Hussein invita l’Italia a rafforzare il proprio ruolo nella ricostruzione dell’Iraq

Le parole del vicepremier e ministro degli Esteri in un incontro tenuto oggi con la stampa italiana

hussein

Il ruolo dell’Italia nella ricostruzione irachena e nella lotta allo Stato islamico (Is), il sostegno di Roma e del Vaticano alla mediazione tra Arabia Saudita e Iran nel quadro di un nuovo scenario regionale in Medio Oriente, la visita di papa Francesco in Iraq e il miglioramento della situazione di sicurezza nel Paese. Questi sono solo alcuni dei temi affrontati dal vicepremier e ministro degli Esteri dell’Iraq, Fuad Hussein, in un incontro tenuto oggi con la stampa italiana, a margine della visita compiuta in questi giorni a Roma. Nei giorni scorsi il ministro iracheno ha avuto colloqui con papa Francesco, con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, con i presidenti di Camera dei Deputati e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e con altre autorità e personalità del mondo culturale e imprenditoriale italiano. La visita di Hussein giunge da un lato in risposta allo storico Viaggio apostolico del Papa in Iraq, tenuto tra gli scorsi 5 e 8 marzo, e dall’altro mira a incoraggiare l’Italia a contribuire ulteriormente alla ricostruzione irachena e a rafforzare la cooperazione bilaterale, in vista di un incontro della Commissione bilaterale irachena-italiana che avrà luogo nel prossimo futuro a Baghdad.

L’Italia può svolgere un ruolo importante nella ricostruzione dell’Iraq, ha sottolineato Hussein. La politica economica irachena attualmente si basa sulla diversificazione delle risorse, vista la forte dipendenza, “per il 90 per cento”, dai ricavi del petrolio, ha detto il ministro. L’Iraq era “un Paese agricolo” e la visione dell’Iraq oggi riguarda “la ricostruzione del settore”. “L’Iraq era un Paese turistico, soprattutto per quanto riguarda il turismo religioso”, ha sottolineato Hussein. “L’Iraq è un Paese che vanta anche risorse di gas, non solo di petrolio”, ha proseguito. “Molte compagnie hanno cominciato a lavorare per sfruttare il gas naturale per uso interno e, per il futuro, anche per esportarlo”, ha aggiunto. “Abbiamo bisogno di industrie petrolchimiche. L’Iraq ha bisogno di ferrovie, strade, porti, dighe, elettricità”, ha detto il ministro, sottolineando che “l’economia irachena è promettente e aperta al futuro”. Gli investimenti saranno favoriti dalla recente decisione del governo iracheno di permettere ai cittadini dell’Unione europea (Ue) di ottenere i visti di ingresso in Iraq direttamente all’arrivo nel Paese, ha sottolineato il ministro. La decisione coinvolge anche i cittadini di Usa, Canada, Australia, Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud. Scopo della decisione è “incoraggiare gli investimenti e il turismo”, ha proseguito. “E’ anche un passo in avanti per uscire dall’isolamento in cui il Paese ha vissuto per tanto tempo”, ha aggiunto.

L’Iraq intende d’altra parte aprire un dialogo con l’Italia e arrivare a un “compromesso” sui circa 60 milioni di dollari congelati nelle banche italiane a causa dell’acquisto, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, di armi prodotte da aziende italiane e mai consegnate, a causa dell’embargo imposto contro l’ex presidente Saddam Hussein. Al tempo di Saddam Hussein “sono state acquistate delle armi e altre forniture e l’Iraq le ha pagate”, ha detto il ministro. “A causa dell’embargo imposto nel 1991 l’Iraq non è riuscito a prendere le forniture”, e il denaro – che ammonta a circa 60 milioni di euro – “è ancora congelato nelle banche italiane”. Durante i colloqui tenuti in questi giorni a Roma la questione è stata discussa con le autorità italiane. Tra le opzioni sul tavolo vi sono una consegna effettiva delle forniture, o la restituzione del denaro. Secondo l’ambasciatrice dell’Iraq in Italia, Safia Taleb al Souhail, il ministro Di Maio ha discusso l’argomento con Hussein e si è impegnato a fare progressi sul dossier. L’ambasciatrice ha sottolineato che restano congelati dal tempo della presidenza di Hussein anche i conti correnti italiani di alcune istituzioni sovrane irachene, come quelli dell’ambasciata e degli addetti della sede diplomatica.

Hussein ha comunque ringraziato il parlamento, il popolo, il governo e le istituzioni italiane per aver presentato il loro aiuto nello sconfiggere lo Stato islamico (Is). “Lo Stato di Daesh (acronimo arabo per Stato islamico in Iraq e nel Levante, ndr) è crollato”, ha sottolineato Hussein, anche se “ci sono ancora cellule in Iraq e basi in Siria”. Tuttavia “l’ideologia di Daesh continua a essere presente”, ha affermato il responsabile della diplomazia irachena. Infatti, per il ministro, Lo Stato islamico, non è infatti solo un’organizzazione terroristica, militare, strutturata, ma anche “un sistema di pensiero” che gode ancora di seguito nella società. Il pericolo di “Daesh” è ancora esistente ma non è comparabile a quello di qualche anno fa, ha aggiunto, citando a riprova di ciò la storica visita degli scorsi 5-8 marzo di papa Francesco, che “ha potuto visitare molti luoghi in Iraq”.

L’Italia e papa Francesco hanno fornito un “sostegno” alla mediazione proposta dall’Iraq tra storici rivali regionali, come l’Arabia Saudita e l’Iran – da un lato – e l’Egitto e la Turchia, dall’altro, secondo quanto ha confermato il ministro iracheno. Hussein ha inoltre sottolineato il “cambiamento” registrato a livello regionale con i recenti contatti tra Teheran e Washington, che discutono dell’accordo sul nucleare iraniano a Vienna, e sono sintomatici di un cambiamento nelle politiche dell’amministrazione statunitense, con l’avvento alla presidenza di Joe Biden. Sono in corso anche altri “contatti tra diversi Stati della regione, non ancora annunciati”, ha proseguito. L’Iraq ha “giocato un ruolo” in questi contatti perché tali conflitti “hanno avuto un impatto sulla situazione politica irachena”, ha osservato il ministro, secondo cui per poter affrontare i conflitti interni è stato necessario gestire i conflitti esterni. Questi movimenti sono “negli interessi iracheni: abbiamo bisogno di stabilità nel Paese e stabilità regionale”, ha sottolineato. “L’Iraq è stato in guerra con se stesso e con altri per 50 anni”, ha aggiunto. “C’è stato un embargo internazionale, dal 1991 al 2003”, ha ricordato il responsabile della diplomazia irachena, e “le guerre e l’embargo hanno distrutto le infrastrutture” del Paese.

Il ministro degli Esteri si è soffermato anche sulla posizione dei cristiani iracheni, che sono cittadini originari e autoctoni dell’Iraq e non “esuli” o “immigrati”. Il governo iracheno è responsabile della sicurezza di tutti i cittadini, compresi i cristiani, e non incoraggia il loro esodo, ha detto Hussein. “Capiamo bene la situazione dei cristiani. Siamo dispiaciuti per l’esodo dei cristiani e degli yadizi. La questione è stata discussa con il Papa”, ha dichiarato il ministro degli Esteri. “La società irachena è variegata e la componente cristiana arricchisce la società”, ha osservato Hussein, ammettendo come vi siano “problemi” in alcune aree, ad esempio la piana di Ninive (dove si concentra gran parte dei cristiani iracheni), ma assicurando che le autorità solo al lavoro per risolverli. Parlando del suo colloquio con papa Francesco, avvenuto nei giorni scorsi presso il Vaticano, Hussein ha sottolineato che sono stati discussi vari argomenti, tra cui l’incentivazione del turismo religioso, specialmente al sito di Ur, e il rilancio del dialogo interreligioso. Inoltre, ha sottolineato il ministro degli Esteri iracheno, durante il colloquio con il Papa si è discusso del lavoro congiunto tra Iraq e Santa Sede per fornire aiuto alle donne yazide e cristiane che hanno subito stupri e violenze durante l’occupazione dello Stato islamico nel nord dell’Iraq.

A proposito della presenza Usa, Hussein ha sottolineato che con Washington l’Iraq ha raggiunto un accordo di massima: non è necessaria la presenza di forze combattenti statunitensi in territorio iracheno, mentre le forze di Baghdad continueranno ad avere bisogno di addestramento e sostegno tecnico. Durante le ultime sedute del “dialogo strategico” fra i due Paesi è stato raggiunto “un accordo di massima: non c’è bisogno di truppe combattenti statunitensi”, ha detto Hussein. In base ai rapporti pervenuti dalle forze di sicurezza tuttavia “c’è ancora bisogno di contingenti per addestramento, scambio di informazioni, consulenza e supporto aereo”, ha proseguito. Presto avrà luogo un altro round del dialogo strategico fra i due Paesi, ovvero il quarto, ha sottolineato il ministro, prima delle elezioni legislative anticipate che avranno luogo il prossimo 10 ottobre. Per quanto riguarda il futuro delle altre forze straniere nel Paese, come ad esempio la missione Nato, l’Iraq è “in dialogo” con l’Alleanza atlantica, ha detto Hussein, sottolineando che le truppe Nato sono “presenti per addestrare, non sono forze di combattimento”.

Il ministro si è inoltre pronunciato anche sui rapporti esistenti con la Turchia, e con le operazioni condotte attualmente oltreconfine da Ankara nel nord dell’Iraq. I turchi dicono che sono venuti per combattere Daesh, ha detto Hussein, ma “non c’è alcun accordo con i turchi” per gli sconfinamenti in territorio iracheno, ha aggiunto. “Fanno riferimento a un accordo vecchio, che risale all’inizio degli anni ’80”, siglato dall’allora ministro degli Esteri Tarek Aziz e dalla controparte turca. “L’accordo permette alle forze turche di entrare nel territorio iracheno per cinque chilometri, non di più”, prima di sconfinare “devono avvertire le forze irachene, uno o due giorni prima”, e una volta entrate “non possono restare più di 72 ore e devono ritirarsi”. Questo verbale “è stato applicato per un anno”. Su questa questione “non ci sono accordi”, ma “con la Turchia non abbiamo altra strada possibile che il dialogo”: tale dialogo è iniziato e proseguirà, ha aggiunto, per risolvere tutte le questioni in sospeso. Le relazioni commerciali tra Iraq e Turchia d’altronde sono importanti, ha ricordato Hussein, visto che hanno raggiunto di recente il volume di 17 miliardi di dollari.

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