La diplomazia dei vaccini: come Cina e India si sfidano nei quattro continenti

Nel 2021 il vaccino contro il coronavirus rappresenta quel che il petrolio ha rappresentato nel ventesimo secolo

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Nel 2021 il vaccino contro il nuovo coronavirus rappresenta quel che il petrolio ha rappresentato nel ventesimo secolo e il carbone nel secolo precedente. Serve a tutti, ma pochi hanno la capacità di produrlo. E chi questa capacità ce l’ha, ne fa strumento di diplomazia, esercizio di potere, perno della propria strategia di proiezione globale. “Agenzia Nova” ha raccolto e incrociato i dati sulla diplomazia dei vaccini, una partita che è iniziata da meno di sei mesi ma dalla quale possono già trarsi importanti indicazioni. Ne emerge un quadro piuttosto chiaro degli equilibri geopolitici in rapida evoluzione, delle potenze che vogliono giocare un ruolo sempre più centrale nello scenario internazionale e di quelle che, al contrario, appaiono in difficoltà in una fase senza precedenti nella storia recente. Dinamiche che sono ancor meglio visibili nei quattro focus specifici proposti su Europa, Asia, Africa e America latina.



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Diplomazia dei vaccini: la mappa delle esportazioni

La mappa delle esportazioni dei vaccini nei Paesi in via di sviluppo indica che la partita si gioca innanzitutto tra Cina e India. Insieme agli Stati Uniti e all’Unione europea, le due potenze asiatiche sono attualmente i più grandi produttori di vaccini al mondo. Alla fine di marzo, gli Usa avevano circa 200 milioni di dosi, l’Ue 165 milioni, la Cina 260 milioni e l’India 145 milioni. A differenza di Stati Uniti e Unione europea, tuttavia, Cina e India sembrano determinate a fare del vaccino uno strumento per estendere la propria influenza all’estero. La nuova amministrazione del presidente Joe Biden, che ha ereditato dal predecessore Donald Trump il Paese con il più alto numero di contagi e decessi da Covid-19 al mondo, ha preferito infatti utilizzare per la campagna interna di vaccinazione tutte le dosi prodotte fin qui. Una scelta che ha certamente pagato sul piano interno – gli Usa sono oggi in linea con l’obiettivo di vaccinare l’intera popolazione adulta entro il 4 luglio – ma che rischia di far perdere ancora peso internazionale al Paese. L’Ue, da parte sua, ha esportato quasi il 46 per cento delle dosi prodotte, ma lo ha fatto soprattutto verso Paesi industrializzati quali il Regno Unito, il Canada e il Giappone. I vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna dominano il mercato nordamericano e quello europeo, ma – anche a causa delle caratteristiche che ne rendono particolarmente complessa la conservazione – hanno scarsa diffusione in America latina e in Africa.

Continenti, questi, nei quasi si sfidano le ambizioni globali di Cina e India, con un ruolo ben più defilato per la Russia, che paga la sua scarsa capacità di produzione. Pechino e Nuova Delhi hanno deciso di destinare ai Paesi in via di sviluppo – sottoforma di accordi commerciali o di donazioni -poco meno del 50 per cento dei vaccini prodotti: 114 milioni nel caso di Pechino, che spedisce in ogni angolo del mondo i suoi Sinopharm e Sinovac; 61 milioni nel caso di Nuova Delhi, che in gran parte esporta o dona dosi del vaccino sviluppato dalla casa farmaceutica anglo-svedese AstraZeneca. La Repubblica popolare ha inviato vaccini in 24 Paesi africani, contro i 17 raggiunti da Nuova Delhi. Nella regione di America latina e Caraibi, alla presenza cinese si affianca quella dell’India, che ha inviato vaccini in 19 Paesi. È bene specificare che non sono stati conteggiati vaccini forniti nel quadro dell’iniziativa Covax dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che pure sono in gran parte prodotti dall’India.

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È in Asia, però, che la competizione globale sui vaccini appare più serrata. Qui s’incrociano le ambizioni concorrenti e spesso contrastanti di tutti i grandi attori globali: gli Stati Uniti che puntano a contenere la crescente assertività della Cina in particolare nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale; la Repubblica popolare, per l’appunto, che mira a guadagnarsi un “cortile di casa” amico come base per proiettare la propria potenza politica ed economica in tutto il mondo; l’India che sfida sempre più apertamente Pechino in Asia meridionale; la Russia che cerca di puntellare la propria influenza in zone strategiche come il Medio Oriente e l’Asia centrale. Lo scenario che ne emerge è di grande complessità, in certi casi di conflittualità. Si guardi per esempio al Myanmar, dove la diplomazia dei vaccini s’intreccia con una crisi politica che rischia di degenerare in un vero e proprio conflitto civile. Prima del colpo di Stato il governo di Aung San Suu Kyi aveva ricevuto 1,5 milioni di dosi in dono dall’India e firmato un accordo con il Serum Institute di Nuova Delhi per l’acquisto di ulteriori 30 milioni di dosi. Dopo il golpe del primo febbraio, la giunta militare salita al potere ha aperto trattative per l’acquisto di vaccini dalla Cina, nuovo sponsor regionale del governo. Di vaccini si è parlato in maniera approfondita in occasione del primo vertice dei leader del Quad, emergente alleanza dell’Indo-Pacifico formata da Stati Uniti, India, Australia e Giappone, che hanno deciso di stanziare un miliardo di dollari per la fornitura di vaccini nel sud-est asiatico, regione nella quale al momento domina il siero anti-Covid cinese.

Iniziative come quella del Quad saranno forse cruciali per riequilibrare la partita globale delle forniture di vaccini, che vede oggi l’Occidente in forte ritardo. Non si tratta solo di una questione economica. Raggiungere con i propri vaccini quanti più Paesi nel mondo garantisce ai produttori anche prestigio e peso politico da far valere in altre sedi. Un esempio su tutti è la notizia secondo cui rappresentanti cinesi avrebbero offerto vaccini anti-Covid al Paraguay in cambio dell’interruzione delle relazioni diplomatiche del Paese sudamericano con Taiwan, che Pechino rivendica come sua 23ma provincia. Ad oggi la Cina è senza dubbio il Paese che più d’ogni altro sta facendo leva sulla sua capacità di produzione di vaccini per estendere la propria influenza a livello globale. Un vantaggio reso possibile anche dal fatto che, a differenza dei Paesi democratici, la Cina deve tener conto in misura limitata dell’opinione pubblica nazionale e può destinare all’estero la maggior parte delle dosi che produce. Un altro grande produttore come l’India non ha la stessa possibilità: di recente, a causa del forte aumento interno di contagi, il governo di Narendra Modi si è visto costretto a limitare le esportazioni e le donazioni per concentrarsi sulla campagna nazionale di vaccinazione. Quel che è certo è che gli sviluppi futuri dello scenario globale dipenderanno anche dall’esito di questa partita.

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