La Cina assume un ruolo più assertivo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Confermato l'impegno di Pechino a diventare un attore chiave della sicurezza globale

ministro esteri cinese

Il ruolo sempre più assertivo che la Cina ha assunto nel quadro dell’ultima crisi del conflitto israelo-palestinese appare una novità storica e conferma pienamente l’impegno di Pechino a diventare un attore chiave della sicurezza globale. Ieri, presiedendo il dibattito aperto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Medio Oriente, il ministro degli Esteri Wang Yi ha presentato una proposta in quattro punti per fermare l’escalation. Wang ha spiegato che l’iniziativa della Repubblica popolare prevede in primo luogo la cessazione immediata delle violenze: “La Cina – ha detto il ministro – condanna fermamente gli atti violenti contro i civili”. In secondo luogo, “l’assistenza umanitaria è una necessità urgente”: Wang ha esortato Israele ad adempiere agli obblighi previsti dai trattati internazionali. In terzo luogo, Pechino evidenzia la necessità di sostegno internazionale: “Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve intraprendere un’azione vigorosa sul conflitto Palestina-Israele e spingere la situazione a raffreddarsi in tempi brevi”, ha affermato il ministro, che da ultimo ha definito la soluzione a due Stati “la via d’uscita fondamentale” per una coesistenza pacifica tra Palestina e Israele.



La Cina, inoltre, si è detta disponibile ad ospitare colloqui di pace tra le parti, nel timore che il conflitto in atto a Gaza possa innescare una crisi “incontenibile” nella regione mediorientale. La Cina, che ha assunto la presidenza di turno del Consiglio all’inizio di maggio, “continuerà a sollecitare la pace e promuovere i colloqui, e adempiere alle nostre responsabilità alla presidenza del Consiglio di sicurezza”, ha detto il capo della diplomazia di Pechino. “Riaffermiamo il nostro invito agli inviati di pace della Palestina e di Israele a venire in Cina per aprire il dialogo e accogliamo con favore i negoziatori di entrambe le parti per impegnarsi in colloqui diretti a Pechino”. Insieme a Tunisia e Norvegia, Wang ha osservato che “i colloqui dovrebbero partire da una soluzione a due Stati che includa la rapida istituzione di uno Stato palestinese indipendente, basato sul confine del 1967 con Gerusalemme est come sua capitale, che coesisterebbe con lo Stato di Israele”.

Il ministro degli Esteri cinese ha utilizzato l’occasione anche per attaccare gli Stati Uniti, accusandoli di bloccare qualsiasi dichiarazione che possa favorire una de-escalation tra Israele e il gruppo islamista Hamas. “Purtroppo, semplicemente a causa dell’ostruzionismo di un Paese, il Consiglio di sicurezza non è stato in grado di parlare con una sola voce”, ha detto Wang, riferendo di aver convocato due riunioni di emergenza sulla crisi durante le quali gli Stati Uniti “si sono schierati dalla parte opposta al diritto internazionale”. Sono parole che confermano la determinazione della Cina a utilizzare la questione israelo-palestinese come strumento nel quadro della crescente rivalità con gli Stati Uniti. Esse, tuttavia, ribadiscono anche l’intenzione di Pechino di assumere un ruolo sempre più centrale come attore globale di sicurezza, in grado di mettere in discussione quello di Washington.



Si tratta di un’intenzione apparsa evidente in particolare dopo l’ascesa al potere del presidente Xi Jinping. Negli ultimi anni la Cina ha rafforzato la propria presenza ai vertici delle Nazioni Unite, occupando posizioni di rilievo anche nelle diverse agenzie dell’universo onusiano. Parallelamente, la Repubblica popolare ha intensificato la propria proiezione internazionale con l’apertura di una base militare a Gibuti, con un contributo sempre maggiore alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e con esercitazioni congiunte in diverse aree del mondo. Interventi in linea con la strategia contenuta nel Libro bianco della difesa pubblicato nel 2015, che sancisce la transizione da una politica concentrata sulla difesa del territorio cinese a una strategia di “difesa attiva”, che prevede la salvaguardia degli interessi all’estero e il mantenimento della pace regionale e mondiale.

Il Medio Oriente, per una serie di fattori, appare un’area cruciale per testare le ambizioni cinesi. Come sottolinea il “Middle East Institute”, la necessità di garantirsi fonti di approvvigionamento energetico sicure e di estendere la propria influenza attraverso il maxi-progetto della Nuova via della seta spinge Pechino a guardare con sempre maggiore interesse a un’area dalla quale, al contrario, gli Stati Uniti vogliono disimpegnarsi (come nei fatti hanno chiarito tutte le ultime amministrazioni succedutesi alla Casa Bianca nell’ultimo decennio). Con Xi Jinping la Cina ha elevato il rango delle relazioni diplomatiche con Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Con la Repubblica islamica, un attore che ha particolare influenza a Gaza, Pechino ha firmato un accordo di “partenariato strategico comprensivo” che si estenderà per 25 anni e che prevede un rafforzamento della cooperazione “economica, politica e di sicurezza”.

Finora la Cina ha evitato attentamente di lasciarsi coinvolgere nei lunghi conflitti in corso nella regione mediorientale, ma l’intervento di Wang Yi al Consiglio di sicurezza sembra suggerire un cambio di posizione da parte di Pechino. “La superiorità militare degli Stati Uniti in Medio Oriente – osserva l’Istituto australiano di strategia politica (Aspi) – rimarrà probabilmente incontrastata per un po’, ma non sarà sufficiente a fermare la crescita strategica della Cina nella regione (e oltre). Per questa ragione, gli Usa avranno bisogno di rafforzare il proprio prestigio politico, il proprio impegno economico e la propria influenza culturale. Altrimenti, per dirla con le parole usate da Biden a febbraio, la Cina ‘mangerà nel nostro piatto”.

 

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici anche sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram