Il golpe in Guinea sembra rafforzare l’influenza russa in Africa

La nuova giunta militare che si è installata a Conakry sembra avere non poche analogie con quella salita al potere in Mali nel maggio scorso

Guinea

Il golpe in Guinea, portato a compimento domenica scorsa, rappresenta solo l’ultimo tassello di una serie di colpi di stato che, uno dopo l’altro, stanno via via ridisegnando la geografia del potere nella travagliata regione dell’Africa occidentale. In particolare, la nuova giunta militare che si è installata a Conakry sembra avere non poche analogie con quella salita al potere in Mali nel maggio scorso: così come i golpisti maliani, anche quelli guineani – guidati dal colonnello Mahamady Doumbouya, già capo delle forze speciali dopo aver prestato servizio nella legione straniera francese per diversi anni – hanno infatti ottenuto l’appoggio dell’opposizione che mal sopportava un presidente di lunga data (Ibrahim Boubacar Keita in Mali, Alpha Condé in Guinea) accusato di corruzione e di aver portato il paese sull’orlo del collasso economico, complice anche la pandemia di Covid-19. Inoltre, così come il golpe di Bamako – ma anche in Ciad, seppure con delle differenze notevoli dovute in quel caso al contesto di guerra civile in cui è maturato e all’uccisione del presidente Idriss Deby Itno per mano dei ribelli –, anche quello a Conakry è avvenuto in maniera sostanzialmente incruenta, portando diversi analisti a ritenere che questo possa costituire un precedente preoccupante che rischia di incentivare nuovi colpi di mano in luogo di normali transizioni democratiche. Ma soprattutto, ciò che i golpisti guineani sembrano avere in comune con i golpisti maliani è la stretta vicinanza con un attore ormai sempre più presente in Africa: la Russia.



Non è un mistero, infatti, che la Rusal, il più grande produttore russo di alluminio (e terzo al mondo dopo le cinesi Chinalco e Hongqiao) in Guinea gestisca tre miniere di bauxite e una raffineria di allumino. Il Paese (13 milioni di abitanti) dispone delle più grandi riserve di bauxite al mondo: secondo un rapporto dell’Us Geological Survey, queste ammontavano nel 2020 a circa 7,4 miliardi di tonnellate, pari a circa il 25 per cento delle riserve mondiali. L’allarme sulle conseguenze economiche del golpe a livello globale è stato lanciato in tempi rapidi dall’Associazione dell’Alluminio russa, per la quale l’attuale situazione di instabilità in Repubblica di Guinea comporta rischi significativi per l’industria dell’alluminio russa e globale. L’Associazione ha sottolineato che da Conakry viene il 50 per cento delle materie prime importate da Pechino ed il 45 per cento della bauxite acquisita dalla compagnia russa Rusal. “Un colpo di Stato militare porta sempre all’instabilità e ai rischi a lungo termine di fermare la produzione o l’esportazione di materie prime dalla Guinea. È impossibile trovare rapidamente la sostituzione per questo volume di bauxite su scala globale”, si legge nella nota dell’Associazione. E se il Cremlino ha assicurato che nonostante i rischi per il mercato globale dell’alluminio il governo russo non sta valutando alcuna opzione per sostenere la società mineraria Rusal, i prezzi dell’alluminio registrati alla Borsa di Londra non sono mai stati così alti dal 2011: una tonnellata di alluminio è stata scambiata martedì scorso a ​2.768 dollari (circa 2.335 euro), mentre i corsi azionari dei principali produttori di alluminio cinesi, russi e australiani sono aumentati tra il 2 e il 14 per cento.

Inoltre, non è un mistero che la compagnia privata Wagner sia presente da tempo in Guinea, così come in diversi altri Paesi africani. In tal senso, sta facendo discutere in queste ore un video che circola sulla rete in cui compare un militare bianco ben equipaggiato che sembrerebbe essere al fianco dei golpisti: sebbene nessuna conferma sia finora arrivata sull’autenticità delle immagini, tanto è bastato a sollevare un dibattito circa una regia russa nel golpe. Ad avvalorare ulteriormente questa ipotesi c’è poi la notizia dell’incontro avvenuto ieri fra il leader dei golpisti Doumbouya e l’ambasciatore russo a Conakry, Vadim Razumovskij. Secondo quanto riferito dall’ambasciata russa su Twitter si è trattato di una “breve conversazione protocollare”, ma è chiaro che il tempismo in cui è avvenuto l’incontro lascia presupporre quanto meno un dialogo aperto tra le nuove autorità di Conakry e Mosca.



La presenza russa in Africa, del resto, sembra essere sempre più marcata e gli eventi degli ultimi mesi non fanno che confermarlo. Lo scorso 25 maggio, come già ricordato, il Mali è stato teatro di un nuovo colpo di Stato – il secondo nell’ultimo anno – per mano di militari considerati vicini alla Russia: il nuovo presidente di transizione, il colonnello Assimi Goita, è infatti un ufficiale di lunga data che gode di grande fiducia a Mosca, dove ha ricevuto addestramento militare. Anche il nuovo premier da lui designato, Choguel Maiga, vanta un passato simile: partito all’età di 19 anni alla volta della Bielorussia, Maiga ha poi vissuto diversi anni in Russia dove si è laureato ingegnere all’Istituto di telecomunicazioni di Mosca. Inoltre, vale la pena di ricordare che lo scorso 28 maggio alcune centinaia di dimostranti si sono radunati di fronte all’ambasciata russa a Bamako, la capitale del Mali, chiedendo l’intervento della Russia – Paese che ha contribuito ad addestrare diversi membri della giunta golpista maliana – e l’espulsione dei militari francesi.

La Federazione Russa ha iniziato ad essere attiva in Mali anche prima del primo colpo di Stato dell’agosto 2020: già durante le proteste antigovernative a Bamako nell’estate del 2020, infatti, erano apparsi bandiere e manifesti che esprimevano gratitudine per la “solidarietà” da parte di Mosca, mentre due degli autori del golpe – Malik Diau e Sadio Camara – sono rientrati nel loro Paese una settimana prima del colpo di Stato, dopo quasi un anno di addestramento ricevuto a Mosca. La Russia ha inoltre, fin da subito, sostenuto la giunta militare salita al potere in Mali e ha inviato un rappresentante speciale a Bamako, mentre l’ambasciatore russo ha incontrato quasi immediatamente i golpisti. La Federazione Russa è peraltro in grado di influenzare la posizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si è limitato a sostenere la mediazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao). Va infine ricordato che il Cremlino può vantare degli “amici” nell’arena politica e tra i civili del Mali, come nel caso di Umar Mariko, leader del partito Unità africana per la democrazia e l’indipendenza (a sua volta membro della coalizione di opposizione M5-Frp), il quale nel 2018 ha visitato la parte del Donbass occupata dai russi e ha promesso di aprire un ufficio di rappresentanza dei militanti filo-russi in Mali nel caso in cui fosse diventato presidente.

L’influenza di Mosca è invece già ampiamente consolidata in Repubblica Centrafricana, dove sono presenti centinaia di militari russi e dove nei mesi scorsi il governo di Bangui ha inviato una notifica al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui specifica la sua intenzione di mettere a disposizione delle Forze di difesa e di sicurezza (Faca) centrafricane 600 istruttori russi aggiuntivi – 200 tra le file Forze armate centrafricane, 200 della gendarmeria nazionale e altri 200 della polizia – che vanno ad aggiungersi ai 535 già ufficialmente presenti sul territorio centrafricano, sebbene diverse fonti di sicurezza affermino che il numero di istruttori russi presenti a Bangui sia in realtà molto più alto (tra le 800 e le duemila unità). La forte instabilità nei Paesi del Sahel provoca gravi preoccupazioni in Francia, Paese la cui industria nucleare – 58 reattori atomici installati – dipende in buona parte dalle forniture di uranio provenienti da tre miniere situate in Niger e in Mali. La Francia ha inoltre alcune migliaia di militari presenti nell’area – oltre alla già citata operazione Barkhane, è operativa da qualche mese la task force multilaterale Takuba, che prevede anche l’impiego di circa 200 militari italiani – e ha da tempo chiesto l’invio di un contingente italiano in Niger, nella cui capitale Niamey sono presenti circa 300 dei nostri militari. Ciò nonostante, Parigi non sembra più essere in grado di controllare la situazione: è anche per questo motivo, quindi, che Macron sembrerebbe sempre più orientato ad appianare i contrasti con l’Italia.

Dal nuovo colpo di Stato in Mali, come da quello in Guinea, la Russia può del resto trarre vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche politico, riducendo l’influenza della Francia nella regione. La situazione nel Sahel è stata anche al centro di un recente incontro avvenuto tra il capo dell’Eliseo e il presidente del Consiglio, Mario Draghi, a margine dell’ultimo Consiglio europeo della scorsa settimana. E non può essere considerato un caso se nella conferenza stampa tenuta a conclusione del vertice Ue di giugno il presidente del Consiglio Mario Draghi abbia usato parole dure nei confronti di Mosca, denunciandone le ingerenze e affermando che l’Unione deve far valere la propria forza economica. La presenza russa nel Sahel e in altri Paesi africani è testimoniata dalla firma di una serie di accordi di cooperazione militare e sugli armamenti. In teoria, gli obiettivi russi e francesi in questa parte dell’Africa sono simili: entrambi i Paesi dichiarano infatti il loro sostegno alle autorità locali, alla lotta al terrorismo e alla cooperazione allo sviluppo, tuttavia l’offerta russa potrebbe essere un’alternativa maggiormente allettante per i governi africani poiché Mosca è più focalizzata sulla stabilità e sull’unità del potere che sulla riconciliazione interetnica, mentre l’approccio francese incoraggia la democratizzazione, le elezioni regolari e il consenso. Inoltre la Francia, a differenza della Russia, è vista spesso come una potenza oppressiva soprattutto dalle popolazioni del Mali (come si è visto con le proteste della scorsa settimana a Bamako), del Burkina Faso e della Repubblica Centrafricana, per via della memoria collettiva sul passato coloniale francese. A ciò va aggiunto che le truppe francesi nel Sahel sono spesso accusate dai locali di inefficacia e di favorire le forze irredentiste, come nel caso dei tuareg nel nord del Mali.

La penetrazione russa nel Sahel preoccupa non poco Parigi. È per questo motivo che nel 2019 il presidente Macron ha avviato un dialogo franco-russo volto a migliorare le relazioni bilaterali, nonché le relazioni Ue-Russia, nel tentativo di contrastare il crescente impegno russo in Africa. Il governo francese non ha tuttavia ancora preparato una strategia coerente nei confronti della sfida russa, preferendo per il momento temporeggiare. Così, al vertice Francia-G5 di Pau del gennaio 2020 Macron si è limitato a lanciare un avvertimento sull’intervento dei “Paesi terzi” in Africa tramite mercenari ma, secondo diversi esperti, quelle parole – insieme alla decisione di inviare altri 600 militari francesi nel Sahel – vanno considerate un segnale rivolto alla Russia. Secondo alcuni osservatori, inoltre, la moderazione francese potrebbe derivare dalla speranza di una sorta di auto-sconfitta russa in Africa, causata dall’eccessivo impegno nelle azioni militari e dall’ingerenza nella vita politica degli Stati africani. Ciò che appare chiaro è che Mosca ha intensificato il suo impegno in Africa a causa delle sanzioni occidentali e che pertanto le azioni russe in Africa sono in linea con la tattica generale del Paese di penetrare in quei luoghi dove la presenza europea va scemando. Alla luce di quanto scritto, la contrapposizione tra Francia e Russia sembra essere la chiave di lettura principale con cui leggere le dinamiche del Sahel – che interessano da vicino anche l’Italia – e gli avvenimenti ad esse legate.

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