Libia: spianata la strada alla “discesa in campo” del premier Dabaiba?

Diversi segnali indicato che il premier uscente potrebbe vincere le imminenti elezioni presidenziali

Libia Dabaiba

Diversi segnali in Libia sembrano spianare la “discesa in campo” del premier del Governo di unità nazionale Abdulhamid Dabaiba alle elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi tra meno di un mese. Il 18 novembre, l’imprenditore della “città-Stato” Misurata, sede delle milizie considerate più forti del Paese nordafricano, deposita la propria candidatura nella sede dell’Alta commissione elettorale (Hnec) della capitale, Tripoli. E questo nonostante l’articolo 12 della controversa legge sulle presidenziali emanata dal Parlamento di Tobruk precluda, in teoria, la possibilità di concorrere alle elezioni a chiunque abbia ricoperto cariche pubbliche tre mesi prima del 24 dicembre, la data delle elezioni che dovrebbero svolgersi in concomitanza con il 70mo anniversario dell’indipendenza della Libia.



Del resto, la Conferenza internazionale tenuta a Parigi il 12 novembre sottolinea al primo punto “l’importanza per tutte le parti interessate libiche di impegnarsi in modo inequivocabile per lo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari libere, eque, inclusive e credibili il 24 dicembre 2021”. La terminologia “elezioni (…) inclusive” è stato un assist per il premier Dabaiba, peraltro presente al summit di Parigi in qualità di co-presidente anche grazie all’impegno in tal senso dell’Italia, visto che gli altri due co-presidenti (Francia e Germania) erano inizialmente esitanti. Non a caso, il 25 novembre la Corte d’Appello di Tripoli respinge i ricorsi presentati contro la candidatura del premier e ministro della Difesa “ad interim” basati appunto sull’articolo 12, considerato discriminatorio. Una decisione destinata a fare giurisprudenza e che elimina uno dei principali ostacoli della corsa di Dabaiba verso la presidenza.

I principali contendenti del premier uscente, il redivivo Saif al Islam Gheddafi e il generale Khalifa Haftar, non sembrano avere molte chance. Giovedì 25 novembre, il tribunale militare della città di Misurata in Libia condanna a morte il “feldmaresciallo” della Cirenaica e altri sei ufficiali per gli attacchi aerei compiuti contro l’Accademia aeronautica di Misurata nel luglio e nell’agosto 2020, costati la vita ad almeno due persone. Il sito degli attacchi si trova peraltro vicino all’Ospedale da campo della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit). La decisione della Corte marziale di Misurata è ovviamente politica e pesa come un macigno non tanto sul percorso del generale verso la presidenza (i ricorsi contro la sua candidatura possono essere presentati solo nella sua roccaforte di Bengasi), quanto piuttosto sul futuro ruolo di Haftar nel prossimo governo libico. Il generale, del resto, è l’uomo che ha cinto d’assedio la capitale Tripoli dall’aprile 2019 al giugno 2020, un tentativo muscolare di conquistare la guida dell’intero Paese anche contro il volere di alcuni dei suoi alleati.



Non è tutto. Mercoledì 24 novembre, l’Alta commissione elettorale della Libia respinge la candidatura di Saif al Islam Gheddafi sulla base dell’articolo 10 della legge elettorale presidenziale, secondo cui i candidati “non dovrebbe essere condannati con sentenza definitiva per un crimine o un reato contro l’onore o la fiducia”. Saif al Islam era stato condannato a morte “in absentia” dal tribunale di Tripoli nel 2015, ma la sentenza era stata annullata pochi mesi dopo da un’amnistia generale emanata dal Parlamento di Tobruk. Ad oggi è ancora ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra. Giovedì 25 novembre, l’avvocato del secondogenito del defunto leader libico Muammar Gheddafi tenta di presentare ricorso presso la Corte di appello di Sebha, capoluogo della regione del Fezzan controllato dalle milizie di Haftar. Ma la brigata Tariq Bin Ziyad, gruppo armato dove serve il figlio del generale Khalifa Haftar, Saddam, cinge d’assedio il tribunale, cacciando i magistrati e impedendo all’avvocato Khaled Al Zaydi di presentare il ricorso. L’episodio, condannato dal governo di Tripoli e dalla Missione di sostengo delle Nazioni Unite in Libia del dimissionario Jan Kubis, assottiglia ancor di più le chance di Saif al Islam Gheddafi, unico candidato che secondo i sondaggi è in grado di competere con Dabaiba. Anche se dovesse essere eletto, tuttavia, egli non potrebbe visitare la gran parte dei Paesi del mondo perché sottoposto a un mandato d’arresto internazionale, fatto che spingerebbe nuovamente la Libia in una condizione d’isolamento da “Stato canaglia”.

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