Libia: esclusiva “Nova”, ecco la bozza delle conclusioni della Conferenza di Tripoli

Manca l'indicazione esplicita di una data per delle elezioni parlamentari e presidenziali

Libia - libici in piazza

Sostegno alla “sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità della Libia”, rifiuto di “ogni forma di interferenza straniera negli affari libici” e dei “tentativi di violazione dell’embargo sulle armi e invio di mercenari in Libia”. Fine della “presenza militare in Libia” per “creare un ambiente appropriato” affinché si tengano nel Paese nordafricano “elezioni nazionali eque” in una data che però non viene precisata. Sostegno affinché “l’iniziativa del governo libico per stabilizzare la Libia abbia successo” e agli sforzi delle autorità di Tripoli per “ripristinare l’unità” del Paese. E’ quanto si legge nella bozza della Dichiarazione finale della Conferenza ministeriale sulla stabilità della Libia che dovrebbe essere adottata domani a Tripoli. Si tratta di un documento di sei pagine che include 24 punti suddivisi in sei capitoli: introduzione; processo politico; percorso economico e finanziario; percorso militare e di sicurezza; rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; azione supplementare.



Libia: ancora nessuna data per le elezioni

Salta subito all’occhio la mancanza di una data per delle elezioni parlamentari e presidenziali che dovrebbero tenersi il 24 dicembre. Nel testo vengono menzionate le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e la road map del Foro di dialogo politico libico (Lpdf) che, in teoria, mettono nero su bianco come nel giorno della vigilia di Natale, quando in Libia si festeggerà il 70mo anniversario dell’indipendenza, debbano tenersi le consultazioni parlamentari e presidenziali. L’assenza di un esplicito riferimento alle scadenze elettorali potrebbe essere mal digerita soprattutto dall’Egitto, che preme affinché i libici vadano al voto il prima possibile. Vale la pena ricordare che il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che ha tentato senza successo di conquistare Tripoli nel conflitto del 2019-2020, ha temporaneamente lasciato il comando del suo autoproclamato Esercito nazionale libico proprio per candidarsi alle elezioni presidenziali.

Migranti e terrorismo tra i temi

Al punto numero nove, la bozza del testo menziona “l’importanza di adottare le misure necessarie per creare fiducia e un ambiente appropriato per elezioni nazionali eque”, mentre al punto dieci si esortano “le parti libiche e gli attori internazionali ad accettare i risultati” delle elezioni, sottolineando “che saranno prese severe misure punitive contro chi ostacola il processo politico”. Al punto 13 della bozza, “i partecipanti concordano all’unanimità che porre fine al conflitto e raggiungere la sicurezza e la stabilità in Libia è una chiave per stabilire la pace e costruire lo Stato”. I successivi punti affrontano il dossier delle migrazioni irregolari e della lotta al terrorismo, senza grandi novità né condanne della condotta dei libici dopo l’arresto di circa 4.000 persone, incluse donne e bambini, in un quartiere di Tripoli popolato da migranti. Quanto al percorso “militare e di sicurezza”, al punto numero 19 della bozza della dichiarazione finale i partecipanti “accolgono con favore” il piano d’azione approvato a Ginevra l’8 ottobre dal Comitato militare 5+5 “relativo alla rimozione della presenza militare straniera” dal Paese. Le parole utilizzate (“presenza militare”) potrebbero suscitare l’opposizione della Turchia, che sostiene di essere presente in Libia sulla base di un accordo firmato nel 2019 con il Governo libico.



La Conferenza sulla Libia e i partecipanti

Per la prima volta in oltre un decennio va in scena domani a Tripoli, la capitale della Libia, una conferenza che riunirà circa 15 ministri degli Esteri, oltre ai rappresentanti di Unione Africana, Unione Europea, Lega Araba e Nazioni Unite. Dopo Parigi, Palermo, Abu Dhabi e Berlino, adesso sarà Tripoli a ospitare un incontro internazionale per stabilizzare la Libia. Sull’incontro fortemente voluto dal Governo transitorio di unità nazionale (Gun), il cui mandato scadrà fra poche settimane, gravano delle oggettive difficoltà, a partire dal boicottaggio di Turchia e Russia, presenti con delegazioni di scarso livello. Non solo. Fonti libiche hanno riferito ad “Agenzia Nova” che la dichiarazione finale potrebbe essere adottata solo dalla presidenza libica, senza la firma dei ministri presenti, segno che vi sono ancora ampie divergenze in particolare sul dossier del ritiro delle forze straniere.

