Il presidente dell’Uspi: “Il contratto nazionale dei giornalisti è da ripensare”

Dopo più di un anno di pandemia, uno dei settori che deve fare i conti con la crisi è quello dell’editoria

francesco saverio vetere - uspi 1

A più di un anno dall’inizio dell’emergenza dovuta al coronavirus, uno dei settori produttivi italiani che forse più di altri deve fare i conti con la crisi è senza dubbio quello dell’editoria che già da anni, però, vive una profonda crisi iniziata all’inizio del 2000. Stando ai dati più recenti, nel mese di gennaio 2021 sono state vendute nelle edicole italiane circa 300 mila copie in meno rispetto all’anno precedente, confermando di fatto un trend iniziato da tempo se si considera che nel 2000 le copie vendute quotidianamente si assestavano intorno alle 6 milioni. Solo 10 anni dopo, nel 2010, questo numero era dimezzato. Varie le cause di questa crisi che solo nell’ultimo anno è costata agli editori circa 260 milioni di euro di ricavi complessivi. La prima è senza dubbio il “peso” che continua ad avere il contratto nazionale, almeno secondo alcuni esperti del settore come Francesco Saverio Vetere, presidente dell’Unione stampa periodici italiani (Uspi), secondo cui il settore dell’editoria “va riformato completamente perché ha strutture e leggi vecchie. Alcuni, però, vogliono vivere ancora nel novecento” tanto che “abbiamo ancora le vecchie corporazioni che cercano di mantenere i loro privilegi”. Privilegi necessariamente collegati anche alla struttura attuale del contratto nazionale che è “sempre stato un limite alle assunzioni perché per assumere un giornalista un editore deve spendere di entrata 51 mila euro l’anno. Io mi chiedo quale contratto nazionale di lavoro di categorie protette preveda una cifra del genere” visto che, ad esempio, un farmacista come un ingegnere entra con un contratto da 1.400 euro”.



Dunque, questa è la tesi condivisa da molti, “il contratto nazionale risulta “vecchio e troppo oneroso”. Lo si è visto, secondo Vetere, anche durante la pandemia quando ha rappresentato un vero “ostacolo alla volontà di assumere i giornalisti e oggi di tenerli sotto contratto”. Alla luce di questa condizione è chiaro che “specie la grande editoria in passato ha creato un sistema fatto sul mondo dell’editoria tradizionale, su un sistema economico che si fondava sull’intervento dello Stato e su un patto tra giornalisti ed editori, che si manifestava proprio nel contratto nazionale di lavoro”. Accanto a questo però molti editori “per lungo tempo non hanno accettato di adeguarsi ai nuovi mezzi dell’informazione digitale”. Il risultato, secondo Vetere, è che i giornalisti oggi contrattualizzati in Italia “sono molti meno dei 14 mila ufficiali, su una platea di 100 mila: non è possibile che per tutelare poche migliaia di giornalisti si tengano a condizioni terribili tutti gli altri”.

 



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