Gestione pandemia in Brasile: il parlamento chiede l’incriminazione di Bolsonaro e 78 funzionari

Il senatore Renan Calheiros ha definito il presidente un "serial killer"

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La commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) sulla gestione della pandemia in Brasile ha approvato la richiesta di aprire indagini nei confronti del presidente, Jair Bolsonaro, e altri 78 funzionari, per nove possibili reati che vanno dall’attentato alla Costituzione ai crimini contro l’umanità. Una richiesta che verrà ora valutata dalla giustizia: il testo del relatore Renan Calheiros, passato con sette voti favorevoli e quattro contrari, verrà infatti trasmesso al Procuratore generale della Repubblica (Pgr), Augusto Aras, perché lo inoltri agli organi competenti rispetto al tipo di reato evocato. Nel rapporto si sollecita tra le altre cose anche di rimuovere tutti i profili di cui Bolsonaro dispone sui social media, perché utilizzati per diffondere “notizie false” sulla pandemia. Poco prima di passare ai voti, il senatore Calheiros ha definito il presidente un “serial killer”, accusandolo di non aver mostrato rispetto per la vita dei brasiliani. Al termine della seduta, durata dieci ore, i senatori hanno osservato un minuto di silenzio in ricordo delle oltre 606 mila vittime della Covid-19 nel paese.



La lista della Cpi include i nomi di sei ministri o ex ministri del governo Bolsonaro: Eduardo Pazuello, Marcelo Queiroga, Onyx Lorenzoni, Ernesto Araújo, Wagner Rosário e Walter Braga Netto. Il relatore ha inoltre raccomandato l’incriminazione di tre figli del presidente: il senatore Flávio Bolsonaro, il deputato Eduardo Bolsonaro e il consigliere municipale di Rio de Janeiro Carlos Bolsonaro. Per i tre l’ipotesi di reato è quelli di istigazione a delinquere. Nell’elenco di possibili indagati figurano anche i deputati di maggioranza Bia Kicis, Carla Zambelli, Carlos Jordy, Osmar Terra e Ricardo Barros e gli imprenditori, Luciano Hang e Carlos Wizard.

Nella lunga e articolata relazione, si parla del reato imputabile a chi causa una pandemia diffondendo i germi patogeni: fino a quattro anni di prigione se il reato viene riconosciuto come colposo, fino a 15 in caso di “comprovata intenzionalità” di commettere il reato, elevabili a 30 se ci sono morti. Nella lettura della commissione, il reato può essere imputato anche a chi non agisce in modo da evitare che l’epidemia abbia conseguenze peggiori del previsto: è il caso, si legge nel rapporto, della ricerca dell’immunità di gregge tramite i “ripetuti” appelli di governo e presidente ad esporsi al contagio. In questa fattispecie rientrerebbero anche le ripetute critiche alle misure di isolamento sociale disposte dagli enti locali, così come la decisione di riaprire esercizi commerciali e attività nei momenti peggiori della crisi.



C’è poi il reato ascrivibile a chi infrange le prescrizioni che le autorità adottano per impedire la diffusione delle malattie. La pena in questo caso è da un mese a un anno di reclusione, più una sanzione pecuniaria. Il rapporto della commissione raccoglie numerosi casi in cui il presidente ha infranto l’obbligo della mascherina in riunioni di lavoro e cerimonie ufficiali, oltre alle situazioni in cui ha creato assembramenti o invitato altri a disattendere le misure. Da tre mesi a un anno sono comminabili a comportamenti da “ciarlatano”: chiunque promuova o divulghi la possibilità di una guarigione con mezzi segreti o infallibili. Il capo dello Stato, denuncia la commissione, ha sempre sostenuto l’efficacia, nella cura della Covid-19, di farmaci i cui effetti non sono supportati da nessuna evidenza scientifica né da raccomandazione delle agenzie sanitarie internazionali. È il caso di prodotti come la clorochina e l’ivermectina, ripetutamente raccomandati alla popolazione e causa delle dimissioni di almeno due ministri della Sanità, contrari a inserirli nei protocolli sanitari ufficiali.

La Cpi parla anche di istigazione al reato, punibile con pena detentiva fino a sei anni e multa, evocando gli appelli a non rispettare le norme di prevenzione, come la già citata distanza sociale. A questa fattispecie viene ricondotto anche l’incoraggiamento del presidente a fare irruzione negli ospedali da campo per verificare che i posti letto fossero davvero occupati da pazienti Covid, augurandosi – nel parere dei parlamentari – che le registrazioni video potessero circolare sui social amplificando gli effetti del reato. Potrebbero scontare fino a tre mesi di reclusione, con annessa multa, i funzionari o agenti pubblici che utilizzano risorse pubbliche in modo diverso da quello disposto originariamente. Vengono in questo caso evocate le spese sostenute per fabbricare e acquisire il cosiddetto “kit Covid”, contenenti i farmaci non autorizzati dalle agenzie sanitarie. Su tutti, risalta l’incremento della produzione di clorochina, con spese mantenute anche una volta dimostrata la sua inefficacia nella cura del covid.

Chi ostacola o sospende l’esecuzione di un atto d’ufficio per perseguire propri interessi commette un reato di prevaricazione punibile fino a un anno di reclusione. È il caso, equiparabile all’omissione d’atti d’ufficio, sorto dopo che un deputato – Luis Miranda – sosteneva di aver avvertito il presidente su possibili atti illeciti nell’acquisto del vaccino indiano Covaxin. Una denuncia cui Bolsonaro no ha fatto seguire l’istruzione di avviare opportune verifiche. In presidente aveva confermato l’incontro con Miranda ma non di aver ricevuto la segnalazione. Successivamente rimandava all’allora ministro della Salute, Eduardo Pazuello la responsabilità della gestione del dossier.

Infrangendo il diritto alla vita o alla salute il presidente potrebbe anche essere riconosciuto come responsabile di atti che attentano alla Costituzione. La commissione parlamentare di inchiesta del Brasile insiste nel segnalare la ripetuta difesa dell’obiettivo dell’immunità di gregge, senza peraltro promuovere la risposta vaccinale: una esortazione ad esporsi al contagio di un virus letale che porta con sé il rischio di aumentare esponenzialmente il numero di decessi. Ad alimentare la stessa ipotesi di reato gli altri comportamenti più volte denunciato: il ritardo nell’acquisto dei vaccini, gli assembramenti e la raccomandazione di farmaci non opportuni. L’attentato alla Costituzione potrebbe costare a Bolsonaro anche la perdita dell’incarico, tramite una procedura di impeachment che deve essere autorizzata dalla Camera e votata dal Senato. L’esito di questa denuncia è quindi più un tema politico che giudiziario.

I comportamenti del capo dell’esecutivo del Brasile potrebbero per la commissione anche configurare crimini contro l’umanità, ai sensi dello Statuto di Roma, di cui il Brasile stesso è firmatario. Nello specifico il riferimento è a chi utilizzando la propria posizione di potere propizia o tollera attacchi generalizzati o sistematici contro la popolazione civil, provocando la morte o causando intenzionalmente sofferenza, danni fisici o morali. I ripetuti appelli a non rispettare le distanze sociali decise dai governi statali o gli inviti trasmessi in dirette televisive a riprendere la vita quotidiana configurano per la Cpi “un attacco generalizzato e sistematico tramite il quale il governo ha, deliberatamente, cercato di mantenere attiva la malattia. Il presidente avrebbe inoltre mancato al dovere di proteggere determinati segmenti della popolazione, come gli indigeni. Il dossier passa in questo caso alla Corte penale internazionale (Cpi), che può comminare pene fino a 30 anni.

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