Nonostante alcune defezioni, il parterre della conferenza di Tripoli resta d’eccezione. Secondo quanto appreso da “Nova”, per l’Italia andrà il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, ormai un veterano della Libia dove si è recato una decina di volte circa. Atteso nella capitale nordafricana anche il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Yves Le Drian, vecchia volpe della diplomazia d’oltralpe già ministro della Difesa dal 2012 al 2017. Presenti a Tripoli anche i ministri degli Esteri di Spagna, Malta, Tunisia, Algeria e di altri Paesi confinanti. L’Onu ci sarà con il sottosegretario Rosemary Di Carlo, che proprio ieri ha incontrato la ministra degli Esteri della Libia, Najla el Mangoush, insieme all’inviato delle Nazioni Unite, Jan Kubis. Per la Lega araba dovrebbe esserci il segretario generale Ahmed Aboul-Gheit, attualmente in visita in Tunisia proprio come il vicesegretario di Stato Usa, Wendy Sherman. La Germania, alle prese con la formazione del nuovo governo, sarà presente con un ministro di Stato. Per l’Unione europea ci sarà l’ambasciatore José Antonio Sabadell, mentre non è ancora chiaro chi andrà per l’Egitto. Praticamente assenti Turchia e Russia, i due Paesi maggiormente coinvolti nel conflitto militare libico del 2019-2020: per Ankara andrà un vice ministro, mentre da Mosca solo un direttore del ministero degli Esteri.

I dossier sul tavolo

I dossier sul tavolo della conferenza sono essenzialmente due: il ritiro delle forze straniere e le elezioni di dicembre. Sul primo punto, l’idea del governo libico è quella di sostenere l’accordo trovato pochi giorni fa a Ginevra sulla tabella di marcia per rimuovere “combattenti, mercenari e forze straniere” dalla Libia. Il problema è che la Turchia non è d’accordo con il termine “forze straniere”, perché ritiene che la sua presenza militare in Libia sia legittimata dall’accordo firmato nel 2019 con il governo libico dell’allora premier Fayez al Sarraj. L’Egitto, al contrario, preme per espellere le forze turche dal Paese vicino il prima possibile, mentre la Federazione russa fa buon viso a cattivo gioco: l’attuale situazione di status quo, infatti, consente a Mosca di mantenere in Libia, tramite i mercenari del gruppo Wanger, una spina nel financo sud dell’Alleanza atlantica e al tempo stesso un presidio strategico per la penetrazione nel Sahel.

Il nodo delle urne

Quanto alle elezioni, la situazione è piuttosto complicata. La road map del Foro di dialogo politico libico (l’organismo patrocinato dall’Onu) prevede che si voti simultaneamente per le presidenziali e le parlamentari il 24 dicembre, nella simbolica data del 70mo anniversario dell’indipendenza della Libia. Tuttavia, da tempo i cosiddetti “spoiler” (le forze che intendono guastare il processo di stabilizzazione) stanno manovrando per ritardare o dividere le consultazioni. La presidenza della Camera dei rappresentanti di Tobruk (est) vorrebbe prima le presidenziali e poi le parlamentari. Al contrario, il Consiglio di Stato di Tripoli (ovest) spinge per le parlamentari prima e le presenziali solo dopo un referendum costituzionale. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, le generiche conclusioni dei lavori – affidate come detto alla presidenza libica – dovrebbero evitare di menzionare un vero e proprio impegno concreto per tenere le elezioni come concordato, con il pretesto della mancanza di sicurezza e stabilità.

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