La crisi del Tigrè a una svolta, il governo etiope ammette la presenza di truppe eritree

La prima conferma ufficiale della presenza di truppe eritree nella regione è arrivata dal premier etiope Abiy Ahmed

etiopia

A quattro mesi e mezzo dall’avvio dell’offensiva da parte delle forze federali etiopi, la situazione nella regione del Tigrè appare tutt’altro che pacificata. Mentre si moltiplicano le denunce internazionali circa le presunte atrocità e violazioni dei diritti umani commessi nella regione sia da parte delle forze etiopi che di quelle eritree, si susseguono gli appelli per chiedere l’apertura di un’indagine indipendente su quanto sta accadendo, nonché per sollecitare il ritiro di tutte le forze straniere presenti nel Tigrè. La prima conferma ufficiale della presenza di truppe eritree nella regione è arrivata oggi dalla voce diretta del primo ministro etiope Abiy Ahmed, nel corso di un atteso intervento davanti al parlamento di Addis Abeba. Nel suo discorso Ahmed ha dichiarato che “il popolo e il governo eritrei hanno fatto un favore duraturo ai nostri soldati” durante il conflitto, aggiungendo tuttavia che “qualsiasi danno sia stato arrecato alla nostra gente è stato inaccettabile”. “Non lo accettiamo non perché si tratta dell’esercito eritreo, non lo accetteremmo neppure se si trattasse dei nostri soldati. La campagna militare era contro i nostri nemici chiaramente mirati, non contro il popolo. Ne abbiamo discusso quattro o cinque volte con il governo eritreo”, ha detto il premier.



L’Eritrea “ci ha detto che aveva problemi di sicurezza nazionale e di conseguenza aveva sequestrato aree al confine, ma aveva promesso di andarsene se i militari etiopi fossero tornati alle trincee”, ha aggiunto il premier, precisando che a determinare l’ingresso in guerra dell’Eritrea è stata la decisione da parte del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) di “lanciare razzi” contro Asmara dal confine. “Il governo eritreo ha condannato severamente i presunti abusi e ha detto che prenderà misure contro i suoi soldati accusati di tali abusi”, ha quindi tenuto a precisare Ahmed, il quale ha poi assicurato che i militari ritenuti responsabili di aver commesso atrocità saranno perseguiti e assicurati alla giustizia. “Indipendentemente dalla propaganda esagerata del Tplf, ogni militare responsabile dello stupro delle nostre donne e del saccheggio delle comunità nella regione sarà ritenuto responsabile poiché la loro missione è di proteggere (loro)”, ha dichiarato Ahmed, sottolineando che sono in corso i “massimi sforzi” per affrontare le esigenze umanitarie della popolazione tigrina e che il governo federale ha inviato una “grande quantità” di aiuti alimentari di emergenza alle vittime del conflitto. Ahmed ha inoltre precisato che sono state condotte discussioni con il governo di Asmara per accertare eventuali crimini commessi commessi dalle forze eritree.

L’ammissione arriva dopo mesi di dinieghi sia da parte di Addis Abeba sia da parte di Asmara circa la presenza di truppe eritree nella regione, e in seguito al moltiplicarsi di denunce e accuse da parte delle agenzie delle Nazioni unite e di diverse organizzazioni sui presunti massacri commessi nel Tigrè. Anche fonti locali contattate da “Agenzia Nova” hanno confermato che i militari eritrei sono “ovunque” nel Tigrè e rappresentano “la forza principale” nel conflitto, combattendo contro le forze dell’Etiopia e dell’Amhara nel sud della regione. “Le truppe eritree uccidono e violentano, le persone sono generalmente traumatizzate e si radicalizzano contro l’Etiopia a causa della negazione da parte del governo etiope della presenza e degli abusi eritrei”, riferiscono le fonti a “Nova”, aggiungendo che circa 450 mila persone sfollate da queste aree si trovano nella città di Shire e nei piccoli centri vicini. Le forze eritree, tuttavia, non sono le uniche presenti sul terreno. “Anche le forze Amhara operano principalmente e nella zona occidentale e nella in quella meridionale del Tigrè, sia in vesti civili sia attraverso le forze speciali. Sono organizzati in forma militare. Non ho un numero di forze sia eritree che amhara”, ha aggiunto la fonte, senza precisare il numero di truppe e milizie presenti nella regione.



Per quanto riguarda le forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf), non è al momento chiaro chi le armi. “Non ho una risposta definitiva su questo, tuttavia (i tigrini) erano ben armati già da prima del conflitto e probabilmente disponevano di alcune armi leggere. Potrebbero anche aver beneficiato dello smantellamento del Comando settentrionale (episodio risalente allo scorso 4 novembre e che diede il via alla controffensiva etiope). I tigrini sono anche formidabili combattenti e stanno confiscando alcune armi ai loro nemici. Tuttavia, se la guerra proseguirà, potrebbero dover affrontare dei problemi: il confine sudanese è infatti chiuso sul versante del Tigrè occidentale, quindi l’accesso al Sudan al momento è bloccato”, ha aggiunto. Nel frattempo fonti della rete Arbi Harnet (Freedom Friday) citate il sito d’informazione “Eritrea Hub” hanno riferito che alcune delle truppe eritree presenti nel Tigrè si sarebbero trasferite nella vicina regione dell’Oromia. “Migliaia di membri del servizio nazionale (eritreo) appena formati sono arrivati negli ultimi tre giorni. Ci sono anche notizie preoccupanti secondo cui alcune truppe dell’esercito eritreo si starebbero dirigendo verso la regione di Oromia per fermare l’avanzata dell’Esercito di liberazione oromo (Oneg Shane). In particolare la 22ma divisione dell’Eritrea è stata inviata in Oromia. Haregot Furzun è il comandante della 22ma divisione e due delle sue brigate sono ora nella regione di Oromia”, si legge in un messattio ripreso dal sito web. L’Ola è il braccio armato del Fronte di liberazione oromo (Olf) che il governo di Addis Abeba considerava un movimento terroristico prima di un accordo per il cessate il fuoco firmato nel 2019.

La presenza di truppe eritree in Etiopia – già ampiamente documentata dalle Nazioni Unite e da diverse organizzazioni internazionali – era stata condannata nelle scorse settimane dalla comunità internazionale, fra cui il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, che aveva parlato apertamente di operazioni di “pulizia etnica” in atto nel Tigrè e aveva chiesto l’apertura di un’indagine indipendente. In precedenza l’organizzazione Human Rights Watch (Hrw) – come già fatto anche da Amnesty International – aveva chiesto “con urgenza” l’apertura di un’indagine delle Nazioni Unite sui presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella regione del Tigrè, accusando le forze etiopi ed eritree di aver bombardato indiscriminatamente la città di Axum durante l’offensiva di novembre nella regione, massacrando decine di civili, compresi bambini di appena 13 anni. In risposta ai numerosi appelli internazionali, la scorsa settimana l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha acconsentito alla richiesta dell’Etiopia di avviare un’indagine congiunta sulle conseguenze umanitarie del conflitto nella regione del Tigrè e ha autorizzato l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) a preparare un piano per avviare la missione il prima possibile. All’inizio di marzo la stessa Bachelet aveva chiesto al governo dell’Etiopia di concedere agli osservatori Onu l’accesso alla regione del Tigrè per indagare sui rapporti di omicidi diffusi e violenze sessuali che potrebbero configurare crimini di guerra.

Ma le truppe eritree potrebbero non essere le uniche forze stranieri presenti in Etiopia. A gennaio sono emerse informazioni, mai confermate dalle autorità, secondo le quali militari somali presenti in Eritrea per l’addestramento sono stati inviati a combattere nel Tigrè al fianco delle truppe etiopi ed eritree contro i tigrini. Secondo fonti d’intelligence citate dal quotidiano “Garowe Online”, almeno 370 militari somali di età compresa tra i 20 e i 30 anni sarebbero stati uccisi nel conflitto dopo essere stati arruolati segretamente per combattere al fianco delle Forze di difesa nazionali etiopi (Endf) contro il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf). Sulla questione è stata pubblicata anche un’inchiesta di “Voice of America-Africa” (Voa) realizzata da un giornalista locale, secondo la quale l’Agenzia di intelligence nazionale somala (Nisa) sarebbe stata attivamente coinvolta nel reclutamento di militari che sono stati schierati in Eritrea insieme ad almeno 135 anziani leader di comunità locali ed alcuni membri del parlamento somalo.

Secondo i risultati dell’indagine, che cita a testimonianza la voce di membri dei servizi segreti e di militari, il campo diretto dal generale Shirbow e situato dietro il quartier generale della Nisa a Mogadiscio avrebbe avuto funzione di sito di registrazione per i militari diretti in Eritrea. Il primo gruppo di cadetti sarebbe stato trasportato ad Asmara il 19 agosto del 2019 in aereo, il secondo il 20 ottobre dello stesso anno. I voli sono poi stati interrotti per la pandemia di Covid-19. Due fonti citate nell’inchiesta stimano tra 5 mila e 7 mila i cadetti attualmente in Eritrea, ma una terza fonte ha fornito una cifra inferiore. In seguito alle rivelazioni di stampa, il parlamento federale somalo ha chiesto al presidente Mohamed Abdullahi “Farmajo” di fare chiarezza sulla sorte dei militari somali, sollecitandolo a rendere nota la loro sorte e a far sapere se sono vivi o morti, tuttavia finora non sono giunte conferme né smentite ufficiali al riguardo.

Nei primissimi giorni del conflitto, inoltre, la leadership tigrina aveva accusato gli Emirati Arabi Uniti di assistere l’esercito etiope con droni inviati da una base aerea situata ad Assab, in Eritrea. L’informazione, rilanciata per primo dal sito specializzato “Military Africa”, non ha per ora trovato riscontri ufficiali, anche se alcuni indizi farebbero quanto meno sollevare degli interrogativi: è il caso, ad esempio, della notizia diffusa ieri dall’emittente “Bbc Africa” di presunti bombardamenti aerei avvenuti in una zona montuosa alla periferia di Macallè, capitale della regione del Tigrè, di cui non si conosce ancora la paternità. La base, realizzata inizialmente per sostenere le operazioni militari miratine nello Yemen attraverso il Mar Rosso, dispone di diversi veicoli aerei da combattimento senza pilota Wing Loong II acquisiti dalla Cina, come messo in luce nell’agosto 2018 da immagini satellitari pubblicate dalla piattaforma DigitalGlobe, specializzata in immagini geospaziali. Sarebbe proprio da Assab, secondo le accuse dei tigrini, che i droni emiratini condurrebbero i raid contro le postazioni del Tplf. Gli Emirati hanno acquistato un Wing Loong II dalla Cina nel 2017 e in precedenza, nel 2013, avevano acquistato droni Predator dagli Stati Uniti. Abu Dhabi dispone inoltre dell’Ucav United 40, prodotto localmente e che ha volato per la prima volta nel 2013, e ha ordinato di recente ulteriori Seeker 400 dal Sudafrica.

 

Leggi altre notizie su Nova News
Seguici su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram