Imposta la legge marziale nell’area in cui fu ucciso l’ambasciatore Attanasio in Congo

Il presidente Felix Tshisekedi ha deciso così di rispondere alle continue violenze che si susseguono da mesi

Congo

Il presidente della Repubblica democratica del Congo (Rdc), Felix Tshisekedi, ha deciso di rispondere alle continue violenze che si susseguono da mesi nelle province orientali dell’Ituri e del Nord Kivu, con un bilancio di almeno 300 morti (tra i quali l’ambasciatore d’Italia Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci) e di almeno 40 mila sfollati dall’inizio dell’anno, dichiarando per un mese la legge marziale a partire da giovedì prossimo, 6 maggio. In un discorso alla nazione, il capo dello Stato ha invitato i residenti “a cooperare strettamente con le autorità militari schierate (sul territorio), denunciando i nemici del popolo e le complicità a qualsiasi livello”, spiegando che durante il periodo in cui resterà in vigore la legge marziale l’autorità dell’amministrazione locale dell’Ituri e del Nord Kivu, compresa quella dei governatori e delle assemblee provinciali, sarà sospesa e sostituita da quella delle autorità militari, mentre il portavoce del presidente Kasongo Mwema Yamba ha precisato che fra i poteri attribuiti ai militari durante il mese a venire ci sarà quello di condurre ispezioni e limitare i movimenti.

La mossa, ha detto Tshisekedi nel suo discorso facendo appello ad una “responsabilità collettiva”, risponde alle “grida di angoscia della nostra popolazione” che il governo “ha sentito, come il dolore che le nostre madri, sorelle e figlie stanno soffrendo in queste province devastate dalla barbarie”. Sabato il portavoce del governo Patrick Muyaya ha annunciato l’istituzione di un vero e proprio “stato di assedio” nelle due province, provvedimento firmato ieri dal capo dello Stato. “L’obiettivo è porre fine rapidamente all’insicurezza che sta uccidendo quotidianamente i nostri concittadini in quella parte del Paese”, ha detto. Almeno 120 gruppi armati sono attivi nell’est della Rdc, un’area in cui vivono 20 milioni di persone e da dove sono in fuga percentuali altissime di popolazione: secondo i dati delle Nazioni Unite almeno 2,2 milioni di persone sono state costrette a sfollare dalla provincia del Nord Kivu (circa 7 milioni di abitanti) fino a metà aprile, mentre la violenza ha provocato oltre 1,6 milioni di sfollati in Ituri su una popolazione totale di 5,7 milioni di persone. Alla fine del 2020, oltre 5,2 milioni di persone erano già sfollate in tutto il Paese, una delle cifre più alte al mondo.

La decisione di Tshisekedi arriva pochi giorni dopo che l’Assemblea nazionale ha votato la fiducia al nuovo governo del primo ministro Sama Lukonde. Sopraffatti dalle continue violenze, gli abitanti delle regioni orientali congolesi hanno organizzato forti proteste contro i caschi blu presenti nella regione e ritenuti incapaci di garantire la sicurezza locale, proteste scoppiate in particolare nel Nord Kivu dove di recente si è recato in visita il vice rappresentante speciale per la protezione e le operazioni della Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo (Monusco), Khassim Diagne. La sua visita è da considerarsi centrale negli sviluppi della politica di sicurezza decisi nelle ultime settimane dalla missione onusiana: nella visita effettuata il 15 aprile nella regione, l’alto funzionario ha infatti ammesso le carenze di Monusco, sostenendo che questa “è venuta meno” al suo ruolo di proteggere la popolazione nell’est del Paese e “nell’applicazione concreta” del suo mandato. “Ho sentito il grido di disperazione della gente che oggi è veramente indifesa. Sono il primo a riconoscere le mancanze di Monusco ed è su questo che lavoreremo”, ha detto Diagne. Il vice rappresentante speciale ha quindi annunciato l’arrivo nella regione delle forze speciali dell’esercito. “Monusco è qui, dietro le Fardc (Forze armate congolesi). E stiamo lavorando con loro giorno e notte, per sviluppare un piano operativo che sarà un più robusto di quello che abbiamo visto finora, con l’arrivo di forze speciali come parte della Brigata di Intervento che già conoscete”. Diagne ha precisato che la nuova forza “sarà composta da elementi agili, elementi mobili ed elementi che saranno a disposizione delle forze armate della Rdc, per poter svolgere operazioni un po’ più visibili, un po’ più marcate”.

