L’Argentina domani al voto per le elezioni legislative

Il governo rischia di perdere la maggioranza

Chiusi giovedì gli ultimi comizi dei principali candidati, l’Argentina si recherà domani – domenica 14 novembre – alle urne per il parziale rinnovo del Parlamento. Elezioni di medio termine che potrebbero stravolgere gli attuali equilibri politici se la coalizione di governo, il Frente de Todos (Fdt), dovesse ripetere il risultato ottenuto alle primarie di metà settembre, quando aveva perso con ampio margine in 18 delle 24 province del Paese. In ballo ci sono oltre la metà dei seggi della Camera (157 su 257) e un terzo di quelli del Senato (24 su 72). Per il governo di Alberto Fernandez il rischio concreto è quello di perdere la maggioranza al Senato e di retrocedere a seconda minoranza alla Camera dietro alla coalizione dell’ex presidente Mauricio Macri, Juntos por el Cambio (Jxc). Uno scenario radicalmente opposto a quello delle presidenziali di due anni fa, dove Fernandez vinse al primo turno con il 48 per cento, e che obbligherebbe il peronismo al governo ad ampliare il suo raggio di alleanze o scendere a patti con l’opposizione.



Nel suo discorso di chiusura, il presidente Fernandez ha chiesto all’elettorato di aiutarlo a “costruire il sogno dell’Argentina che vogliamo”. Ma la stessa coalizione di governo appare frammentata al suo interno e divisa negli obiettivi. Da una parte il presidente e un manipolo di ministri, tra i quali quello dell’Economia, Martin Guzman, che – attraverso un discorso moderato – cerca di costruire consensi trasversali anche con i settori produttivi per ordinare la macroeconomia e raggiungere un accordo per la ristrutturazione del debito con il Fondo monetario internazionale (Fmi). Dall’altra, la vice presidente Cristina Kirchner, considerata da molti come la vera azionista di maggioranza del governo, che promuove ricette che pongono in secondo piano l’equilibrio fiscale, privilegiando gli stimoli al consumo e mostrandosi meno disposta ad accordi con settori dell’imprenditoria e dell’opposizione.

La divisione interna al Fdt è il principale fattore determinante dell’incertezza con la quale si guarda al giorno dopo le elezioni. In una riunione tenuta questa settimana con rappresentanti di alcune delle principali multinazionali presenti nel Paese, Fernandez e Guzman hanno illustrato alcune delle linee guida dell’azione di governo nella seconda metà del mandato: accordo con l’Fmi entro febbraio; nessuna svalutazione; programma di riequilibrio fiscale; riduzione dei sussidi alle bollette e aumento delle tariffe; lotta contro l’evasione fiscale. Eppure fino ad oggi il settore che fa capo all’ex presidente Kirchner si è opposto in modo netto a molti di questi punti. Alcuni analisti ritengono che se la coalizione di governo scendesse in queste elezioni sotto la soglia del 30 per cento – considerato da anni il tetto minimo del kirchnerismo da solo – diminuirebbe il potere della vice presidente all’interno dell’esecutivo, permettendo paradossalmente lo spiegamento degli accordi trasversali a cui punta Fernandez.



Il sentiero su cui si dovrà muovere il governo è stretto e tortuoso, soprattutto sul fronte economico e finanziario. Nonostante gli ottimi numeri che mostra l’attività economica – con un 10,1 per cento dall’inizio dell’anno -, i benefici della ripresa non si riflettono interamente sulla popolazione né in termini di miglioramento dei salari, per colpa dell’inflazione al 50 per cento annuale; né in termini di un aumento significativo dell’occupazione o di riduzione della povertà. Proprio l’inflazione è il nodo forse più difficile da risolvere e quello con maggior impatto nella popolazione. Mentre il governo cerca di contenere gli aumenti attraverso accordi sui prezzi, a futuro si attende un incremento sostanzioso delle tariffe dei servizi (luce, acqua e gas), congelate da oltre un anno. A soffiare sul fuoco dell’inflazione anche le aspettative di una svalutazione della moneta locale – il peso – rispetto al dollaro, smentita dal governo e sulla quale scommettono invece da tempo mercati e speculatori.

