Haiti: omicidio Moise, procuratore chiede l’incriminazione del primo ministro Henry

Al primo ministro vengono contestate delle conversazioni telefoniche che avrebbe avuto poco dopo l'omicidio del presidente con uno dei principali sospetti del caso

Jovenel Moise - Haiti

Il procuratore di Port-au-Prince, Red-Ford Claude, ha chiesto l’incriminazione del primo ministro di Haiti, Ariel Henry, per l’omicidio del presidente Jovenel Moise, avvenuto il 7 luglio nella sua residenza privata. Il magistrato inquirente ha inoltre sollecitato il divieto di espatrio per Henry, “in ragione della gravità dei fatti” a lui attribuiti: al primo ministro vengono contestate delle conversazioni telefoniche che avrebbe avuto poco dopo l’omicidio di Moise, con uno dei principali sospetti del caso, l’ex funzionario della lotta anticorruzione del ministero della Giustizia, Joseph Badio. Grazie alla geolocalizzazione, riferiscono i media locali, gli inquirenti avrebbero verificato che al momento dell’omicidio, Badio si trovava non lontano dalla residenza di Moise. “Ci sono sufficienti elementi compromettenti” che motivano “l’opportunità di perseguire Henry e chiedere direttamente la sua incriminazione”, si legge in una lettera trasmessa da Bed-Ford Claude al tribunale di primo grado.



Il procuratore aveva la settimana scorsa chiesto ad Henry di presentarsi oggi in tribunale per fare chiarezza sugli elementi indiziari a suo carico. Il primo ministro, impegnato nella firma di un accordo politico che dovrebbe garantire governabilità al Paese fino a nuove elezioni presidenziali, aveva derubricato la richiesta a una “manovra diversiva”. E i veri colpevoli, gli autori intellettuali e i mandanti dello spregevole omicidio del presidente Jovenel Moise dsaranno trovati, portati dinanzi alla giustizia e punti”, assicurava Henry, secondo cui “le manovre diversive per gettare confusione e impedire alla giustizia di fare serenamente il suo corso non finiranno mai”.

La mattina del 7 luglio, il presidente di Haiti Jovenel Moise viene torturato e ucciso nella sua residenza privata, colpito da almeno dodici colpi d’arma da fuoco. Nella sparatoria finisce anche la moglie Martine, ferita in modo grave, mentre due figli escono illesi. La guardia presidenziale non pare essere intervenuta. Il primo ministro uscente, Claude Joseph, decreta in breve lo stato d’assedio e il coprifuoco. La Polizia di Haiti identifica come esecutore materiale dell’omicidio un “commando” di 28 elementi, due statunitensi di origini haitiane e 26 colombiani, quasi tutti ex militari, e nel giro di 24 ore ne arresta almeno 16. Dall’audio di alcune testimonianze video gli uomini sembrano essersi presentati come agenti della Dea. Il capo della guardia presidenziale, Dimitri Hérard, diserta l’interrogatorio previsto per fare chiarezza sui fatti e viene arrestato, così come il medico 63enne Emmanuel Sanon, ritenuto “autore intellettuale” dell’omicidio. Il resto dei colombiani – tranne tre che vengono uccisi e un paio ancora latitanti – viene arrestato nei giorni successivi, anche grazie all’intervento di alcuni cittadini haitiani, a caccia di latini dalla carnagione chiara.



Tra il 7 e l’8 luglio, la Polizia di Haiti ha già identificato e arrestato quasi tutti gli uomini del “commando” ritenuto responsabile dell’omicidio. Al netto dei tentativi di fuga e la morte di tre elementi, avvenuta in circostanze ancora non chiare, desta sorpresa la mancanza di reazione del gruppo, con arresti scattati nei pressi della scena del crimine, la villa presidenziale nel lussuoso quartiere di Pétion-Ville. Si fa strada l’ipotesi che gli ex militari non abbiano lasciato il campo perché sicuri di poter godere dell’immunità promessa loro dal committente stesso dell’omicidio, lo stesso che avrebbe provveduto ad affidargli remunerativi compensi di sicurezza nel futuro governo.

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