La preoccupazione della Francia per un eventuale accordo fra il Mali e il gruppo Wagner

La ministra della Difesa, Florence Parly, ha messo in guardia le autorità di transizione

wagner

La ministra della Difesa francese, Florence Parly, ha messo in guardia le autorità di transizione del Mali dal concludere un accordo con la società di sicurezza privata russa Wagner, definendo il potenziale accordo come “estremamente preoccupante” dal momento che minerebbe gli sforzi della Francia per contrastare la minaccia jihadista nella regione del Sahel. “Se le autorità maliane stipulassero un contratto con Wagner, sarebbe estremamente preoccupante e contraddittorio, incoerente con tutto ciò che abbiamo fatto per anni e che intendiamo fare per sostenere i Paesi della regione del Sahel”, ha detto Parly nel corso di un’audizione a una commissione parlamentare. Una cooperazione tra la giunta al potere in Mali e la compagnia russa Wagner “è assolutamente inconciliabile” con la presenza di una forza francese sul territorio, aveva affermato in precedenza il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves Le Drian. Il capo della diplomazia francese ha ricordato che unità della Wagner si sono già distinte in Siria e nella Repubblica Centrafricana per “abusi, furti e violazioni di tuti i generi e non possono corrispondere ad una soluzione”, ha affermato Le Drian. In precedenza un portavoce del ministero della Difesa del Mali non ha negato la notizia, circolata lunedì scorso su diversi media internazionali, secondo cui le autorità di Bamako sarebbero vicine al raggiungimento di un accordo con il gruppo Wagner per l’invio di un migliaio di mercenari russi. Stando alle stesse fonti, l’accordo potrebbe garantire al gruppo Wagner anche l’accesso a tre giacimenti minerari, due d’oro e uno di magnesio.



Nelle stesse ore la piattaforma Debout sur les remparts (Yerewolo), organizzazione non governativa attiva in Mali, ha rivolto un appello pubblico al capo della giunta militare al potere a Bamako, Assimi Goita, con la richiesta di espellere le truppe francesi dal Paese. Lo riporta il sito “Mali web”, secondo cui un’ondata di manifestazioni ha interessato diverse parti del Paese per chiedere il ripristino della sovranità del Mali e il ritiro del contingente militare francese. Gli autori dell’appello hanno anche affermato di considerare la cooperazione con la Russia l’unica opzione accettabile per l’intervento straniero e si sono detti fiduciosi che Mosca si schiererà dalla loro parte e aiuterà a restituire la libertà al Mali. “Noi giovani abbiamo organizzato questa manifestazione per il ritiro delle forze armate francesi dal territorio nazionale del Mali. Vogliamo dare un contributo alla soluzione definitiva della crisi e ripristinare i valori della sovranità della nostra nazione”, si legge nella lettera. “Non nascondiamo e riaffermiamo la nostra comune disponibilità con le nuove autorità di transizione a dare priorità alla cooperazione militare con la Russia per il rapido ripristino della Repubblica, in modo da poter lottare per la stabilità a lungo termine, che porterà alla nostra sovranità assoluta”, affermala missiva, che arriva poche settimane dopo l’incontro avvenuto a fine agosto tra il viceministro della Difesa russo Alexander Fomin e il suo omologo maliano Sadio Camara a margine del forum Army-2021, che si è tenuto a Mosca, in occasione del quale le due parti hanno discusso dell’attuazione di progetti comuni nel settore della difesa.

La presenza russa in Africa, del resto, sembra essere sempre più marcata e gli eventi degli ultimi mesi non fanno che confermarlo. Lo scorso 25 maggio il Mali è stato teatro di un nuovo colpo di Stato – il secondo nell’ultimo anno – per mano di militari considerati vicini alla Russia: il nuovo presidente di Transizione, il colonnello Assimi Goita, è infatti un ufficiale di lunga data che gode di grande fiducia a Mosca, dove ha ricevuto addestramento militare. Anche il nuovo premier da lui designato, Choguel Maiga, vanta un passato simile: partito all’età di 19 anni alla volta della Bielorussia, Maiga ha poi vissuto diversi anni in Russia dove si è laureato ingegnere all’Istituto di telecomunicazioni di Mosca. Inoltre, vale la pena di ricordare che lo scorso 28 maggio alcune centinaia di dimostranti si sono radunati di fronte all’ambasciata russa a Bamako, la capitale del Mali, chiedendo l’intervento della Russia – Paese che ha contribuito ad addestrare diversi membri della giunta golpista maliana – e l’espulsione dei militari francesi.



