Libano: riparte l’inchiesta sull’esplosione a Beirut, indagato il premier Diab

Nel mirino anche altri otto alti ufficiali del Paese dei Cedri

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Il giudice incaricato di indagare sulla devastante esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, Tarek Bitar, ha rilanciato l’inchiesta, bloccata da mesi, annunciando l’avvio di procedure legali contro almeno nove alti ufficiali e funzionari dello Stato libanese, tra cui il primo ministro uscente, Hassan Diab. Oltre a quest’ultimo, il giudice ha manifestato la volontà di interrogare i deputati ed ex ministri Nouhad Machnouk, Ali Hassan Khalil e Ghazi Zeaiter, l’ex ministro Youssef Fenianos, l’ex comandante in capo dell’esercito, Jean Kahwagi, il capo della Sicurezza dello Stato, Tony Saliba, il capo della Sicurezza generale, Abbas Ibrahim, e un ex capo dell’intelligence militare, Camille Daher. Tutte queste persone “hanno dato prova di mancanze e commesso errori, e dovranno risponderne”, ha detto una fonte giudiziaria al quotidiano libanese “L’Orient le Jour”. Il predecessore di Bitar alla guida dell’inchiesta, il giudice Fadi Sawan, era stato rimosso dalla Corte di Cassazione dopo aver incriminato diversi funzionari politici, tra cui gli stessi Diab, Khalil, Fenianos e Zeaiter: tre di loro, compreso il premier dimissionario, si erano rifiutati di comparire davanti al magistrato.



Diab e altri otto funzionari coinvolti nell’indagine

Per evitare che questo scenario si ripeta, Bitar ha deciso di procedere inviando preliminarmente al parlamento la richiesta di revocare l’immunità ai deputati coinvolti, come anche all’ordine degli avvocati di Beirut, a cui appartengono tre degli indagati. Il giudice ha anche chiesto a governo e ministero dell’Interno l’autorizzazione a interrogare gli alti ufficiali delle forze di sicurezza coinvolti, incassando il sostegno del ministro dell’Interno uscente, Mohammed Fahmi. “Tutte le mie convocazioni sono indirizzate alle persone coinvolte sulla base di sospetti, non a titolo di audizione di testimoni”, ha detto Bitar, sottolineando che “queste misure sono necessarie per sentire ogni sospetto riguardo a una potenziale volontà di omicidio, o riguardo a negligenze e mancanze che hanno favorito il verificarsi della catastrofe”. L’esplosione del 4 agosto, provocata da quasi 3.000 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate per anni in un hangar del porto di Beirut, ha causato almeno 211 morti e più di 6.000 feriti, oltre a provocare gravi danni materiali al centro della capitale libanese.

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