadra, il ruolo del diplomatico nel futuro post-Covid secondo Alberti

Marco Alberti, nominato Ambasciatore in Kazakhstan, in un'intervista ad "Agenzia Nova"

marco alberti

Il diplomatico moderno “non può nascondersi dietro uno status”, ma, al pari di ogni altro manager pubblico e privato, dovrà essere in grado di creare valore, calandosi in un mondo “molto più veloce e trasformativo di quello che abbiamo conosciuto finora, nella consapevolezza che le sfide del futuro “coinvolgono un numero maggiore di attori, spesso diversi fra loro, con i quali occorre interagire”.



Marco Alberti, diplomatico di carriera, nominato Ambasciatore in Kazakhstan dopo un periodo di distacco trascorso in Enel come responsabile Affari Istituzionali Internazionali, racconta nel suo “Open diplomacy – Diplomazia aumentata al tempo del Covid-19”, edito da Rubbettino, sfide e cambiamenti di una professione fra le più affascinanti, della quale tuttavia ancora “si sa troppo poco”. “Se ne parla di rado” – spiega Alberti nel libro – “e lo si fa per lo più utilizzando chiavi di lettura datate”. “Eppure” – sottolinea l’autore in un’intervista ad Agenzia Nova – “nel mondo di oggi la diplomazia riveste crescente importanza e genera un valore aggiunto ancora non del tutto percepito”.

“Oggi la diplomazia esercita un ruolo analogo a quello che nei sistemi informatici è svolto dal ‘system orchestrator’: mettere insieme parti diverse per far funzionare il sistema e moltiplicare il valore apportato da ognuno”. La diplomazia, dunque, è chiamata ad agire non solo come una “forza” in sé, ma sempre più spesso come un “moltiplicatore di forze”, in un mondo digitale, veloce ed interconnesso, nel quale diventa indispensabile saper costruire percorsi di collaborazione aperta, per affrontare sfide globali che nessun attore potrebbe gestire da solo.



In questo contesto, secondo Alberti, la vera domanda non è se la diplomazia serve (“perché servirà sempre di più”), ma “quale diplomazia serva”. Per progredire e continuare a creare valore, infatti, neppure la diplomazia può evitare di misurarsi con una equazione innovativa, cioè con l’esigenza di preservare la propria tradizione e i propri valori, ma, al tempo stesso, con l’urgenza di adattare i metodi operativi alle mutevoli circostanze del nostro tempo.  “Per ogni organizzazione, pubblica e privata” – sostiene convintamente Alberti – “diventa sempre più importante migliorare ciò che le proprie persone sanno (conoscenze), sanno fare (competenze) e sanno essere (stile di leadership)”. Questo discorso è ancor più vero ed attuale nel caso della diplomazia economica, chiamata a supportare la crescita internazionale e l’export delle imprese in un mondo nel quale la competitività non riguarda più soltanto prodotti o brand, ma interi ecosistemi, e richiede pertanto azioni collaborative ad ampio raggio. In tale contesto, ci ricorda l’autore di Open Diplomacy, nessuna funzione pubblica – se rimane analogica – può accompagnare lo sviluppo digitale delle aziende e la crescita innovativa del Paese.

Aprirsi all’interazione con una vasta gamma di stakeholder aiuta la diplomazia a gestire azioni sempre più complesse e declinazioni sempre più nuove della propria funzione. La digitalizzazione, ad esempio, accelera l’avvento di una “data-driven diplomacy”, come la definisce Alberti nel suo libro, “cioè non il semplice esercizio della diplomazia mediante l’uso di strumenti digitali, ma una trasformazione profonda della diplomazia ad opera dei big data e delle tecnologie collegate al loro utilizzo”. A sua volta, la transizione ecologica, inscindibile da quella digitale, richiede una diplomazia ambientale in grado di affrontare la crisi climatica, principale sfida del XXI secolo, costruire alleanze inedite, gestire nuove forme di confronto, accompagnare il riequilibrio della potenza realizzato intorno all’asse ambientale.

In questo scenario, “aspettare” la realtà è molto pericoloso: occorre piuttosto “immaginare” un futuro tra i tanti possibili e cercare di raggiungerlo, affidandosi ad analisi predittive ed attuando strategie anticipatorie della realtà. In altre parole, potremmo dire con le parole dell’autore, “le best practise invecchiano troppo presto e bisogna dotarsi di next practise, cioè di azioni basate su metodi di lavoro nuovi, a volte anche sperimentali, in grado di sfruttare l’enorme potenziale offerto dalla tecnologia”.

A tal fine, vale una frase pronunciata da Staffan de Mistura, alto funzionario Onu ed ex sottosegretario agli Esteri, che una volta ricordò come in diplomazia la creatività fosse la qualità più importante. Naturalmente, intendendo questo concetto non nella sua accezione artistica, ma riferito alla flessibilità e alla duttilità necessarie per trovare o costruire opzioni diverse a problemi complessi.

Nelle trame di Open Diplomacy, il rapporto pubblico-privato viene riscoperto e riproposto come un elemento essenziale per affrontare una società aperta e collaborativa, che sta riorganizzando sé stessa e il proprio sviluppo intorno agli assi portanti dell’innovazione e della sostenibilità. D’altra parte, “se la competitività riguarda interi ecosistemi, pubblico e privato non possono continuare a criticarsi, ma devono interagire fra loro accrescendo il contributo strategico che ciascun attore può offrire al sistema”.  Il Covid-19 ha dimostrato al mondo, purtroppo in maniera tragica, che nessuno può fare da solo. Ma per agire insieme occorre imparare a farlo, lavorando su percorsi di collaborazione affatto scontati e “integrando in maniera armonica all’interno del circuito diplomatico nuove competenze e nuove attitudini che consentano alla carriera di esprimere il grande potenziale di cui è in possesso”.

Siamo ad una svolta importante delle relazioni internazionali. L’antagonismo fra Stati non è scomparso, naturalmente. Ha subìto una mutazione genetica, si dice in Open Diplomacy, cambiando natura e prediligendo strumenti diversi. Oramai, la competizione tra Paesi industrializzati si esprime essenzialmente in forma economica, e soprattutto tecnologica, non più militare. La geo-economia digitale, che spesso prende la forma delle opportunità e delle minacce proprie del mondo cyber, sta modificando assetti a lungo consolidati, proponendo nuove modalità di interazione multi-stakeholder.

Viviamo un tempo favorevole per chi detiene soft power. Un momento propizio per la diplomazia, specialmente per quella di Paesi, come l’Italia, che dalle diverse transizioni in atto, digitale, ecologica e di potenza, possono trarre dividendi positivi. Abbiamo elevati indici di sostenibilità e circolarità economica, le nostre PMI sono ben posizionate nei mercati internazionali e le aziende partecipate esprimono livelli di eccellenza globale proprio nei settori-chiave dell’economia del futuro. Il ruolo internazionale dell’Italia, si dice in Open Diplomacy, dipenderà anche dagli strumenti e dai percorsi innovativi che la diplomazia economica saprà definire per tutelare e promuovere l’interesse nazionale nel mondo.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram