Il Kenya intensifica le attività di esplorazione petrolio e gas nel bacino di Lamu

Il ministro del Petrolio ha affermato che Eni Kenya Business Venture (Bv) ha iniziato il mese scorso le perforazioni nel pozzo Mlima-1

lamu

Il Kenya ha intensificato le attività di esplorazione di petrolio e gas nel bacino di Lamu, nonostante la Corte internazionale di giustizia (Cig) de L’Aia si sia pronunciata contro Nairobi sul caso della disputa marittima con la Somalia. Il ministro del Petrolio, James Ng’ang’a, ha affermato che Eni Kenya Business Venture (Bv) – ex Agip Kenya Company – ha iniziato il mese scorso le perforazioni nel pozzo Mlima-1, noto anche come Block L11B. Ciò segue le indagini sismiche che hanno rivelato che l’area ha un potenziale per petrolio e gas. La società prevede di rilasciare i risultati dei depositi del blocco in termini di redditività commerciale nei prossimi due mesi. “Lo spudding (fase iniziale della trivellazione) del pozzo è stato condotto il 28 dicembre 2021 e dovrebbe durare due mesi”, ha detto Ng’ang’a al quotidiano “Business Daily”, aggiungendo che il Paese abbandonerà l’impresa nel caso in cui il pozzo risultasse asciutto al termine della valutazione di perforazione e estrazione entro 60 giorni.



Nell’ottobre scorso la Corte de L’Aia si è pronunciata contro Nairobi sul caso della disputa marittima che da anni vedeva contrapposti i due Paesi stabilendo che fra Kenya e Somalia non esiste ad oggi una frontiera marittima realmente definita che consenta di attribuire con chiarezza le rispettive aree di competenza ed è quindi necessario identificarla. La Corte ha di conseguenza tracciato la nuova linea di confine marittimo fra i due Paesi – un’area marittima di circa 160 mila chilometri quadrati nell’Oceano Indiano rivendicata da entrambi e particolarmente ricca di petrolio e gas – con un calcolo che estende lungo la frontiera terrestre il territorio marittimo delle due parti: la decisione sostiene di fatto la posizione della Somalia, che rivendica da tempo un’estensione a sud-est della propria area di competenza, respingendo tuttavia la sua richiesta di ottenere un risarcimento da Nairobi per il danno subito. La Somalia ha ottenuto una superficie inferiore a quella rivendicata, ma nell’area più produttiva. La decisione è stata fermamente respinta dal governo keniota, secondo cui la sentenza rappresenta una violazione del mandato della Cig e solleva “una fondamentale questione sul rispetto della sovranità e del consenso degli Stati ai procedimenti giudiziari internazionali”, non rientrando nei poteri della Corte.

La sentenza, in teoria, avrebbe dovuto chiudere un contenzioso che, nonostante l’accordo firmato tra le parti nel 2009 e certificato dalle Nazioni Unite, è andato avanti per anni, fino a quando nel 2014 la Somalia ha presentato il fascicolo alla Corte dell’Aia. Nairobi aveva fissato i propri confini marittimi nel 1979 e a quelli pretende tuttora che venga fatto riferimento. Nella sua richiesta alla Corte di esprimersi sulla questione, la Somalia ha sostenuto la necessità di “determinare le precise coordinate geografiche del confine marittimo unico nell’oceano Indiano”, dopo quello che ha definito un “fallimento” della trattativa diplomatica. Mogadiscio pretende inoltre che venga messo agli atti che il Kenya “ha violato i suoi obblighi internazionali di rispettare la sovranità, i diritti sovrani e la giurisdizione della Somalia” e venga riconosciuta la sua responsabilità di risarcire Mogadiscio del danno arrecato. Da parte sua, Nairobi ha presentato un’obiezione al caso giudiziario, sostenendo che il memorandum d’intesa era vincolante e mettendo inoltre in dubbio l’equità dei tribunali.



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