Honduras, Nasralla: “Non ci sono ragioni per un’alleanza con la Cina”

"Fino a quando abbiamo l'appoggio degli Stati Uniti non c'è ragione per discutere", ha sottolineato l'aspirante vicepresidente onduregno

Salvador Nasralla - Honduras

Non ci sono al momento “ragioni” per cui l’Honduras, anche sotto l’imminente presidenza dell’esponente di sinistra Xiomara Castro, debba stabilire relazioni con la Cina, rinnegando quelle in essere con Taiwan. Lo ha detto Salvador Nasralla, aspirante vicepresidente onduregno in un’intervista concessa a “La Prensa”. “Fino a quando abbiamo l’appoggio degli Stati Uniti non c’è ragione per discutere con il socio e con la potenza che abbiamo vicino, quella che ci compra la gran parte delle merci e con cui abbiamo i maggiori rapporti”, ha detto Nasralla, secondo cui la possibilità di stabilire rapporti con la Cina “non è nei piani”. L’Honduras è oggi tra i 15 Paesi ad aver istituito formali relazioni diplomatiche con Taiwan, ma alla vigilia del voto di fine novembre si è molto discusso della possibilità che Castro, moglie dell’ex presidente di sinistra Manuel Zelaya, potesse procedere a una ricollocazione geopolitica del Paese.



Uno spostamento verso posizioni e alleanze “socialiste” che sarebbe nelle corde del partito Libertad y Refundación (Libre) di cui fa parte Castro, ma non Nasralla. Questi si è anche mostrato scettico sulla possibilità di un avvicinamento a Paesi come Venezuela e Nicaragua. “Io a titolo personale non ho nessuna amicizia con loro. Non so che tipo di necessità possiamo avere noi con il Venezuela. La relazione con Caracas non cambierà e con il Nicaragua, oltre al fatto che è una relazione basata sul condividere i confini non c’è altro”, ha detto. Nasralla, già candidato alla presidenza alle passate elezioni, ha deciso ad ottobre di rinunciare a una corsa in solitaria, per dare più forza a Castro nel tentativo di mettere fine ai dodici anni di governo dello storico Partito nazionale (Pn), da ultimo rappresentato dal presidente uscente Juan Orlando Hernandez.

Il Paese si è recato alle urne il 28 novembre per eleggere il presidente, tre vicepresidenti, 128 deputati al parlamento locale, 20 deputati del parlamento centroamericano e 298 sindaci comunali. Al processo elettorale hanno partecipato 14 partiti politici e dodici candidati presidenziali. Con il 67 per cento delle schede scrutinate, Castro ha al momento incassato 1.209.846 voti, il 51,41 per cento dei consensi. Nasry Asfura, esponente del governativo Partido nacional (Pn) e sindaco uscente di Tegucigalpa, ha ottenuto 835.009 voti, il 35,48 per cento del totale. Al terzo posto, in un voto cui secondo il Consiglio nazionale elettorale (Cne) hanno partecipato il 62 per cento degli aventi diritto, si colloca Yani Rosenthal, del Partito liberale, di stampo conservatore (9,58 per cento). Secondo le prime informazioni riportate da osservatori internazionali e dallo stesso Cne, la giornata elettorale si è svolta senza particolari tensioni.



L’aspirante presidente ha detto che l’esito delle urne è il premio ai dodici anni di “resistenza” opposti al governo del Partito nazionale e la dimostrazione che “solo il popolo salva il popolo”. “Sono stati dodici anni di resistenza, ma non sono trascorsi invano perché oggi il popolo si è pronunciato e dando valore a questa frase: solo il popolo salva il popolo“. La moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, che aspira a diventare la prima donna a ricoprire questo incarico nel Paese centroamericano, ha ringraziato anche i protagonisti dell’alleanza con sui ha sostenuto la corsa, a partire dal vice Salvador Nasralla, già candidato alla presidenza alle passate elezioni che a ottobre ha definitivamente rinunciato a una corsa in solitaria.

Castro ha parlato della necessità di riformare la scena politica e istituzionale del paese. “Formeremo un governo di riconciliazione nel nostro paese, un governo di pace e giustizia, daremo il via a un processo con tutto l’Honduras per garantire una democrazia partecipativa, una democrazia diretta, perché ricorreremo alle consultazioni popolari, questa sarà una norma del nostro governo”, ha detto Castro profilando una “democrazia diretta, partecipativa” per una “nuova era” nel paese. Se confermata, l’affermazione di Castro segna tra le altre cose l’ascesa di un presidente non appartenente alle fila del Partito liberale (centrodestra) e del Pn (destra) in oltre cento anni di storia. Un bipartitismo considerato superato già alle elezioni del 2013 vinte da Juan Orlando Hernandez (Pn), ma con Libertad y Refundacion affermatosi come secondo partito per numero di voti.

In campagna elettorale, Castro ha d’altro canto predicato un progetto di “socialismo democratico”, intrecciando diversi temi di politica ed economica: dalla depenalizzazione dell’aborto alla riduzione delle commessioni bancarie sulle rimesse dall’estero, alla creazione di una commissione internazionale contro la corruzione con il sostengo delle Nazioni Unite. La probabile presidente ha anche annunciato l’azzeramento di leggi del governo uscente, a partire da quella che aveva istituito le “Zone di occupazione e sviluppo economico” (Zedes) ritenute spazi di protezione fiscale per il malaffare. La paventata sterzata a sinistra potrebbe d’altro canto non trovare via facile in una società che ha mostrato un suo deciso profilo conservatore, come dimostrato ad esempio dal tentativo di introdurre nel percorso scolastico una educazione sessuale “inclusiva per le persone Lgtbiq+”, progetto che il governo ha ritirato definendolo, sulla scorta di una furiosa protesta social, “un errore”.

Il mandato di Castro rimanda inevitabilmente al governo di sinistra del marito Manuel Zelaya già presidente dal gennaio del 2006 a giugno del 2009. Appena entrato in carica, “Mel” Zelaya ha firmato la legge sulla Partecipazione cittadina, principale bastione di un progetto di riforma delle istituzione e della vita democratica del Paese. Quindi varava un decreto per l’istruzione gratuita in diversi livelli scolastici e disponeva il passaggio di elementi dell’esercito alla polizia nazionale. Una serie di contenziosi con imprese internazionali portò il Paese a varare nuove regole sull’importazione dei carburanti, mettendo di fatto fine alle gare che erano state sino ad allora indette da Tegucigalpa. A fine gennaio 2008, l’Honduras sarebbe entrato ufficialmente in Petrocaribe, l’alleanza grazie al quale il Venezuela avrebbe garantito 20mila barili di petrolio al giorno per la generazione di energia termica. Zelaya, destituito con un colpo di stato nel 2009 dall’allora presidente del parlamento Roberto Micheletti, aveva abbandonato il Paese per poi rientrarvi due anni dopo, continuando ad esercitare una certa influenza nella scena politica.

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