Iran: tutti gli scenari dopo l’elezione del nuovo presidente Ebrahim Raisi

Ne hanno parlato a "Nova" Cornelius Adebahr del think-tank Carnegie Europe e Alex Vatanka del Middle East Institute

Ebrahim Raisi iran

La vittoria dell’ultraconservatore capo della magistratura Ebrahim Raisi alle ultime elezioni presidenziali iraniane apre scenari incerti per quanto riguarda la politica estera di Teheran, dopo il duplice mandato di Hassan Rohani, che ha visto – nel giro di pochi anni – il successo dell’accordo sul nucleare del 2015 (Jcpoa) e il disastro del ritiro statunitense e delle sanzioni. Mentre la maggior parte degli analisti ritiene che non vi saranno conseguenze a breve termine sui negoziati in corso a Vienna per il ripristino del Jcpoa (Raisi entrerà fra l’altro in carica solo il prossimo agosto), rimangono dubbi riguardo alla tenuta futura dell’accordo, e ad altri possibili effetti della vittoria dei cosiddetti “falchi”. Tra questi, figura ad esempio il futuro esito dei colloqui diretti avviati di recente con l’Arabia Saudita, ma anche la politica di Teheran nei confronti di altri teatri regionali, come l’Iraq, la Siria, il Libano, lo Yemen. Suscita interrogativi anche la situazione interna del Paese, dove la grave crisi economica e la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica – evidenziata dalla bassa affluenza al voto dello scorso 18 giugno – pesano sulla stabilità potenziale del governo del nuovo presidente. D’altra parte l’elezione del capo della magistratura, in apparenza favorita dalla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione, potrebbe segnare prima ancora che una vittoria del fronte politico “conservatore” un tentativo di consolidamento del potere da parte del “deep state” iraniano.



“Non legheremo gli interessi del popolo iraniano all’accordo nucleare”, ha dichiarato ieri Raisi, nella prima conferenza stampa dopo la vittoria delle elezioni presidenziali. “La nostra politica estera non si limiterà all’accordo nucleare”, ha sottolineato il presidente dell’Iran, facendo riferimento al Jcpoa. Il neoeletto capo del governo di Teheran ha anche aggiunto di non voler incontrare il presidente Usa, Joe Biden, nel caso in cui le sanzioni di Washington dovessero essere rimosse. Gli Stati Uniti d’altra parte hanno reso noto di non avere intenzione di cercare un vertice con Raisi, anche se vi è attesa per i risultati dei colloqui sull’accordo nucleare: lo ha dichiarato ieri, nel corso di una conferenza stampa, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. “Al momento non abbiamo relazioni diplomatiche con l’Iran o piani per incontrarci a livello di leader”, ha dichiarato Psaki.

Secondo Cornelius Adebahr, nonresident fellow presso il think-tank Carnegie Europe, l’impatto della vittoria degli ultraconservatori sui negoziati per il nucleare iraniano potrebbe essere relativamente limitato. “I colloqui a Vienna hanno la ‘luce verde’ della Guida suprema, che vuole la rimozione delle sanzioni internazionali, e Raisi si è espresso in favore di un accordo rinnovato”, ha detto Adebahr ad “Agenzia Nova”. “Il problema iniziale con il Jcpoa era di Washington, non di Teheran. Inoltre, la leadership iraniana è ampiamente favorevole all’accordo, se e quando questo implicherà l’effettiva rimozione delle sanzioni Usa – cosa che al Paese è stata promessa nel 2015 ma mai realizzata. Il rischio è che il confronto al di fuori del dossier nucleare, ad esempio su questioni regionali o la situazione interna, riduca lo spazio di manovra e qualsiasi impegno costruttivo”, ha sottolineato.



Riguardo all’eventuale impatto dell’elezione di Raisi su altri ambiti della politica estera iraniana, l’analista ha affermato: “Con tutte le leve del potere in mano ai conservatori, e l’influenza esercitata dai servizi di sicurezza sul nuovo presidente, sarà interessante guardare come l’Iran proseguirà i colloqui regionali che ha avviato con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Il panorama regionale sta cambiando, non da ultimo con il riavvicinamento arabo-israeliano e Washington che cerca di districarsi” dall’area, ha proseguito Adebahr. “Gli europei dovranno guardare a come potranno rafforzare la sicurezza collettiva attorno al Golfo persico”, ha aggiunto. Al momento, comunque, l’Ue “è concentrata sui colloqui nucleari a Vienna, che spera di concludere prima che il prossimo presidente assuma l’incarico. Un Jcpoa ripristinato potrebbe essere la base” per riprendere l’impegno “comprensivo, costruttivo e critico – quando necessario – che l’Ue ha introdotto nel 2016”, ha detto Adebahr, aggiungendo che “Bruxelles lavorerà lungo queste linee per scoprire se Teheran sarà pronta a ricambiare”.

Secondo Alex Vatanka, analista e direttore del programma per l’Iran presso il Middle East Institute di Washington, l’elezione di Raisi non avrà un impatto di rilievo sulla politica estera di Teheran, e in particolare sui negoziati per il nucleare a Vienna, perché il neo-eletto presidente “non ha un’agenda di politica estera”. “Raisi sarà lì solo per eseguire” l’agenda politica di Khamenei, ha detto Vatanka, sentito da “Agenzia Nova”. Il nuovo presidente è “privo di visione” e, diversamente ad esempio dall’ex capo dell’esecutivo Mahmoud Ahmadinejad, “non ha niente da offrire: è lì solo perché ci sono gruppi di interesse che lo vedono come un buon candidato per proteggere i loro interessi”, ha aggiunto l’analista. Abbas Araqchi, capo negoziatore iraniano ai colloqui di Vienna, “continuerà a ricevere istruzioni da Khamenei e continueranno i colloqui – ha detto l’analista – non ci saranno assolutamente differenze. Se vi sarà un accordo domani, questa settimana o il prossimo mese, diranno che saranno state la gloriosa visione di Raisi e la sua dura posizione che hanno fatto inginocchiare l’Occidente, questa sarà la propaganda ufficiale di Khamenei”. La realtà, ha aggiunto l’analista, “è che l’accordo è già stato raggiunto e stanno lavorando sui dettagli. Gli americani vogliono l’accordo, gli iraniani vogliono l’accordo per la loro economia, tutto il resto è essenzialmente solo uno ‘show’ politico”.

Le ultime elezioni presidenziali secondo Vatanka sono “una farsa: ‘elezioni’ è un nome sbagliato, sono un processo di selezione: non un’elezione da parte del popolo ma una selezione da parte della leadership. In questo caso, Ebrahim Raisi è stato scelto come prossimo presidente dalla cerchia dell’ayatollah Khamenei”, ha aggiunto Vatanka. Le votazioni si sono tenute per “dare l’immagine che Khamenei sia il leader di una repubblica, quando di fatto è un califfo in un califfato”. L’affluenza molto ridotta, inferiore al 50 per cento, e l’elevato numero di schede bianche o nulle conferma, secondo Vatanka, che la popolazione iraniana è consapevole di ciò. Sul quadro politico attuale pesa anche la sconfitta del fronte dei riformisti, divenuti “politicamente uno scherzo”: dall’elezione a presidente di Mohammad Khatami, nel 1997, “i riformisti hanno fallito, incluso con Hassan Rohani, che non è un riformista ma è stato sostenuto dagli elettori riformisti”, ha aggiunto l’analista.

Per quanto riguarda la “scomparsa” dei riformisti, si segnala anche la mancata partecipazione alle presidenziali di Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri del governo Rohani, politicamente danneggiato da un audio – trapelato sui media nei mesi scorsi – in cui criticava il peso eccessivo esercitato dai pasdaran nella politica interna ed estera iraniane. “E’ chiaro a questo punto che l’audio è stato diffuso deliberatamente da persone vicine a Khamenei, o persone che volevano che Khamenei andasse in una certa direzione. L’audio ha tolto a Zarif ogni speranza di correre per la presidenza”, ha detto Vatanka, sottolineando che dopo l’incidente il capo della diplomazia “è stato fortunato a non essere ucciso, messo da parte o licenziato”. “I riformisti sono sostanzialmente morti, e questo significa una cosa sola: il cambiamento politico in Iran non può giungere attraverso le urne”, ha aggiunto. Secondo Vatanka vi sono due strade possibili davanti alla Repubblica islamica: “la prima è che Khamenei stesso decida di portare il Paese in un’altra direzione”, mentre la seconda è che “l’opposizione iraniana diventi più espressiva, radicale, perfino militante, e persegua un cambiamento di regime con la forza, che è uno scenario molto pericoloso”.

Sulla probabilità che questo scenario si verifichi in tempi rapidi, Vatanka afferma: “Se si guarda allo stato dell’opposizione iraniana, in Iran e nella diaspora, non è probabile. Non sono organizzati, non hanno una visione comune”. Tuttavia, la paura che Khamenei deve avere “non è che l’opposizione organizzata diventi più radicale e audace, è che l’opposizione organizzata diventi irrilevante, come è diventato irrilevante il movimento riformista, e che la gente scenda in strada per conto suo”, ha aggiunto. Allora vi sarebbe una situazione di anarchia, soprattutto nelle aree rurali più povere – dove l’impatto della crisi economica è più forte – e Khamenei potrebbe affrontare, come prima di lui il presidente siriano Bashar al Assad, una rivoluzione “molto disorganizzata, frammentata, in ogni luogo e simultanea: l’abbiamo visto nel novembre del 2019 e ripetutamente negli ultimi anni”, ha aggiunto.

Raisi, già candidato perdente contro Hassan Rohani all’ultima tornata elettorale del 2017, è stato eletto ufficialmente il 18 giugno come ottavo presidente della Repubblica islamica dell’Iran al primo turno delle elezioni presidenziali. Le votazioni hanno registrato una bassa affluenza pari al 48,8 per cento, in netto calo rispetto al 73,33 per cento di quattro anni fa. Raisi ha ottenuto 17.926.345 preferenze, pari al 61,9 per cento dei voti, superando nettamente gli sfidanti: l’ex comandante dell’esercito del Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica, Mohsen Rezaei (3.412.712 voti), il riformista ed ex governatore della Banca centrale, Abdolnasser Hemmati, (2.427.201 preferenze) e Amir Hossein Ghazizadeh-Hashemi (999.718 voti). Noto con l’appellativo onorifico di “hojjatoleslam” (autorità sull’Islam), grado inferiore per prestigio e autorevolezza a quello di “ayatollah”, Raisi è nato nel 1960 nella città nord-orientale di Mashhad, secondo centro abitato del Paese. Poco dopo la Rivoluzione islamica del 1979, ad appena 20 anni, Raisi è diventato procuratore generale nella città di Karaj, presso Teheran, per poi trasferirsi nella capitale: qui ha fatto carriera ricoprendo gli incarichi di vice procuratore, procuratore capo e procuratore generale dell’Iran (2014-2016). Nel marzo del 2019 è stato nominato dalla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, capo della magistratura, incarico che ha svolto fino a oggi.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram