Madagascar: tentato omicidio del presidente Rajoelina, 11 arrestati

Il segretario di Stato del ministero della Difesa riferisce che dieci degli arrestati sono militari

Andry Rajoelina - Madagascar

È salito a undici il numero degli arresti effettuati dalle forze di polizia del Madagascar nel quadro delle indagini sul tentativo di assassinio del presidente Andry Rajoelina e di altre personalità politiche, la maggior parte dei quali sono militari. Lo ha riferito il segretario di Stato del ministero della Difesa e capo della gendarmeria nazionale, Richard Ravalomanana, il quale ha precisato che fra gli indagati attualmente in stato di fermo ci sono dieci gendarmi, quattro dei quali fanno parte del Gruppo di sicurezza e intervento speciale (Gsis), unità d’élite della sicurezza nazionale cui il presidente Rajoelina ha affidato la sua scorta. “La gendarmeria ha dato carta bianca alla giustizia per determinare la colpevolezza o meno dei nostri elementi citati o in contatto con i presunti sponsor di questo tentativo di attacco”, ha detto Ravalomanana citato dal quotidiano “Tribune Madagascar”. Fra gli arrestati si conta anche il cantante ed attivista Sareraka, ex membro dell’Alta autorità di transizione (Hat) noto per il suo ruolo nelle proteste che scoppiarono in Madagascar dal 2009 al 2013 e che opposero i sostenitori dell’allora presidente Marc Ravalomanana a quelli di Andry Rajoelina, allora sindaco di Antananarivo. Attualmente consigliere alla presidenza, Sareraka è in stato di fermo da ieri. Ravalomanana ha inoltre aggiunto che, nel quadro delle indagini, potrebbero essere ascoltati attori politici ed operatori economici.



Gli ultimi arresti seguono quello del direttore generale di Madagascar Oil, Russell Kelly, imprenditore di nazionalità statunitense che nella “Grande Ile” gestisce le attività della società detentrice delle maggiori risorse petrolifere del Paese, operativa dal 2004. Ascoltato dagli inquirenti insieme agli altri primi sei fermati – due ex ufficiali francesi di cui uno con doppia nazionalità malgascia, un altro franco-malgascio e tre cittadini malgasci -, Kelly ha confermato lunedì scorso in conferenza stampa, prima di essere arrestato, di aver ricevuto una email da parte di Paul Maillot Rafanoharana, fra i due principali indiziati, in cui gli venivano chiesti finanziamenti fino a 10 milioni di dollari per attuare il piano. Il fermo di Kelly aggiungeva un nuovo tassello al quadro – ancora confuso – di un progetto criminale per il quale sarebbero stati assoldati dall’estero in totale 15 uomini ben armati ed altamente addestrati, e di cui le autorità malgasce sono state allertate da circa un anno dai servizi di intelligence locali e statunitensi. Un progetto, riferiscono i media malgasci, il cui nome in codice sarebbe “Apollo 21” perché da attuare il 21 luglio scorso, e che le forze di sicurezza di Antananarivo avrebbero sventato appena in tempo alla vigilia.

Secondo fonti citate dal quotidiano malgascio “Midi Madagasikara”, alcuni membri dei commando – cinque in tutto, ciascuno formato da tre uomini – sono riusciti ad entrare nel territorio del Madagascar nonostante l’intervento delle forze di sicurezza, che non li avrebbero ancora localizzati. Fonti a conoscenza dei fatti riferiscono tuttavia che il piano complessivo sarebbe stato sventato solo in parte, rendendo necessario un rafforzamento delle misure di sicurezza a tutela del presidente Rajoelina e dei suoi più stretti collaboratori. Al centro del quadro appare sempre più centrale la figura di Paul Maillot Rafanoharana, ex ufficiale franco-malgascio vicino all’altro principale indiziato e fermato, il francese Philippe Marc Francois, con il quale ha in comune anche la formazione presso la prestigiosa Ecole speciale militaire de Saint-Cyr ed un’attività imprenditoriale nel settore dell’oro. A confermare i nuovi sviluppi ci sarebbero proprio gli scambi di email verificati tra Rafanoharana e il direttore generale di Madagascar Oil. Una corrispondenza, scrive “Midi Madagasikara”, che proseguiva da più di anno e i cui contenuti confermerebbero una certa familiarità tra gli interlocutori.



Gli inquirenti hanno sequestrato in particolare una lettera inviata il 12 ottobre scorso al gruppo Benchmark, proprietario della compagnia petrolifera Madagascar Oil, in cui Rafanoharana chiede 10 milioni di euro per finanziare il golpe, promettendo in cambio “il successo e la redditività sostenibile di Madagascar Oil”. Secondo la fonte, negli scambi Rafanoharana afferma di essere stato “sondato” per diversi mesi da più rappresentanti della comunità internazionale, tra cui due Paesi europei e un’organizzazione finanziaria internazionale, oltre che da membri della società civile, da leader religiosi, sindacali, di associazioni, imprenditori, alti funzionari statali ancora in servizio o in pensione, militari e persino capi di istituzioni. Sostiene inoltre di essere in contatto con gruppi indo-pachistani che sarebbero pronti a finanziare il progetto, ma di cui non si fida completamente.

