India: Modi annuncia la revoca delle tre leggi di riforma del commercio agricolo

Il primo ministro si è rammaricato della sorte delle riforme

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Il primo ministro dell’India, Narendra Modi, ha annunciato la revoca delle tre leggi di riforma del commercio agricolo approvate nel settembre del 2020, contro le quali si è scatenata una massiccia e duratura protesta degli agricoltori. “Oggi sono qui per dire all’intero Paese che abbiamo deciso di ritirare le tre leggi sull’agricoltura. Nella sessione del parlamento che si aprirà a fine mese completeremo il processo costituzionale per la revoca di queste tre leggi”, ha dichiarato Modi in un discorso televisivo. Il leader si è rammaricato della sorte delle riforme, nonostante l’intento del governo di migliorare le condizioni degli agricoltori, soprattutto di quelli che coltivano piccoli terreni. “Non siamo riusciti a convincere una parte degli agricoltori, nonostante gli sforzi”, ha ammesso Modi, aggiungendo di aver preso la decisione “a malincuore”. Il primo ministro ha fatto appello ai manifestanti a tornare a casa.



Il premier ha annunciato anche che sarà istituito un comitato che studierà come rendere più efficace e trasparente il prezzo minimo di sostegno (Msp). Il comitato sarà composto da rappresentanti del governo centrale, dei governi statali e dei coltivatori e da esperti di scienze agricole ed economia agricola. Il leader di Nuova Delhi ha assicurato il suo impegno per la categoria e rivendicato le sue politiche, sostenendo che le risorse allocate per il settore nel bilancio annuale sono aumentate di cinque volte durante il suo governo e ricordando che è stato creato un fondo da mille miliardi di rupie per le infrastrutture agricole. Modi ha difeso anche le tre leggi, sostenendo che le riforme erano state sollecitate da tempo dagli esperti e discusse in un dibattito parlamentare e che avevano incontrato l’opposizione solo di una minoranza dei coltivatori.

Complessivamente le tre leggi – The Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Act, The Farmers (Empowerment and Protection) Agreement of Price Assurance and Farm Services Act e The Essential Commodities (Amendment) Act – puntano a ridurre le barriere e limitare il potere degli Stati di determinare piazze commerciali e prezzi per creare un mercato nazionale unico. La prima limita i poteri dei comitati statali competenti, gli Agricultural Produce Market Committee (Apmc), che hanno imposto delle restrizioni sulle piazze commerciali, gli intermediari e i flussi tra gli Stati, e consente il commercio dei prodotti agricoli al di fuori degli spazi Apmc, mantenendo il prezzo minimo di sostegno (Msp). La seconda crea un quadro normativo per l’agricoltura a contratto mediante accordi tra agricoltori e acquirenti prima della produzione (o dell’allevamento). La terza modifica una precedente norma sul potere del governo centrale di designare materie prime essenziali e di regolarne l’offerta, stabilendo che questo potere possa essere esercitato in circostanze eccezionali e vincolando i limiti di stoccaggio ad aumenti di prezzi del cento per cento per i prodotti orticoli al dettaglio e del 50 per cento per i prodotti agroalimentari non deperibili.



Nelle intenzioni del governo le tre legge avrebbero liberalizzato il commercio interstatale e intra-statale e il commercio elettronico, ridotto le barriere e creato un ecosistema in cui gli agricoltori e i commercianti avrebbero avuto libertà di scelta nella vendita e nell’acquisto attraverso canali commerciali alternativi e competitivi senza essere vincolati ai mercati e alle sedi fisiche previsti da varie legislazioni statali: in sostanza, un mercato agricolo unico. Il timore di perdere potere d’acquisto e di essere più esposti agli interessi delle grandi compagnie, invece, ha coalizzato masse di lavoratori della terra, raggruppati nel Fronte unito degli agricoltori (Samyukta Kisan Morcha, Skm). A sostegno dei coltivatori si sono espressi diversi partiti, a cominciare dal Congresso nazionale indiano (Inc), principale forza di opposizione, e dal Partito dell’uomo comune (Aap), al governo a Nuova Delhi.

La mobilitazione è partita dal Punjab, considerato “il granaio dell’India”, dove per settimane gli agricoltori hanno manifestato organizzando blocchi dei binari (“rail roko”), che hanno quasi paralizzato lo Stato. Gli stessi leader della protesta hanno deciso di mettervi fine e di marciare verso la capitale. Dal 26 novembre 2020 i manifestanti, provenienti principalmente dal Punjab, dall’Haryana, dall’Uttarakhand e dall’Uttar Pradesh, si sono accampati in alcune aree alle porte della città. Dal primo dicembre 2020 i delegati sindacali e quelli governativi si sono incontrati undici volte, l’ultima il 22 gennaio, senza arrivare a un accordo. Gli agricoltori chiedevano l’abrogazione delle leggi, mentre l’esecutivo era disposto a concedere emendamenti.

La questione è finita anche davanti alla Corte suprema che il 12 gennaio ha sospeso l’attuazione delle tre leggi e ha istituito un comitato incaricato di ascoltare le parti e formulare raccomandazioni. Nel frattempo la contestazione è stata portata avanti con scioperi e altre iniziative. Il 26 gennaio, giorno della Festa della Repubblica, la marcia dei trattori è degenerata nel caos. La battaglia si è accesa anche sui social network, con un’eco internazionale. La polizia di Nuova Delhi, oltre alle indagini e agli arresti per le violenze nella capitale, ha avviato inchieste sull’istigazione delle violenze attraverso Twitter, in particolare per un “toolkit”, un documento condiviso contenente indicazioni per la mobilitazione degli agricoltori. Con la seconda grave ondata dell’epidemia di coronavirus, e le conseguenti misure di contenimento, la contestazione ha subito una battuta d’arresto ma non si è esaurita.

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