Il ministro libico Maatuq: “L’Europa ci aiuti a chiudere i centri di detenzione per i migranti”

Lo ha detto in un'intervista ad “Agenzia Nova” Ajdid Maatuq Jadid, ministro di Stato per le migrazioni

La Libia chiuderà i centri di detenzione per i migranti se l’Europa fornirà dei “dispositivi moderni per monitorare e seguire questa marea di persone”. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” Ajdid Maatuq Jadid, ministro di Stato per le migrazioni. Originario di Sebha, il capoluogo della regione del Fezzan e membro della tribù Warfalla, Maatuq è uno dei sei ministri senza portafoglio del Governo di unità nazionale insediatosi in Libia il 15 marzo scorso. “C’è una cooperazione generale con i Paesi dell’Unione Europea per affrontare e combattere il fenomeno delle migrazioni illegali”, ha spiegato il ministro, precisando tuttavia come solo alcuni Stati europei stiano effettivamente “cercando di cooperare nel campo dell’accoglienza, e sono quelli più colpiti dai flussi”. Rispondendo a una domanda sulla possibile e graduale chiusura dei centri di detenzione per i migranti, Maatuq ha detto: “La questione dipende dal flusso di migranti che attraversano il confine meridionale con la Libia e salpano dalle coste per raggiungere l’Europa. Se la Libia viene sostenuta con dispositivi moderni per monitorare e seguire questa marea di migranti, fermandone i flussi, i centri potrebbero essere chiusi gradualmente. La questione è lasciata alle circostanze attuali e alla situazione della Libia”, ha detto Maatuq.



Maatuq è reduce da un recente tour nel Fezzan, la vasta regione desertica della Libia sud-occidentale ricca di petrolio e risorse naturali ma povera di servizi, dove ha visitato i valichi di frontiera e i principali snodi del percorso dei migranti africani verso nord. “Tutti sanno che la Libia condivide i suoi confini meridionali con cinque paesi (Algeria, Niger, Ciad, Sudan ed Egitto, ndr), per non parlare della vastità di una frontiera che supera i duemila chilometri. Questa estensione, unitamente alla debolezza delle capacità dello Stato libico, dovuta alle circostanze eccezionali, rende difficile controllare le frontiere e il movimento dei flussi di migranti. Tale situazione richiede una seria presa di posizione da parte dei Paesi europei che hanno esperienza nella lotta alla migrazione e un sostegno alla Libia in conformità con gli accordi internazionali, affinché possa adempiere ai suoi obblighi in materia di lotta alle migrazioni illegali, particolarmente perché il fenomeno della migrazione rientra fra i crimini umanitari sfruttati da alcune entità non statali e statali”, ha detto il ministro.

Dal 2011 il sud della Libia è teatro di una lotta fratricida tra i Tebu e diverse tribù arabe per il controllo delle rotte transfrontaliere attraverso cui transitano merci e bestiame, ma anche migranti, sigarette, droghe ed armi; si tratta di una vastissima area desertica che confina con l’Algeria, il Niger ed il Ciad e che sfugge all’autorità di Tripoli. Il 31 marzo 2017, i capi delle principali tribù della Libia meridionale, gli Awlad Suleiman e i Tebu, alla presenza dei leader Tuareg, avevano firmato a Roma un insperato accordo di riconciliazione, raggiunto grazie all’opera di mediazione della Ong Ara Pacis. La situazione, tuttavia, è nuovamente precipitata con l’acuirsi del conflitto armato del 2019-2020 che ha coinvolto Tripoli. Con l’avvento del nuovo Governo di unità nazionale si sono ora riaccese le speranze di una riconciliazione. “E’ una questione politica che riguarda direttamente la sicurezza della società, e richiede una politica di anti-discriminazione razziale e anti-discriminazione tra le componenti del sud della Libia. E’ un argomento che esula dalle competenze del mio ministero e rientra nell’ambito del dicastero della Riconciliazione nazionale”, ha detto ancora Maatuq.



Lo sviluppo del sud della Libia, secondo il ministro di Stato, può avvenire soltanto con un governo stabile e con pieno mandato. “La Libia oggi si trova di fronte alla possibilità di eleggere un presidente dello Stato e un parlamento, quindi scegliere un nuovo governo con mandato pieno, non temporaneo e con pieni poteri”, ha detto Maatuq, in riferimento alle elezioni che dovrebbero auspicabilmente tenersi il 24 dicembre di quest’anno, nella simbolica data del 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia. Solo dopo le elezioni, dunque, sarà possibile avviare “progetti di sviluppo che includano tutti i comuni, e il sud sarà presente con progetti di sviluppo che apriranno nuove occasioni per i giovani, allo scopo di prevenire la migrazione inversa dal sud al nord in cerca di posti di lavoro”. Nel 2010 l’Italia aveva cominciato a fornire alla Libia delle sofisticate attrezzature per il controllo radar dei porosi confini meridionali: gli equipaggiamenti, del valore complessivo di 300 milioni di euro, sono andati perduti a Bengasi durante la rivoluzione del 2011. Il progetto rientrava nell’ambito del Trattato di amicizia italo-libico del 2008. “Il governo italiano può rinnovare la proposta all’attuale governo libico affinché la studi e valuti la possibilità di attuarla, e anche lavorare per attivare l’accordo di amicizia libico-italiano”, ha commentato Maatuq.

Tra i compiti della missione aeronavale europea EuNavFor Med – Irini, incaricata di attuare l’embargo Onu sulle armi in Libia, vi sarebbe anche l’addestramento in favore della Marina e della Guardia costiera libica. La cooperazione, tuttavia, è stata di fatto sospesa dalle autorità libiche. La risposta del ministro Maatuq, al riguardo, è stata elusiva. “La Libia ha esteso ponti di cooperazione con tutti, riguardo all’addestramento della Guardia costiera da parte dei Paesi sviluppati in questo campo, per aumentare l’efficienza della Guardia costiera nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina nelle acque regionali. Questo punto è stato proposto in più di un’occasione, e forse vale la pena, quando parliamo di addestramento, richiamare l’attenzione sul fatto che la formazione di quadri umani nelle aree di provenienza, in particolare nella regione del Sud, sia una delle questioni più importanti di cui l’Unione europea dovrebbe tenere conto, dato che le diverse autorità di sicurezza in queste aree sono la prima linea per l’afflusso di immigrati illegali”.

 

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