La Federazione Russa ha iniziato ad essere attiva in Mali anche prima del primo colpo di Stato dell’agosto 2020: già durante le proteste antigovernative a Bamako nell’estate del 2020, infatti, erano apparsi bandiere e manifesti che esprimevano gratitudine per la “solidarietà” da parte di Mosca, mentre due degli autori del golpe – Malik Diau e Sadio Camara – sono rientrati nel loro Paese una settimana prima del colpo di Stato, dopo quasi un anno di addestramento ricevuto a Mosca. La Russia ha inoltre, fin da subito, sostenuto la giunta militare salita al potere in Mali e ha inviato un rappresentante speciale a Bamako, mentre l’ambasciatore russo ha incontrato quasi immediatamente i golpisti. La Federazione Russa è peraltro in grado di influenzare la posizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si è limitato a sostenere la mediazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao). Va infine ricordato che il Cremlino può vantare degli “amici” nell’arena politica e tra i civili del Mali, come nel caso di Umar Mariko, leader del partito Unità africana per la democrazia e l’indipendenza (a sua volta membro della coalizione di opposizione M5-Frp), il quale nel 2018 ha visitato la parte del Donbass occupata dai russi e ha promesso di aprire un ufficio di rappresentanza dei militanti filo-russi in Mali nel caso in cui fosse diventato presidente.

L’influenza di Mosca è invece già ampiamente consolidata in Repubblica Centrafricana, dove sono presenti centinaia di militari russi e dove nei mesi scorsi il governo di Bangui ha inviato una notifica al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui specifica la sua intenzione di mettere a disposizione delle Forze di difesa e di sicurezza (Faca) centrafricane 600 istruttori russi aggiuntivi – 200 tra le file Forze armate centrafricane, 200 della gendarmeria nazionale e altri 200 della polizia – che vanno ad aggiungersi ai 535 già ufficialmente presenti sul territorio centrafricano, sebbene diverse fonti di sicurezza affermino che il numero di istruttori russi presenti a Bangui sia in realtà molto più alto (tra le 800 e le duemila unità). La forte instabilità nei Paesi del Sahel provoca gravi preoccupazioni in Francia, Paese la cui industria nucleare – 58 reattori atomici installati – dipende in buona parte dalle forniture di uranio provenienti da tre miniere situate in Niger e in Mali. La Francia ha inoltre alcune migliaia di militari presenti nell’area – oltre alla già citata operazione Barkhane, è operativa da qualche mese la task force multilaterale Takuba, che prevede anche l’impiego di circa 200 militari italiani – e ha da tempo chiesto l’invio di un contingente italiano in Niger, nella cui capitale Niamey sono presenti circa 300 dei nostri militari. Ciò nonostante, Parigi non sembra più essere in grado di controllare la situazione: è anche per questo motivo, quindi, che Macron sembrerebbe sempre più orientato ad appianare i contrasti con l’Italia.

Dal nuovo colpo di Stato in Mali – come da quello recente in Guinea – la Russia può del resto trarre vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche politico, riducendo l’influenza della Francia nella regione. La presenza russa nel Sahel e in altri Paesi africani è testimoniata dalla firma di una serie di accordi di cooperazione militare e sugli armamenti. In teoria, gli obiettivi russi e francesi in questa parte dell’Africa sono simili: entrambi i Paesi dichiarano infatti il loro sostegno alle autorità locali, alla lotta al terrorismo e alla cooperazione allo sviluppo, tuttavia l’offerta russa potrebbe essere un’alternativa maggiormente allettante per i governi africani poiché Mosca è più focalizzata sulla stabilità e sull’unità del potere che sulla riconciliazione interetnica, mentre l’approccio francese incoraggia la democratizzazione, le elezioni regolari e il consenso. Inoltre la Francia, a differenza della Russia, è vista spesso come una potenza oppressiva soprattutto dalle popolazioni del Mali (come si è visto con le proteste della scorsa settimana a Bamako), del Burkina Faso e della Repubblica Centrafricana, per via della memoria collettiva sul passato coloniale francese. A ciò va aggiunto che le truppe francesi nel Sahel sono spesso accusate dai locali di inefficacia e di favorire le forze irredentiste, come nel caso dei tuareg nel nord del Mali.

La penetrazione russa nel Sahel preoccupa non poco Parigi. È per questo motivo che nel 2019 il presidente Macron ha avviato un dialogo franco-russo volto a migliorare le relazioni bilaterali, nonché le relazioni Ue-Russia, nel tentativo di contrastare il crescente impegno russo in Africa. Il governo francese non ha tuttavia ancora preparato una strategia coerente nei confronti della sfida russa, preferendo per il momento temporeggiare. Così, al vertice Francia-G5 di Pau del gennaio 2020 Macron si è limitato a lanciare un avvertimento sull’intervento dei “Paesi terzi” in Africa tramite mercenari ma, secondo diversi esperti, quelle parole – insieme alla decisione di inviare altri 600 militari francesi nel Sahel – vanno considerate un segnale rivolto alla Russia. Secondo alcuni osservatori, inoltre, la moderazione francese potrebbe derivare dalla speranza di una sorta di auto-sconfitta russa in Africa, causata dall’eccessivo impegno nelle azioni militari e dall’ingerenza nella vita politica degli Stati africani. Ciò che appare chiaro è che Mosca ha intensificato il suo impegno in Africa a causa delle sanzioni occidentali e che pertanto le azioni russe in Africa sono in linea con la tattica generale del Paese di penetrare in quei luoghi dove la presenza europea va scemando. Alla luce di quanto scritto, la contrapposizione tra Francia e Russia sembra essere la chiave di lettura principale con cui leggere le dinamiche del Sahel – che interessano da vicino anche l’Italia – e gli avvenimenti ad esse legate.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram