Iraq: l’ombra delle milizie filo-iraniane dietro l’attentato al premier Al Kadhimi

Tre droni carichi di esplosivo ieri hanno colpito la residenza del premier nella "zona verde" di Baghdad

Mustafa al Kadhimi - Iraq

L’ombra delle milizie filo-iraniane aleggia dietro l’attentato ai danni del premier iracheno, Mustafa al Kadhimi, avvenuto ieri mattina e condotto con tre droni carichi di esplosivo che hanno colpito la residenza del premier nella “zona verde” di Baghdad, il centro della città che ospita non solo la residenza del premier ma anche le ambasciate estere. Al Kadhimi è uscito incolume dall’attacco, ma sette agenti della sicurezza sono rimasti feriti. L’attentato è avvenuto al termine di un fine settimana iniziato con gli scontri armati nella capitale tra i manifestanti della fazione sciita filo-iraniana, Alleanza al Fatah, e le forze di sicurezza governative terminati con 125 feriti e, secondo alcune fonti non ufficiali, quattro morti. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’azione condotta però con modalità già utilizzate dalle milizie filo-iraniane non solo in Iraq, ma anche nel vicino Yemen, dove i ribelli sciiti Houthi, sostenuti da Teheran, hanno firmato diversi attacchi con droni esplosivi per eliminare esponenti di spicco delle forze governative appoggiate dall’Arabia Saudita. Dopo l’attacco di ieri, il sostegno e la solidarietà di attori regionali e internazionali nei confronti di Al Kadhimi non è tardato ad arrivare, mentre ingenti dispiegamenti delle forze di sicurezza irachene hanno sigillato la “zona verde” di Baghdad.



L’attacco contro il premier Al Kadhimi giunge in un momento delicato per l’Iraq e l’esecutivo di Baghdad, impegnato nel difficile compito di mantenere pace e stabilità tra le varie fazioni dopo le elezioni del 10 ottobre scorso che hanno visto una debacle dell’Alleanza Fatah, ramo politico delle Unità della mobilitazione popolare (le milizie sciite filo-iraniane che hanno combattuto la guerra contro lo Stato islamico) che ha ottenuto solamente 15 seggi su 329, rispetto ai 48 ottenuti nelle precedenti elezioni del 2018. I partiti filo-iraniani, che temono un secondo mandato di Al Kadhimi, hanno denunciato brogli e frodi durante le elezioni che sarebbero alla base, secondo loro, del successo ottenuto dalla coalizione Al Sairoon, del leader politico religioso sciita Moqtada al Sadr. Le brigate di Hezbollah hanno definito le elezioni del mese scorso le “peggiori” dal 2003. Fonti della sicurezza irachena citate dalla stampa internazionale, accusano proprio le milizie sciite di aver condotto l’attentato del quale sarebbe stata informata anche la leadership iraniana, che non avrebbe avuto un ruolo nell’attacco, ma non lo avrebbe nemmeno impedito.

L’Iran ha negato prontamente qualsiasi coinvolgimento nell’attacco contro il primo ministro iracheno. “Il tentativo di uccidere Al Kadhimi è una nuova sedizione che deve essere fatta risalire a gruppi stranieri”, ha sostenuto il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani. Teheran ha inviato a Baghdad, secondo alcune fonti già ieri poco dopo l’attentato, il comandante della Forza Quds, ramo del corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (i pasdaran) addetto alle operazioni al di fuori dei confini nazionali, Esmail Qaani, il quale avrebbe incontrato i leader delle milizie sciite chiedendo di evitare un’escalation di violenza. “Teheran non era a conoscenza del piano per uccidere il premier Mustafa al Kadhimi né quale partito ne è fautore”, ha dichiarato Qaani citato dall’agenzia di stampa irachena “Shafaq News” dopo l’incontro con il premier Al Kadhimi. Il comandante della Forza Quds, che ha avuto colloqui anche con il presidente iracheno Barham Salih, ha invitato le fazioni sciite a “riconoscere i risultati delle elezioni e unificare il fronte sciita per poter partecipare da protagonisti alla prossima fase” della formazione dell’esecutivo di Baghdad.



La debacle delle fazioni filo-iraniane alle elezioni e il rafforzamento di Moqtada al Sadr, che vanta a sua volta una potente milizia armata, sta preoccupando Teheran. La nuova leadership conservatrice guidata da Ebrahim Raisi teme da un lato di perdere la sua influenza in Iraq e continua per questo motivo a fornire il suo appoggio ai partiti vicini alle Pmu contro la fazione di Al Sadr, che si oppone alle interferenze straniere nel Paese. Tuttavia allo stesso tempo, l’Iran teme un’escalation di violenza in Iraq, preferendo mantenere un clima di tensione latente, ma non di scontro aperto che indebolirebbe la sua posizione. Il rapporto tra Al Kadhimi, Teheran e le milizie filo-iraniane è sempre stato molto teso e complesso. Nel 2020, infatti, il premier Kadhimi aveva palesato più volte la sua intenzione di far rientrare le Forze di mobilitazione popolare (Pmu) sempre più sotto l’ombrello delle Forze armate statali, una scelta non gradita da Teheran, che gode di ottimi rapporti politici ed economici con gran parte delle milizie sciite irachene. Diverse volte, quindi, nell’estate del 2020, razzi di fabbricazione iraniana hanno colpito obiettivi all’interno della Zona verde di Baghdad, così come manifestazioni organizzate dai partiti filo iraniani hanno messo pressione a personalità governative e al premier in persona. A fine maggio, le milizie sciite hanno circondato gli uffici del premier iracheno, dopo l’arresto di Qassem Musleh, il comandante delle operazioni delle Pmu nella regione dell’Anbar, accusato di aver ordinato l’uccisione di Ihab Al Wazni, un attivista di spicco nelle proteste pro-riforma e anti-regime avvenute a Karbala a inizio maggio. La reazione violenta delle Pmu e i rischi di attacchi proprio contro il premier iracheno hanno costretto la polizia a rilasciare Musleh e a ritirare le accuse nei suoi confronti.

In questo momento l’Iran sta giocando una delicata partita su molteplici fronti, anzitutto quello sull’accordo nucleare , cercando di mostrare ai Paesi occidentali e ai rivali regionali la propria forza con attacchi condotti dalle milizie alleate o con azioni di disturbo della navigazione lungo le rotte petrolifere del Golfo Persico e del Mare dell’Oman. Lo scorso 20 ottobre, droni armati hanno colpito la base di Al-Tanf, in Siria, che ospita le forze della coalizione contro lo Stato islamico guidata dagli Stati Uniti. Pur non essendoci alcuna rivendicazione, secondo Washington l’attacco sarebbe da imputare alle milizie filo-iraniane attive nel governatorato di Homs. Intanto, dopo mesi di annunci e trattative con i firmatari europei – Francia, Regno Unito e Germania – del Piano globale d’azione congiunto (Jcpoa) lo scorso 3 novembre l’Iran ha accettato di riavviare il prossimo 29 novembre a Vienna, in presenza, la Commissione mista del Piano d’azione globale congiunto (Jcpoa). I colloqui della Commissione mista del Jcpoa si sono conclusi, senza un nulla di fatto, a giugno dopo sei tornate di incontri iniziati lo scorso aprile. Quelli del 29 novembre saranno i primi colloqui a cui parteciperanno delegati del nuovo governo conservatore iraniano del presidente Raisi che in questi mesi ha più volte affermato di non voler riprendere il dialogo dal punto di stallo a cui era giunta l’amministrazione moderata dell’ex presidente Hassan Rohani.

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