Secondo il funzionario, che ha precisato di essersi recato in visita su invito del governo congolese, la decisione risponde alla volontà di supportare i servizi già operativi in zona. “Il mandato che ci è stato assegnato è molto chiaro, (ed è quello) di assistere le forze di difesa e di sicurezza per proteggere la popolazione sofferente, sradicare le forze negative e anche sostenere l’autorità dello Stato per ripristinare le sue istituzioni qui in Congo”, ha proseguito Diagne, che durante la sua visita ha anche incontrato i rappresentanti della società civile e i rappresentanti dei cosiddetti “gruppi di pressione” per discutere dell’attuale situazione di insicurezza. Il dialogo con gli attori della società civile, ha auspicato su Twitter, sarà il primo di una serie di dialoghi che “spero di organizzare regolarmente per discutere le nostre attività e chiedere il loro parere”. Diagne ha incontrato anche il vescovo di Beni e Butembo, Melchisedec Sikuli Paluku, sottolineando che il consiglio rivolto dal religioso a Monusco di “fare la differenza” nella lotta all’insicurezza regionale “ha attirato la mia attenzione”. Ai manifestanti Diagne ha detto di accettare qualsiasi protesta, purché questa sia inserita in un dialogo. “Monusco capisce la rabbia della popolazione a seguito del persistere dell’insicurezza, ma per favore non distruggete le vostre infrastrutture, sono ancora così poche”, ha detto.

La promessa di un rafforzamento della presenza militare Monusco nell’est della Rdc è stata mantenuta in tempi brevi: il 26 aprile, undici giorni dopo la visita di Diagne nel Nord Kivu, il generale e comandante della forza Monusco Thierry Lion ha fatto sapere che unità keniote e nepalesi sono in arrivo nell’est della Rdc per integrare le forze della Brigata di Intervento della Monusco. Durante una visita di ispezione a Bunia (Ituri), dove nuovi scontri sono scoppiati contro i caschi blu, Lion ha precisato che i militari kenioti sono “in arrivo” mentre quelli dell’unità nepalese integreranno la brigata “entro luglio”. L’ufficiale Onu, ha quindi spiegato Monusco in una nota ufficiale pubblicata sulla pagina Facebook della missione, ha ribadito la volontà della Missione Onu in Rdc ad agire in modo “più efficace” contro le violenze commesse dai gruppi armati attivi nell’est del Paese, volontà che ha detto condivisa da tutti i vertici della Missione, a partire dalla Rappresentante speciale e capo della Missione, Bintou Keita. “Questa determinazione, che ci viene richiesta dalla popolazione che abbiamo ascoltato, ci viene chiesta anche dal Consiglio di sicurezza attraverso il mandato che abbiamo ricevuto. Da qui questa risposta con una brigata di intervento che verrà rafforzata entro l’estate”, ha detto il comandante.

Dall’inizio dell’anno nuovi scontri fra le bande armate attive nell’est della Rdc – in tutto sono almeno 120 – proseguono quasi senza sosta: di recente nella zona di Masisi (Nord Kivu) si sono affrontati per giorni due gruppi armati, l’Alleanza dei patrioti per un Congo libero e sovrano (Apcls) e la fazione Nyatura delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr). I due gruppi armati sono entrambi membri del più ampio Collettivo dei movimenti per il cambiamento (Cmc) – alleanza fra diverse fazioni Nyatura che riunisce combattenti congolesi di etnia hutu che in passato si sono schierati al fianco dell’esercito di Kinshasa contro i tutsi dell’M23, gruppo armato ora sciolto -, ma hanno rinnovato le antiche inimicizie e moltiplicano gli scontri nella provincia orientale congolese, con attacchi che hanno più volte preso di mira postazioni dell’esercito. I combattimenti registrati dal 9 al 10 aprile, hanno causato anche lo sfollamento di migliaia di persone che vivono nella zona: Medici Senza Frontiere (Msf) afferma che oltre 6mila persone si sono rifugiate nelle loro strutture e di aver accolto 17 pazienti nei centri sanitari che supporta a Nyabindo e Masisi. Secondo Msf, la maggior parte delle persone accolte presenta traumi e lesioni.

A far emergere in modo eclatante e a livello internazionale la questione dell’insicurezza nell’est della Rdc c’è stato anche l’attacco che, il 22 febbraio scorso, ha portato all’uccisione dell’ambasciatore d’Italia in Rdc Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista e dipendente del Programma alimentare mondiale (Pam), Moustapha Milambo. Tra i circa 120 gruppi armati recensiti attivi nel Nord Kivu figurano 15 diverse fazioni dei Nyantura, ascrivibili nell’orbita delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr) e ritenute responsabili di numerosi attacchi nella vasta area di Rutshuru. Da parte loro, le Forze di difesa del popolo (Fdp) Nyatura, di etnia hutu, guidate da Jean Niyonzimana, agiscono nella zona del vulcano Nyamulagira sotto l’egida del Collettivo dei movimenti per il cambiamento (Cmc), che riunisce diversi gruppi. La milizia è ritenuta responsabile di diversi attacchi negli ultimi mesi, l’ultimo dei quali avvenuto il 23 gennaio scorso con il rapimento di due giovani da arruolare nella formazione armata. Un mese prima, nel dicembre del 2020, la stessa milizia aveva sequestrato e violentato due donne nell’area di Rutshuru, il luogo di destinazione del convoglio del Pam a bordo del quale viaggiava l’ambasciatore Attanasio.

 

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