Libia: in tutto 98 candidati alle elezioni presidenziali

La Commissione ha comunicato di aver distribuito finora quasi 2 milioni di schede elettorali

Libia - libici in piazza

Sono in tutto 98 i candidati che hanno depositato la propria candidatura alle elezioni presidenziali presso i tre centri dell’Alta commissione elettorale (Hnec) a Bengasi (est), Sebha (sud) e Tripoli (ovest). Negli ultimi giorni c’è stato un vero e proprio boom di domande, al punto che la Hnec ha dovuto posticipare a oggi la conferenza stampa prevista ieri sera. Decine candidati, infatti, erano ancora in fila per presentare la documentazione quando il tempo a disposizione è scaduto. La Commissione ha comunicato di aver distribuito finora oltre un milione e 700 mila di schede elettorali per le consultazioni presidenziali previste il 24 dicembre, nella simbolica data del 70mo anniversario dell’indipendenza del Paese nordafricano. Ancora non è chiaro se in quel giorno si terranno anche le elezioni parlamentari. Il ritardo accumulato nell’approvazione del quadro legale per le elezioni ha portato la Hnec ad annunciare l’apertura delle candidature alle elezioni di fine anno poco più di due settimane fa, l’8 novembre: il termine delle domande per le presidenziali è scaduto ieri, mentre per le legislative ci sarà tempo fino il 7 dicembre. La presentazione delle candidature non implica automaticamente la loro accettazione: prima è necessario l’avallo della magistratura e delle autorità libiche responsabili del controllo dei documenti presentati, anche al livello fiscale. La lista dei 98 candidati potrebbe dunque subire una scrematura e per l’ufficialità bisognerà attendere i 12 giorni a disposizione per i ricorsi.



Tra i candidati di spicco alle presidenziali figurano il generale Khalifa Haftar, il presidente del parlamento, Aguila Saleh, Saif al Islam Gheddafi e l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashaga. Da menzionare anche l’attivista Laila Ben Khalifa, prima donna ad aspirare alla carica di presidente della Libia, l’ex premier Ali Zeidan, l’ex vicepresidente Ahmed Maiteeq. Ma il principale favorito alle elezioni è il premier del governo ad interim di unità nazionale della Libia, Abdulhamid Dabaiba. La controversa legge elettorale emanata dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk vieta tuttavia di candidarsi se si ricoprono incarichi istituzionali, quindi Dabaiba non avrebbe potuto partecipare alla competizione. Secondo il dibattuto articolo 12 della legge elettorale libica, infatti, chiunque voglia candidarsi alle elezioni deve lasciare ogni incarico tre mesi prima della data delle elezioni del 24 dicembre. Fonti di “Agenzia Nova” avevano riferito in precedenza che il premier inderebbe impugnare l’articolo della legge – il cui testo è stato approvato dal Parlamento senza il quorum minimo legale – davanti alla giustizia.

Saif al Islam Gheddafi



Tra i primi ad annunciare la candidatura il 14 novembre, Saif al Islam Gheddafi ha oggi 49 anni, parla correntemente inglese e vanta un dottorato alla London School of Economics. Durante il regime del padre Muammar stava lavorando per avviare una liberalizzazione dell’economia libica. Prima della caduta del regime nel 2011, Saif al Islam era considerato il volto moderno della Libia. Il secondogenito del defunto rais aveva recentemente manifestato, attraverso un’intervista concessa al “New York Times” lo scorso maggio (ma pubblicata a luglio), l’intenzione di candidarsi alle elezioni, eventualità che ha suscitato la reazione avversa delle milizie rivoluzionarie di Tripoli e di Misurata. Saif è ricercato dalla Corte penale Internazionale (Cpi) per presunti crimini contro l’umanità e contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura da parte della Procura militare della Libia. Proprio il Cpi ha fatto sapere che il suo status legale non è cambiato, per cui resta valido il mandato di arresto nei suoi confronti.

