Il Messico si prepara alla tornata elettorale “più grande della storia”

L'apertura delle urne domenica è un test per il presidente Lopez Obrador

Andrés Manuel Lopez Obrador - messico

Mancano meno di due giorni all’apertura della tornata elettorale “più grande della storia” del Messico. Dalle urne dovranno uscire i nomi dei nuovi 500 componenti della Camera dei deputati, di un senatore, di 15 governatori statali, di sindaci e parlamentini dei vari livelli di governo, per un totale di oltre 21mila posti di rappresentanza pubblica. Un appuntamento dal valore politico ben definito e dal quale sembrano attendersi solo conferme: si tratterà soprattutto di misurare la forza su cui il presidente Andrés Manuel Lopez Obrador potrà contare in Parlamento per portare a termine, nei tre anni di mandato che gli restano, l’ambiziosa e discussa “Quarta trasformazione” dello Stato. Col conforto dei sondaggi, analisti e media non si attendono sorprese: il capo dello Stato, con un popolarità ancora alta e con le opposizioni in difficoltà, potrebbe perdere qualche posizione ma tenere ancora in mano le redini. E poche novità purtroppo, arrivano anche dal fronte sicurezza, con il numero di aggressioni e omicidi tornato a crescere con l’avvicinarsi delle elezioni.

I sondaggi dicono che Morena (Movimento di rigenerazione nazionale), il partito con cui il presidente combatte da sette anni la battaglia contro la corruzione della “vecchia politica”, potrebbe perdere la maggioranza assoluta dei seggi detenuta sin qui in solitaria, ma grazie agli alleati – Verdi e Partito del lavoro – sembra pronta non solo a mantenere il controllo dell’aula, ma anche arrivare a quota due terzi, soglia necessaria per far approvare le leggi di modifica costituzionale. Uno strumento, quest’ultimo, che “Amlo” continuerà a usare per compilare la sua ambiziosa agenda di riforme, con gli elementi di sempre: una nuova “morale politica” per la lotta senza quartiere alla corruzione e agli sprechi pubblici, programmi sociali per restituire ricchezza al “popolo” e per attenuare le cause che motivano violenza e migrazioni, e una incessante azione per smontare quanto di dannoso hanno fatto le politiche “neo liberali”. Un tema, quest’ultimo, che guida ad esempio il presidente nelle battaglie per riportare i settori strategici – energia in primis – sotto il controllo dello Stato.

Se Morena può perdere qualche seggio, pare più per gli effetti dei meccanismi elettorali che per un reale calo di consensi, la popolarità di Lopez Obrador sembra resistere nel tempo: i sondaggi gli assegnano un 60 per cento medio di favori, anche sopra gli indici riscossi poco dopo l’insediamento del 2018. Una popolarità che per “The Economist” il presidente tiene alta alimentando una immagine di “falso profeta” che combatte, da solo e con il favore della gente, tutti quanti si oppongano alla nuova democrazia: dai suoi predecessori, che potrebbero andare a processo per un referendum da lui promosso, alle agenzie statali come quella sulla concorrenza, accusata di favorire le compagnie private, o il tribunale elettorale che censurando i suoi messaggi resi in campagna elettorale colpirebbe dritto al cuore del suo diritto alla libertà di espressione.

Gli analisti convergono sul fatto che al peso elettorale di Morena non si contrappone ancora una proposta politica forte. Il Movimento sfrutta ancora l’onda del rigetto che il paese ha avuto nei confronti di una classe politica immutabile fino al 2000, decenni di governo a guida Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), e insoddisfatta dell’alternanza inaugurata con l’ingresso dei conservatori del Pan (Partito di azione nazionale). Nessuno pare essersi smarcato dall’etichetta di difensore di un passato irrimediabilmente “corrotto” e sempre più distante dai voleri della base elettorale. In molti casi i due partiti, assieme al progressista Prd (Partito della rivoluzione democratica) hanno stretto alleanze per sottrarre voti a Morena, ma i pronostici non sembrano neanche in questo caso sorridergli. Sull’onda del rinnovamento, qualche speranza di successo la nutrono i membri del socialdemocratico Movimento cittadino (Mc), formazione giovane che si è fissata l’obiettivo di eleggere due governatori. ma anche sulla partita degli Stati, a sentire i pronostici, Morena potrebbe fare il pieno e sarebbe l’altro titolo importante sui giornali del lunedì.

Per chiudere l’eterno problema della violenza. Quella che si sta per chiudere, si evince dall’ultimo rapporto “Etellekt” sulla violenza politica potrebbe essere la campagna elettorale con il numero di aggressioni più alte di sempre, anche se con un numero di morti – 87 – per il momento inferiore a quelli della campagna presidenziale del 2017-2018. Il tema ricorrente nelle analisi è la lotta che le varie organizzazioni criminali, apparentemente in aumento come numero, compiono per avvicinare i luoghi del potere proprio mentre si apprestano ad essere rinnovati. Un tipo di contesa che diventa particolarmente accesa negli enti locali, più lontani dal potere centrale e per questo più soggetti alla pressione criminale. I numeri di “Etellekt” dicono che 30 dei 35 candidati uccisi in campagna aspiravano a un posto nelle amministrazioni locali. Più in generale “Amlo” riconosce che il tema è ben lungi dall’essere dimenticato, ma rivendica il fatto che la programmazione a lungo termine, meno esercito e più investimenti sociali, ha per lo meno raffreddato il ritmo di incremento degli omicidi.

 

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