A rivelare il piano criminale è stata lo scorso 20 luglio, giorno in cui sono scattati gli arresti, la procuratrice generale della Corte d’appello di Antananarivo, Berthine Razafiarivony, che in conferenza stampa ha annunciato che “diversi cittadini stranieri e malgasci sono stati arrestati nell’ambito di un’indagine per minaccia alla sicurezza dello Stato” e che secondo le prove materiali in possesso delle autorità “questi individui hanno escogitato un piano per l’eliminazione e la neutralizzazione di varie personalità malgasce, compreso il capo dello Stato”. Nel giro di poche ore sono quindi emersi i nomi di Rafanoharana e Francois, figure che – come rivelato dall’agenzia “Taratra”, collegata al ministero malgascio delle Comunicazioni – hanno in comune un passato come ex ufficiali militari. Nel piano che mirava a colpire personalità politiche distinte sembrano aver del resto operato funzionari malgasci di alto livello, con un probabile nucleo infiltrato nei ranghi delle forze di sicurezza locali.

Secondo fonti di “Jeune Afrique” i mercenari dei commando assoldati per il piano, abituati a partecipare ad operazioni destabilizzanti in Africa, una volta entrati in Madagascar sarebbero poi stati inquadrati da ufficiali superiori malgasci, con una dinamica che presenta alcune somiglianze con quella che lo scorso 7 luglio ha portato all’assassinio del presidente di Haiti, Jovenel Moise. A conferma del budget messo a disposizione del piano c’è il ritrovamento di circa 220 mila euro – suddivisi in quattro valigie – nella casa di Paul Maillot Rafanoharana, somma che la moglie avrebbe confessato di aver ricevuto da una persona a lei sconosciuta. Sulla figura dell’altro principale indiziato, Philippe Marc Francois, vale la pena citare la sua esperienza come ex membro della Marina militare francese in pensione e la direzione, a lui affidata, di un Reggimento di fanteria in Ciad: l’uomo è stato fermato lo stesso 20 luglio all’aeroporto internazionale di Ivato mentre si apprestava a rientrare in Francia. Su queste basi gli inquirenti si sono concentrati sulle frequentazioni imprenditoriali dei due ex ufficiali francesi, ed in particolare di Rafanohama, noto per essere un buon esperto in strategia e gestione di progetti, consulente dei gruppi Benchmark Advantage e di Madagascar Oil, oltre che molto vicino all’arcivescovo di Antananarivo, Odon Razanakolona. Insieme, nel dicembre del 2020, Rafanohama e Philippe hanno creato la società TsaraFirst, un fondo di investimento che – secondo quanto riferito sul profilo Linkedin di Philippe – ha “come vocazione di lavorare per lo sviluppo del Madagascar”.

Al quadro generale si aggiunge il tentativo di assassinio del segretario di Stato in carica della gendarmeria nazionale, il generale Richard Ravalomanana, sventato alla fine di giugno, oltre che ad un contesto politico teso. Appare non senza interesse, infatti, che secondo diverse fonti il nome di Rafanoharana circolasse nei corridoi presidenziali come possibile futuro premier al posto di Christian Ntsay, i cui rapporti con il presidente Rajoelina si sono negli ultimi tempi molto logorati. I dissapori avevano alimentato nelle scorse settimane voci insistenti sulle dimissioni del premier, ufficialmente smentite il 17 luglio dal portavoce del governo, Lalatiana Andriatongarivo Rakotondrazafy, ma avvalorate da una raccolta firme da parte di un gruppo di deputati che – scrive il quotidiano malgascio “Tribune” – non sarebbe tuttavia riuscito finora a portare la mozione di sfiducia in parlamento. Nel frattempo, come confermato da “Midi Madagasikara”, la presidenza del Madagascar ha preso misure per rafforzare la sicurezza del capo dello Stato, in quello che appare un altro punto comune – sebbene non confermato – con l’esperienza haitiana, dove la guardia presidenziale aveva sventato a febbraio un primo attacco contro il presidente Moise senza riuscire ad impedire quello del commando lo scorso 7 luglio.

Se il ministro della Difesa Richard Rakotonirina ha lanciato un avvertimento ai capi militari del Paese affinché adottino “le misure necessarie a difendere la sovranità” malgascia e avvertito che i cospirazionisti saranno giudicati “per alto tradimento”, per il momento la mente dietro l’attacco pianificato a Rajoelina rimane sconosciuta. La Polizia di Stato assicura che tutte le strade saranno esplorate e nulla lasciato al caso, mentre secondo altre fonti gli inquirenti starebbero battendo anche la pista dei membri della diaspora del Raduno militante per la democrazia in Madagascar (Rmdm), gruppo noto per la sua ostilità al presidente e fra i primi a commentare su Facebook la notizia del tentato assassinio, prima dell’annuncio ufficiale della procuratrice. Elementi che assumono valore se riferiti a un episodio dello scorso marzo, quando l’ambasciata del Madagascar a Parigi ha chiamato a presentarsi un membro del gruppo residente in Francia, Marco Randrianisa, per rispondere di incitazione alla violenza contro Rajoelina. Secondo la nota dell’ambasciata, Randrianisa sarebbe tuttora ricercato dalle autorità malgasce e francesi per aver incitato a linciare pubblicamente il presidente del Madagascar e i membri della sua famiglia.

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