La Corte dell’Aia conferma l’ergastolo per l’ex generale serbo bosniaco Mladic

Mladic si è presentato in aula nonostante i problemi di salute

mladic

L’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic è stato condannato in appello dal Meccanismo residuale dell’Aia all’ergastolo. Mladic si è presentato in aula nonostante i problemi di salute che erano stati menzionati in precedenza dalla difesa e dal figlio Darko. La Corte ha rigettato i ricorsi della difesa di Mladic secondo cui la sentenza di primo grado avrebbe presentato degli errori quando ha concluso che esisteva un’impresa criminale congiunta. La Corte d’appello ha stabilito che non sono stati commessi errori nel valutare le prove in primo grado. Anche in merito all’appello di Mladic per il diritto a un processo equo, la presidente della Corte d’appello ha affermato che il collegio, con il parere dissenziente di un giudice, ha respinto i motivi del ricorso. La Corte d’appello ha rilevato inoltre che Mladic non ha dimostrato che il Consiglio giudicante di primo grado abbia commesso un errore nel non trattare Sarajevo come una città difesa. La Corte d’appello ha ritenuto che la Camera di primo grado non avesse commesso errori nel ritenere che lo scopo dell’assedio di Sarajevo fosse quello di terrorizzare la popolazione di quella città.



L’ex generale serbo bosniaco era già stato condannato in primo grado all’ergastolo per crimini di guerra e contro l’umanità. Sia l’accusa che la difesa hanno impugnato la sentenza di primo grado chiedendo l’avvio di un processo in appello. La Corte di secondo grado poteva confermare integralmente la sentenza di primo grado, emendarla in alcune parti o nella sentenza, oppure annullarla in toto e disporre un nuovo processo. La prima sentenza motivava la condanna all’ergastolo con il fatto che Mladic ha “contribuito in modo significativo alla perpetrazione del genocidio di Srebrenica e di altri crimini di guerra commessi sul territorio della Bosnia Erzegovina”. Mladic è stato condannato in primo grado per 10 degli 11 capi d’accusa presentati, mentre non è stato ritenuto colpevole di genocidio nei comuni di Foca, Kljuc, Kotor-Varos, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica. La pubblica accusa ha presentato ricorso contro la decisione di non inserire questo ultimo capo d’accusa nella sentenza conclusiva del processo, mentre la difesa chiede che il processo a Mladic sia riavviato ex novo.

Il processo di primo grado a Mladic è stato avviato nel maggio 2012 e si è concluso il 15 dicembre 2016. L’ex generale è stato arrestato nel maggio 2011, dopo 12 anni di latitanza, a Lazarevo, in Serbia. Il 25 luglio 1995 la Procura dell’Aia ha presentato il primo atto d’accusa contro Ratko Mladic, insieme a quello nei confronti dell’allora presidente della Repubblica Srpska, Radovan Karadzic. L’atto d’accusa è stato ampliato più volte ed è stato infine definito nel 2002. Dal momento che Mladic e Karadzic sono stati arrestati a tre anni di distanza e il loro processo è iniziato in periodi diversi, le accuse contro di loro sono state separate e sono stati allestiti dei procedimenti separati. Durante il processo Mladic ha negato la sua colpevolezza e ha cercato di contestare le accuse e le testimonianze con una squadra di avvocati difensori. In un intervento per l’emittente radiofonica bosniaca “BH Radio 1”, il procuratore capo del Meccanismo dell’Aia, Serge Brammertz, ha dichiarato nelle scorse ore di aspettarsi una conferma della sentenza di ergastolo emessa in primo grado. “Siamo ottimisti sul fatto di essere riusciti a convincere i giudici della Camera d’appello a confermare il verdetto di primo grado”, ha detto Brammertz aggiungendo che anche dopo il verdetto rimarrà il problema creato dai “tentativi di contestare i fatti provati dal tribunale e relativizzare i crimini”. La glorificazione dei criminali di guerra, ha detto Brammertz, e la negazione del genocidio nella regione dei Balcani occidentali “è ora più presente di quanto non fosse dieci anni fa”.



Il procuratore ha aggiunto che intende “mettere in guardia il Consiglio di sicurezza dell’Onu” su questo pericolo nel suo prossimo rapporto. L’irresponsabilità di alcuni politici, ha osservato Brammertz, “non dovrebbe essere tollerata quando questi affermano che nessun genocidio è stato commesso a Srebrenica”. Il termine “genocidio” per i fatti di Srebrenica è stato oggetto di numerosi contrasti negli ultimi anni proprio in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’8 luglio del 2015 una bozza di risoluzione preparata dal Regno Unito mirava a far riconoscere a livello internazionale il termine “genocidio” per i fatti di Srebrenica. La bozza, presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu, non è stata approvata a causa del veto posto dalla Russia. Senza il veto il testo sarebbe passato con 10 voti a favore su 15. Quattro Paesi si sono astenuti, ovvero Cina, Venezuela, Angola e Nigeria. L’allora ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vitaljij Curkin, ha dichiarato nel corso della seduta che la Russia è contraria al documento in quanto porterebbe soltanto ad un aumento delle tensioni nei Balcani. La Russia, ha concluso, desiderava un documento equilibrato ma le proposte di Mosca sono state ignorate. Gli ambasciatori dei quattro Paesi astenuti hanno dichiarato che il documento presentato non porta in alcun modo alla riconciliazione. L’allora premiere attuale capo dello Stato serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato, nei giorni precedenti alla votazione del Consiglio di sicurezza Onu, che la risoluzione preparata dal Regno Unito su Srebrenica “avrà un impatto sulla regione”, al di là del fatto che possa essere approvata o no.

La Serbia ha inviato alla fine di giugno del 2015 una missiva ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite circa la risoluzione di Srebrenica annunciata dal Regno Unito. Nella lettera veniva sottolineato che la Serbia rispetta tutte le vittime dei conflitti avvenuti nella ex Jugoslavia. Belgrado, si leggeva ancora, è profondamente convinta che i ricordi, come pure le attività mirate a far sì che non si dimentichi il passato, debbano essere svolti esclusivamente in funzione della riconciliazione e della promozione della cooperazione regionale. La Serbia, si leggeva in un passaggio della lettera, non capisce il senso né l’obiettivo della risoluzione su Srebrenica, che andrebbe ad influire negativamente sulla stabilità regionale ma anche sui rapporti politici all’interno della Serbia. L’eredità del passato, si leggeva ancora, non deve essere da ostacolo per il futuro insieme dei Paesi della regione. Il Centro memoriale di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina, ha pubblicato il primo marzo una raccolta di documenti denominati Trascrizioni del genocidio. I documenti indicano l’esistenza di piani delle autorità serbo-bosniache per dividere la Bosnia Erzegovina e commettere atti di pulizia etnica. La raccolta, disponibile in formato online tramite un’apposita applicazione, è un insieme di trascrizioni delle sedute del Parlamento della Repubblica Srpska dal 1991 al 1996.

La missione del centro è raccogliere documenti e testimonianze sui fatti accaduti a Srebrenica del 1995, quando membri dell’esercito e della polizia serbo-bosniaci uccisero migliaia di persone. Lo scopo della pubblicazione della raccolta è fornire a ricercatori, organizzazioni della società civile, media e chiunque sia interessato una visione delle decisioni più importanti della dirigenza serbo-bosniaca prima e durante la guerra degli anni ’90. I documenti sistematizzati cronologicamente dimostrerebbero, secondo gli autori della raccolta, l’esistenza del progetto di stabilire una “grande Serbia” con parti della Croazia e della Bosnia Erzegovina sotto il controllo dei serbi. Tra i documenti vi è la decisione del Parlamento della Repubblica Srpska del 12 maggio 1992 “sugli obiettivi strategici del popolo serbo in Bosnia Erzegovina”.

La decisione afferma che gli obiettivi sono la demarcazione dello Stato rispetto alle altre due comunità etniche, la creazione di un corridoio tra la regione della Semberija e la Krajina bosniaca, l’istituzione di un corridoio nella valle del fiume Drina, l’eliminazione della Drina come confine “tra gli Stati serbi”, la creazione di confini sui fiumi Una e Neretva, la divisione della città di Sarajevo in parti serbe e musulmane e l’accesso della Repubblica Srpska al mare. Secondo il documento, nel corso della discussione il generale Ratko Mladic avvertì i presenti che il raggiungimento di questi obiettivi non sarebbe stato possibile senza commettere un genocidio. “Non possiamo pulire, né possiamo usare il setaccio per fare in modo che solo i serbi rimangano e che gli altri se ne vadano. Non è così, non so come (Momcilo) Krajisnik e (Radovan) Karadzic lo spiegheranno al mondo. Gente, questo è genocidio”, ha dichiarato allora Mladic secondo i documenti.

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