Gli ultimi sondaggi pubblicati prima che scattasse il periodo di silenzio stabilito per legge ritraevano comunque un ulteriore calo della coalizione di governo. Secondo l’inchiesta della società “Management & Fit” il Fdt registra una flessione dell’intenzione di voto a livello nazionale fino al 23,2 per cento contro il 31 raccolto delle primarie di quest’anno e il 48,2 per cento delle presidenziali del 2019. Un’inchiesta di “Giacobbe & Asociados” riporta da parte sua che la coalizione di governo raccoglie un’intenzione di voto del 27,5 per cento comunque in discesa rispetto alle primarie, mentre “Opinaia” stima nel suo sondaggio un 24 per cento sempre a livello nazionale. Tutti i sondaggi sottolineano che i principali temi di interesse e preoccupazione riguardano aspetti della situazione economica, dall’inflazione, ai salari, dall’occupazione al livello di povertà

Alle primarie legislative, l’Fdt aveva già subito una cocente sconfitta perdendo con ampio margine in 18 delle 24 province del Paese e, a livello nazionale, passando dal 40,2 per cento ottenuto alle presidenziali del 2019, al magro 31,8 per cento. La coalizione di centro destra, Juntos por el cambio (JxC), aveva invece da parte sua più che confermato il 40,2 per cento delle presidenziali, portandolo al 41,6 per cento. L’Fdt ha avuto più voti in soli sei distretti ed è stato sorprendentemente battuto anche nella provincia di Buenos Aires (Pba), tradizionale feudo peronista che da solo rappresenta quasi il 40 per cento dell’elettorato nazionale. La tornata delle primarie, formalmente obbligatoria, si è comunque chiusa con una partecipazione ai minimi storici, con solo il 66 per cento degli aventi diritto che si era presentato al voto.

Con l’obiettivo di uscire dalla profonda crisi interna alla maggioranza scaturita dalla sconfitta alle primarie il presidente Fernandez è stato forzato il 18 settembre ad operare un profondo rimpasto nel gabinetto. Al governo sono approdate in questo modo figure rappresentative del peronismo più tradizionale e non direttamente riconducibili a nessuna delle due alte cariche, come nel caso del nuovo capo di Gabinetto, Juan Manzur, governatore della provincia di Tucuman. L’ex capo di Gabinetto, Santiago Cafiero, è passato agli Esteri mentre al ministero della Sicurezza è stato nominato Anibal Fernandez, con alle spalle già diversi incarichi di governo durante le presidenze di Eduardo Duhalde, Nestor Kirchner e Cristina Kirchner. Julian Dominguez, già presidente della Camera dei deputati ed ex ministro dell’Agricoltura sotto il primo governo dell’attuale vice presidente è all’Agricoltura, mentre Daniel Filmus, già ministro dell’Educazione sotto la presidenza di Nestor Kirchner ed ex sottosegretario per le Isole Malvinas, Antartide e Isole del Sud Atlantico, è passato al ministero della Ricerca.

Gli ultimi dati ufficiali sull’attività economica in Argentina, diffusi dall’istituto nazionale di statistica (Indec) e relativi al mese di agosto mostrano d’altra parte una crescita del 12,8 per cento su anno e dell’1,1 per cento rispetto al mese precedente. Dall’inizio dell’anno l’incremento dell’attività economica è stato del 10,8 per cento. “Si tratta di un dato molto incoraggiante, l’economia non solo è cresciuta rispetto al mese precedente ma ha anche raggiunto e superato dello 0,4 per cento il livello di febbraio 2020, il mese precedente la pandemia”, ha affermato il ministro dell’Economia, Martin Guzman a riguardo. I tre settori protagonisti della ripresa ad agosto sono stati quello dei servizi, con un +77,4 per cento su anno, dell’industria manifatturiera, con un +13,7 per cento su anno, e del commercio, con un +15,6 per cento. In leggera contrazione nel raffronto su mese l’attività industriale, che segna un -0,6 per cento rispetto a luglio, e che su anno registra un +22,7 per cento.

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