Libia: Haftar condannato a morte a Misurata, impedito il ricorso di Gheddafi a Sebha

Intanto a Tripoli la candidatura di Dabaiba vince tre ricorsi

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Il Consiglio dei ministri del Governo di unità nazionale della Libia ha ordinato ai ministeri dell’Interno e della Giustizia di garantire la protezione di tutti i tribunali competenti che ricevono i ricorsi relativi alle elezioni presidenziali e parlamentari, in coordinamento con i servizi di sicurezza. In una dichiarazione diffusa oggi, il Consiglio dei ministri ha condannato “l’attacco al tribunale di Sebha e ai suoi dipendenti da parte di un gruppo che ha violato la legge”, ritenendo che questo incidente abbia ricadute “negativo per lo svolgimento del processo elettorale”.



Il Consiglio ha incaricato i ministeri della Giustizia e dell’Interno di indagare immediatamente sull’accaduto, redigere un rapporto dettagliato e adottare le misure necessarie al riguardo. La dichiarazione ha sottolineato che il Consiglio dei ministri “non esiterà a fornire un ambiente appropriato per le elezioni che si terranno il 24 dicembre”, invitando tutte le parti “a rispettare le leggi e il desiderio dei libici di adottare il percorso pacifico del processo politico”. Secondo quanto riferisce la stampa libica, oltre 100 uomini della brigata Tariq Bin Ziyad, milizia dove serve Saddam Haftar, il figlio generale Khalifa Haftar candidato alle elezioni presidenziali, hanno circondato l’edificio della Corte d’appello di Sebha, il capoluogo della regione libica del Fezzan, per poi minacciare e cacciare tutti coloro che si trovavano all’interno del tribunale, terrorizzando magistrati, dipendenti e cittadini.

Intanto l’avvocato di Saif al Islam Gheddafi, Khaled Al Zaydi, ha detto – in un breve video fatto circolare sui social media – che oggi pomeriggio la Corte avrebbe dovuto esaminare il ricorso presentato dal suo assistito, escluso dalla corsa dalle presidenziali dell’Alta commissione elettorale della Libia. Ciò, tuttavia, non è avvenuto perché l’assalto degli uomini del generale Haftar ha espulso giudici, dipendenti e gli operatori del tribunale. Saif al Islam Gheddafi, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, sarebbe stato escluso dall’Alta corte sulla base dell’articolo 10 della legge elettorale presidenziale. Secondo Al Zaydi, l’articolo 10 non si applica a Saif al Islam, poiché non è stata emessa alcuna sentenza giudiziaria definitiva nei suoi confronti per un crimine o un delitto, come risulterebbe dal casellario giudiziale. Vale la pena ricordare che il figlio di Gheddafi era stato condannato a morte “in absentia” dal tribunale di Tripoli nel 2015, ma la sentenza era stata annullata pochi mesi dopo da un’amnistia generale emanata dal Parlamento di Tobruk.



Non è tutto. Sempre oggi il tribunale militare della città di Misurata in Libia ha emesso una condanna a morte per Khalifa Haftar. La sentenza è stata emessa contro il generale e altri sei ufficiali, in un caso relativo all’attacco contro l’Air defense college della città, ordinando la loro espulsione dal servizio militare e la privazione dei loro diritti civili. Il tribunale ha incaricato il dipartimento di polizia militare per eseguire immediatamente la sentenza, in conformità con la legge di procedura penale militare. La sentenza arriva mentre la magistratura della Libia è impegnata a valutare le 98 candidature alle elezioni presidenziali previste il 24 dicembre. La decisione della Corte marziale di Misurata appare fortemente politica ed è destinata a suscitare aspre polemiche nel Paese nordafricano.

Nel frattempo la Corte d’appello di Tripoli ha respinto nel pomeriggio i ricorsi presentati contro la candidatura alle elezioni presidenziali del premier ad interim del Governo di unità nazionale (Gun), Abdulhamid Dabaiba. Lo ha riferisce il sito web d’informazione libico “Fawsel Media”, precisando che i ricorsi erano basati sull’articolo 12 della legge elettorale presidenziale emanata dal Parlamento di Tobruk. L’articolo in questione precluderebbe la possibilità di concorrere alle elezioni a chiunque abbia ricoperto cariche pubbliche tre mesi prima della data delle elezioni che dovrebbero svolgersi il 24 dicembre.

Chiude il cerchio un criptico messaggio-sfogo su Twitter del capo dell’Alta commissione elettorale della Libia (Hnec), Imad al Sayeh. “Quando non accetti i loro programmi, non segui più i loro consigli, fai silenzio sui loro errori, e nascondi la verità insieme a loro, nelle loro opinioni devi ammettere (con forza) che non sei neutrale”, ha scritto Al Sayeh, in quella che sembra essere una risposta ai feroci attacchi politici ricevuti nelle ultime settimane sia da Tripoli che da Bengasi. Il presidente della Hnec, a capo di un’istituzione dovrebbe essere super-partes, è stato accusato a Tripoli di aver avallato le leggi elettorali emanate dal Parlamento di Tobruk senza quorum e senza previa consultazione con l’Alto Consiglio di Stato, il “Senato” libico basato nell’ovest del Paese. A Bengasi, invece, Al Sayeh è stato accusato di aver stretto un patto segreto con il premier del Governo di unità nazionale, Abdulhamid Dabaiba, per consentirgli di candidarsi nonostante le leggi emanate da Tobruk lo impediscano.

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