L’Iraq alla prova del voto, tutti gli scenari per le elezioni del 10 ottobre

A traghettare il Paese alle elezioni è stato un esecutivo ad interim insediato nel maggio 2020

Iraq

Il prossimo 10 ottobre l’Iraq sarà chiamato a eleggere anticipatamente i 329 deputati del suo parlamento, a due anni dalle violente proteste antigovernative del movimento Tishrin (ottobre) che ha costretto alle dimissioni il governo del premier Adel Abdul Mahdi. A traghettare il Paese alle elezioni, una delle principali richieste avanzate dalla piazza, è stato un esecutivo ad interim insediato nel maggio 2020 e guidato dall’ex capo dell’intelligence, Mustafa al Kadhimi, che non parteciperà come candidato alla consultazione elettorale. Il voto, già rimandato una volta, giunge in un momento particolarmente critico per l’Iraq: sull’esito delle operazioni e sul futuro del Paese incombono la presenza – non del tutto eliminata – dello Stato islamico, il ruolo ancora ingombrante dell’Iran sulla scena nazionale, il previsto ritiro entro fine anno delle “truppe combattenti” statunitensi, le ricorrenti violenze di stampo politico e la vasta corruzione diffusa tra gli apparati amministrativi, ma anche le annose tensioni tra il governo federale e la regione autonoma del Kurdistan.



Centrale nel risultato delle elezioni sarà l’eredità del governo di Al Kadhimi, la cui eventuale riconferma come primo ministro – al momento improbabile – potrebbe dipendere dagli equilibri tra le forze politiche dopo il voto. Nonostante la sua natura dichiaratamente provvisoria e le difficili condizioni di lavoro, l’esecutivo ha ottenuto diversi importanti successi, soprattutto in politica estera: il premier e il ministro degli Esteri, Fuad Hussein, hanno infatti promosso una politica aperta e cooperativa, cercando di trasformare l’Iraq da campo di battaglia in “ago della bilancia” regionale. Tra i risultati degli ultimi mesi figurano la mediazione di storici colloqui diretti tra Arabia Saudita e Iran, per la prima volta dalla rottura dei rapporti diplomatici nel 2016; l’organizzazione di una Conferenza regionale per la cooperazione e il partenariato, tenuta lo scorso 28 agosto a Baghdad; il consolidamento dell’alleanza trilaterale con l’Egitto e la Giordania, ma anche dei rapporti con sauditi e turchi; un’apertura graduale alla Siria di Bashar al Assad, in linea con un generale e progressivo riallineamento dei Paesi arabi nei confronti del presidente siriano. Un’eventuale vittoria di forze attivamente filo-iraniane potrebbe vanificare gli sforzi del governo Al Kadhimi, con pericolose conseguenze per la stabilità del Paese e della regione.

Tra le forze in campo, quella che sembra avere maggiori probabilità di vittoria è quella con il più elevato numero di deputati nel parlamento attuale: il movimento sadrista, del politico e religioso sciita Muqtada al Sadr, che durante l’estate ha in un primo momento annunciato il boicottaggio del voto – per poi tornare sui suoi passi. La carismatica figura del “populista” Al Sadr, già nemico giurato degli Stati Uniti, rappresenta in realtà un’alternativa più gradita all’Occidente degli oltranzisti filo-iraniani, come la coalizione Al Fatah di Hadi al Amiri, che raccoglie rappresentanti di milizie sostenute dall’Iran e ritenute responsabili di attacchi contro forze e strutture della coalizione internazionale a guida Usa (come Asaib Ahl al Haq e l’organizzazione Badr). Al Sadr ha da tempo preso le distanze dai movimenti più filo-iraniani ed elogiato le iniziative di dialogo di Al Kadhimi, mentre esponenti sadristi del governo iracheno hanno avuto di recente incontri con diverse diplomatici occidentali. Il religioso tuttavia non gode più della simpatia delle proteste antigovernative, che in passato Al Sadr ha “cavalcato” per consolidare il proprio consenso.



Il volto della coalizione che con ogni probabilità governerà l’Iraq dipenderà dai risultati delle altre forze in campo, a cominciare dai partiti sciiti “moderati” (tra cui figurano la formazione del religioso Ammar al Hakim e i due partiti degli ex premier Haider al Abadi e Nuri al Maliki). Da tenere d’occhio anche il campo sunnita, dove competono la coalizione Taqaddum del presidente del parlamento, Mohammed al Halbusi, e l’alleanza Azm (vicina ad Al Fatah) di Khamis al Khanjar, e il campo curdo, dove si affrontano due formazioni storiche: il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e l’Unione patriottica del Kurdistan (Puk). Deludente potrebbe essere invece la performance delle tre formazioni legate al movimento Tishrin: secondo un sondaggio elaborato lo scorso agosto dal Washington Institute for Near Eastern Policy, queste avrebbero potenzialmente un vasto consenso in termini assoluti (più del 38 per cento dei votanti), ma il numero limitato di candidati registrati (99 sui 3.243 totali) e la disillusione di molti elettori rispetto al voto rischiano di incidere negativamente sui loro risultati.

“Il processo elettorale non è studiato e preparato in modo da garantire all’Iraq un’assemblea parlamentare affidabile, o in grado di produrre un cambiamento positivo nel Paese”, ha denunciato ieri il patriarca di Babilonia dei Caldei, cardinale Louis Raphael Sako, sottolineando che la comunità cristiana del Paese non è rappresentata adeguatamente dai candidati in lizza. Il prossimo governo dovrà affrontare le conseguenze del ritiro delle “truppe combattenti” Usa, che alla luce delle recenti vicende dell’Afghanistan suscita più di una preoccupazione. A compensare la partenza di Washington vi sarà in questo caso il forte potenziamento della missione Nato, il cui comando sarà peraltro assunto dall’Italia. Le attuali condizioni dello Stato islamico, ancora presente nel Paese ma certamente non potente e organizzato come nel 2014, non destano preoccupazioni immediate, ma il ritiro Usa rischia di rafforzare le cellule residue. Inoltre, la partenza delle truppe statunitensi può fornire maggiori margini di manovra alle potenti milizie delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu), con le cui pretese e ambizioni il governo di Al Kadhimi si è più volte scontrato frontalmente negli ultimi mesi. Se uno scenario “afgano” pare al momento improbabile, restano timori per la stabilità di un Paese centrale per gli equilibri e la sicurezza del Medio Oriente.

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