Libia: alla Conferenza di Parigi compromesso sulle elezioni grazie alla mediazione dell’Italia

Non era scontato, visto il momento delicato e le oggettive difficoltà relative a tre dossier

draghi dabaiba

L’Italia compie un piccolo miracolo diplomatico alla Conferenza internazionale di Parigi sulla Libia, contribuendo in maniera decisiva alla stesura di un testo di compromesso accettato dai libici, benché boicottato dalla Turchia, salvaguardando così il processo elettorale. Non era scontato, visto il momento delicato e le oggettive difficoltà relative a tre dossier: primo, l’astruso processo elettorale libico; secondo, il mancato ritiro delle forze, dei combattenti e dei mercenari stranieri; terzo, la delicata questione del rispetto dei diritti umani e del mancato riconoscimento dello status di rifugiato da parte libica. Ora la palla torna nel campo dei libici, chiamati a un impegno inequivocabile di tutti gli attori, sia in Tripolitania che in Cirenaica, pena l’attuazione di sanzioni internazionali del Consiglio di sicurezza Onu.



E’ stato così sventato lo spericolato tentativo della Francia di forzare il voto con lo svolgimento del primo turno delle presidenziali il 24 dicembre e del secondo turno in concomitanza con le parlamentari. Una formulazione che suscitava le perplessità dei libici (condivise dall’Italia e di recente anche dalle Nazioni Unite), che ravvedono il rischio che tale impostazione induca il Parlamento di Tobruk a non convocare le parlamentari. L’Italia ha proposto invece un linguaggio più morbido (accettato dai libici) con un riferimento “all’inizio” delle elezioni presidenziali e parlamentari in Libia il 24 dicembre con la necessità che i risultati vengano “annunciati insieme”. Un linguaggio che lascia il campo a più opzioni: a decidere saranno ora i libici. Da sottolineare, poi, il riferimento al fatto che le elezioni debbano essere “inclusive”, una terminologia che viene in aiuto al premier Abdulhamid Dabaiba, impossibilitato a candidarsi a causa del controverso articolo 12 della legge sulle elezioni presidenziali emanata da Tobruk. Come sottolineato, secondo quanto si apprende, dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo intervento alla Conferenza, “dopo anni di conflitto, il popolo libico deve potersi esprimere in elezioni libere, trasparenti e credibili”. Draghi ha ribadito la necessità di una cornice giuridica ed elettorale condivisa alla quale devono lavorare insieme le autorità libiche competenti nei prossimi giorni e settimane.

Vale la pena ricordare che la co-presidenza della Libia non era inizialmente prevista. In occasione delle riunioni preparatorie della Conferenza, la delegazione libica (il cui coinvolgimento è stato possibile grazie all’impegno in tal senso dell’Italia) ha fatto presente che la co-presidenza di Tripoli era una precondizione essenziale. La richiesta libica (sulla quale francesi e tedeschi erano inizialmente esitanti) è stata in seguito accolta da tutti i co-presidenti, che hanno al contempo auspicato modalità di partecipazione pienamente rappresentative, dunque comprensive di tutte le istanze dell’autorità esecutiva transitoria unificata (Consiglio Presidenziale e Governo di Unità Nazionale). E’ interessante notare che insieme al presidente Mohamed Menfi e al premier Abdulhamid Dabaiba a Parigi c’era anche la ministra degli Esteri, Najla el Mangoush, dapprima sospesa dal Consiglio presidenziale (con tanti di divieto di espatrio) e subito reintegrata dal governo unitario (che ha fatto così capire chi comanda a Tripoli).



Nata su impulso francese, la riunione a livello di capi di Stato e di Governo ha visto un’ampia partecipazione internazionale. Oltre ai leader dei Paesi co-presidenti, era presenti al massimo livello anche Egitto, Ciad, Niger, Tunisia, Cipro, Grecia, Malta, Paesi Bassi, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Spagna, Regno Unito. Per gli Stati Uniti ha partecipato la vice presidente Kamala Harris, mentre Russia, Cina, Giordania, Svizzera, Algeria e Marocco hanno preso parte all’evento a livello di ministri degli Esteri. Presenti, inoltre, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di difesa, Josep Borrell, il segretario generale della Lega degli Stati Arabi e quello del G5 Sahel, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, e, per le Nazione Unite, la sottosegretaria Rosemary Di Carlo a fare da “tutrice” all’inviato speciale Jan Kubis, ormai quasi del tutto esautorato dall’incarico viste le oggettive difficoltà rincontrate nelle ultime settimane. La Turchia, invece, presente solo con il vice ministro degli Esteri, Sedat Onal.

Sono stati ammorbiditi, inoltre, i toni bellicosi dell’Egitto che insisteva (sostenuto da Grecia, Cipro, Giordania, Lega Araba) sulla definizione delle tempistiche “immediate” di ritiro. Formulazione opposta dai libici e dai turchi favorevoli a “il prima possibile”. Anche in questo caso l’Italia ha proposto una formula di compromesso (“rapido”). Nella versione finale del testo, viene ribadita l’urgenza di attuare concretamente l’accordo sul cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 e di sostenere l’azione della Commissione militare congiunta 5+5, il suo Piano d’azione per il ritiro di forze, combattenti e mercenari stranieri dalla Libia e la sua attuazione graduale, a fasi, sincronizzata e bilanciata. Per quanto riguarda il piano economico, viene ribadita l’importanza di un’effettiva riunificazione della Banca Centrale libica per salvaguardare l’unità delle istituzioni economico-finanziarie e della National Oil Corporation (Noc); si esortano il Parlamento e il Gun a riavviare le consultazioni per l’approvazione del bilancio unificato del 2021.

Particolare attenzione, infine, è dedicata alle questioni umanitarie: in merito viene ribadito l’obbligo per le autorità e per tutti gli attori libici di garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, incluso di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, nonché l’importanza della collaborazione con le Agenzie Onu. Anche qui non è un risultato scontato, date le difficoltà legate alla questione del mancato riconoscimento dello status di rifugiato da parte libica. Il un compromesso proposto dall’Italia ha consentito di evitare le tensioni attraverso l’inserimento di un richiamo alla mancata sottoscrizione da parte di Tripoli della Convenzione sui Rifugiati del 1951.

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