In Colombia non si fermano le proteste contro la riforma tributaria

Le Nazioni Unite hanno espresso “profonda preoccupazione” per le violenze registrate nella città di Cali

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Non si fermano in Colombia le proteste iniziate lo scorso 28 aprile contro la riforma tributaria presentata in parlamento dal presidente Ivan Duque. Nonostante il capo dello stato abbia ritirato la riforma, annunciando il varo di un nuovo testo d’intesa con i partiti, i manifestanti continuano a riempire le strade di diverse città del Paese, portando in piazza le istanze delle proteste che avevano caratterizzato il grande Paro Nacional di fine 2019. “Riconosciamo di aver vinto una prima battaglia con la decisione del governo di ritirare la riforma fiscale, ma non avremo vinto la guerra fino a quando non verrà ritirato l’intero pacchetto Duque, che include la riforma del lavoro, la riforma sanitaria, la riforma delle pensioni e non verrà resa giustizia alle persone uccise, ferite e catturate in questo arduo lavoro di mobilitazione”, si legge in un comunicato diffuso dagli organizzatori delle proteste.

L’epicentro delle proteste è la città di Cali, nel dipartimento sud-occidentale di Valle del Cauca, la stessa zona da cui, lo scorso ottobre, migliaia di indigeni hanno marciato verso la capitale per chiedere maggiore sicurezza. Il dipartimento è infatti uno dei più colpiti dagli attacchi dei gruppi armati che dopo la firma dell’accordo di pace tra governo e Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) si contendono il controllo del territorio. Le comunità indigene sono protagoniste anche delle proteste di questi giorni, insieme a organizzazioni sociali, studenti e sindacati. Secondo la Defensoria del Pueblo, agenzia governativa preposta alla difesa dei diritti umani, sono 19 le vittime registrate nelle proteste iniziate lo scorso 28 aprile, di cui dieci a Cali, dove gli scontri tra manifestanti e forse dell’ordine sono stati particolarmente violenti.

Parlando ieri sera in conferenza stampa, il ministro della Difesa, Diego Molano, ha accusato i gruppi armati illegali che operano nel Paese si essere dietro le violenze registrate durante le manifestazioni di protesta. “La Colombia deve affrontare la minaccia terroristica delle organizzazioni criminali, che mascherate da vandali, tormentano città come Cali, Bogotà, Medellin, Pereira, Manizales e Pasto per destabilizzare”, ha detto il ministro. Molano ha quindi parlato di “atti organizzati e finanziati dalla dissidenza delle Farc e dall’Esercito di liberazione nazionale (Eln)”. Il ministro ha confermato la morte di un agente nelle, il ferimento di 540 agenti e 306 civili e l’arresto di 431 persone, ma non ha fatto riferimento alle morti tra i civili confermate dalla Defensoria del Pueblo.

A farlo sono state le Nazioni Unite, che hanno espresso “profonda preoccupazione” per le violenze registrate nella città di Cali e hanno dichiarato di essere al lavoro per verificare il numero esatto delle vittime. “Il nostro ufficio in Colombia sta lavorando per verificare il numero esatto di vittime (…) Anche i difensori dei diritti umani riferiscono di essere stati molestati e minacciati”, ha detto la portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani Marta Hurtado in un punto stampa. In precedenza la rappresentante dell’Ufficio in Colombia, Juliette de Rivero, ha denunciato spari e minacce contro il personale Onu da parte della polizia colombiana a Cali. “Mentre stavamo monitorando la situazione dei diritti umani a Cali non ci sono stati colpi diretti contro il team delle Nazioni Unite. Tuttavia, altri membri della commissione hanno ricevuto minacce e attacchi, oltre a colpi di arma da fuoco dalla polizia, senza che nessuno venisse colpito”, ha denunciato la funzionaria Onu.

Sul piano politico le proteste hanno portato alle dimissioni del ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla, il principale promotore di una riforma che mira ad aumentare il gettito per fare fronte al deficit crescente legato all’emergenza sanitaria del Covid-19. Tra i punti maggiormente contestati del testo di legge, che punta a raccogliere 6,3 miliardi di dollari di nuove entrate, c’è l’allargamento della base dei contribuenti, che riduce il livello minimo a partire da quale i cittadini devono pagare la tassa sul reddito. Un punto, questo, su cui Duque si è detto disposto a cedere nel nuovo testo che verrà sottoposto al parlamento.

Alcuni dei pilastri del provvedimento, ha dichiarato annunciando il ritiro della riforma, saranno presenti anche nel nuovo testo. Si parla di una sovrattassa temporanea alle imprese, una proroga dell’imposta sul patrimonio, l’incremento transitorio dell’imposta sui dividendi, un nuovo prelievo sui redditi più alti e una nuova stretta contro gli sprechi nella spesa della pubblica amministrazione. Paletti verranno invece posti ai punti più contestati. Nella mattina di sabato, prima di decidere per il ritiro, il presidente aveva già annunciato modifiche al testo, anticipando che non si aggiunge “l’imposta sul valore aggiunto ai servizi pubblici, non ci sarà l’Iva sulle benzine” e “le persone che oggi non pagano la tassa sul reddito non la pagheranno”, spiegava.

La necessità di una riforma fiscale in Colombia è stata sostenuta e incoraggiata a più riprese dai principali organismi finanziari. Lo scorso 22 aprile l’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s (S&P) avvertiva che la Colombia potrebbe perdere il grado di investimento nei prossimi 12 mesi, se “il recente indebolimento delle finanze pubbliche non viene contenuto”. A questo proposito S&P auspicava “l’approvazione del pacchetto di riforme fiscali che il governo ha recentemente presentato al Congresso”. Lo scorso 30 aprile, a proteste già iniziate, il Fondo monetario internazionale (Fmi) dichiarava di apprezzare il “programma di integrale riforma fiscale destinato ad aumentare le entrate in forma durevole ed equa per salvaguardare la spesa pubblica essenziale e gli investimenti pubblici”.

 

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