Khalifa Haftar

Il 16 novembre è il generale dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, a presentare ufficialmente la sua candidatura. “Prometto di sostenere il popolo libico e l’unità, l’indipendenza e la sovranità della Libia”, ha detto il generale in un video messaggio. “Se vinco ho molte idee per far rinascere il Paese e raggiungere il progresso. Se la ricchezza e le capacità della Libia saranno preservate, i libici possono guardare al futuro senza timore”, ha detto Haftar dopo aver presentato la sua domanda presso la sede dell’Alta commissione elettorale libica di Bengasi, il capoluogo della regione orientale della Cirenaica. “Insieme possiamo iniziare il cammino di riconciliazione, pace, costruzione e stabilità. La Libia si trova oggi di fronte a due strade: la via della libertà, dell’indipendenza e del progresso, e la via dei conflitti, dell’assurdità e della tensione”, ha aggiunto Haftar. Il “feldmaresciallo” libico ha temporaneamente lasciato la guida delle forze militari dell’est della Libia al generale Abdul Razzq Nadori fino al prossimo 24 dicembre, in modo da potersi candidare secondo le controverse leggi emanate dal Parlamento di Tobruk.

Aref al Nayed

Il 17 novembre è la volta di Aref al Nayed. Della tribù Warfalli ma nato a Bengasi, è un personaggio pubblico in Cirenaica, vicino al generale Haftar, ma con entrature in Tripolitania grazie alla tribù di appartenenza. Vicino all’islam sunnita sufi, già Ambasciatore di Libia negli Emirati durante il primo governo libico di Abdullah al Thinni, è stato docente di logica e spiritualità islamica nella grande Madrassa di Uthman Pasha, nel centro di Tripoli, che ha peraltro restaurato con fondi propri. Allo scoppio della rivoluzione, nel 2011, Nayed si schiera immediatamente con la rivoluzione per ricoprire diverse posizioni di rilievo nella gerarchia del Consiglio Nazionale di Transizione. Teologo presso l’Istituto Pontificio per gli Studi Islamici di Roma, è stato rappresentante della Libia per il Dialogo Interreligioso. Intrattiene ottimi rapporti con il Vaticano.

Fathi Bashagha

Il 18 novembre ha annunciato la candidatura Fathi Bashagha, uomo forte di Misurata. Ministro dell’Interno nel Governo di accordo nazionale, candidato premier al Foro di dialogo politico libico di Ginevra. Conclude gli studi presso la Air Force Academy con il grado di pilota sottotenente da combattimento. Rimane in accademia fino alle sue dimissioni dalla Air Force nel 1993 e lavora per alcune aziende nel commercio estero. Dopo gli eventi del 2011 è stato eletto membro del Consiglio della Shura, è stato nominato portavoce del Consiglio militare di Misurata ed è entrato a far parte del comitato consultivo della Commissione Nazionale di Riconciliazione. Nel 2014 è stato eletto alla Camera dei Rappresentanti per la circoscrizione di Misurata.

Abdulhamid Dabaiba

L’imprenditore misuratino Abdulhamid Dabaiba, 63 anni, è stato eletto a sorpresa lo scorso 5 febbraio primo ministro del governo di unità nazionale della Libia. Il Foro di dialogo politico libico (Lpdf) riunito a Ginevra sotto gli auspici della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha infatti scelto la lista “numero tre” che vede l’imprenditore di Misurata e fondatore del movimento Futuro per la Libia come premier in quota della Tripolitania. Laureato in ingegneria, Dabaiba ha lavorato a stretto con contatto con Saif al Islam Gheddafi nel 2007 dopo la laurea in Canada. “Ma questo è il mio unico legame con l’ex regime”, assicurava in un’intervista risalente al 2018, in cui si era presentato come “alternativa” all0ex premier di Tripoli Fayez al Sarraj e al generale Haftar.

“Vogliamo la democrazia in Libia (…) e non c’è ritorno all’era della dittatura”, aveva detto il rampollo della famiglia Dabaiba, potente clan della “città-Stato” di Misurata, la piccola “Sparta” libica a ovest di Tripoli dove è dislocato l’ospedale da campo della missione italiana Miasit. Il clan Dabaiba è finito al centro di aspre polemiche dopo che i familiari e lo staff di Ali Ibrahim Dbeibeh, controverso magnate libico oggetto di indagini in Scozia per frode, avrebbero offerto 200 mila dollari a due delegati del Foro di dialogo politico libico tenuto a Tunisi lo scorso novembre in cambio dei loro voti a favore Abdul Hamid Mohammed. Le Nazioni Unite si erano detto “al corrente” delle accuse e avevano assicurato che avrebbero “indagato” sulla questione. Ad oggi, tuttavia, non risultano sanzioni né indagini penali aperte sulla questione.

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