Massacro del maggio 1977 in Angola, il presidente Lourenco chiede perdono

Il capo dello Stato ha promesso che il governo inizierà una ricerca dei resti delle persone risultate disperse

Joao Lourenco

Il presidente dell’Angola, Joao Lourenco, ha chiesto scusa alle vittime e alle famiglie delle persone uccise nel massacro del 27 maggio 1977 a seguito di una scissione nel partito al governo del Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla) e ha chiesto perdono a nome del governo. Nel suo discorso alla nazione pronunciato oggi nel 44mo anniversario del massacro, Lourenco ha definito le uccisioni da parte delle forze governative un “grande male” e la risposta del governo “sproporzionata ed estrema”, aggiungendo tuttavia che “non è più il momento di puntare il dito l’uno contro l’altro”. Il capo dello Stato ha quindi promesso che il governo inizierà una ricerca dei resti delle persone risultate disperse a seguito del massacro per restituirli alle loro famiglie. “Queste pubbliche scuse non si limiteranno a semplici parole, riflettono il nostro sincero rammarico e la volontà di porre fine all’angoscia che in questi anni le famiglie portano con sé per mancanza di informazioni sul destino delle persone amate”, ha detto Lourenco.



Migliaia di civili, tra cui molti giovani intellettuali e attivisti dell’Mpla, furono imprigionati, torturati e uccisi a seguito di una scissione avvenuta in seno al partito. Secondo la versione fornita dalle autorità dell’epoca, i cosiddetti “frazionisti” (scissionisti) misero in atto un tentativo di colpo di stato. Tale versione fu tuttavia respinta dal gruppo dissidente che si difese affermando di aver organizzato una manifestazione di massa e l’occupazione di una stazione radiofonica per mobilitare la popolazione nelle strade della capitale Luanda al fine di fare pressione sull’allora presidente Antonio Agostinho Neto per ripulire il suo governo da elementi corrotti. Il risultato fu uno spargimento di sangue senza precedenti dopo che il presidente Neto dispiegò l’esercito, sostenuto dalle truppe cubane. Secondo Amnesty International più di 30 mila persone morirono durante l’epurazione, mentre altri gruppi per i diritti umani parlano addirittura di 90 mila vittime.

Migliaia di civili, tra cui molti giovani intellettuali e attivisti dell’Mpla, furono imprigionati, torturati e uccisi a seguito di una scissione avvenuta in seno al partito. Secondo la versione fornita dalle autorità dell’epoca, i cosiddetti “frazionisti” (scissionisti) misero in atto un tentativo di colpo di stato. Tale versione fu tuttavia respinta dal gruppo dissidente che si difese affermando di aver organizzato una manifestazione di massa e l’occupazione di una stazione radiofonica per mobilitare la popolazione nelle strade della capitale Luanda al fine di fare pressione sull’allora presidente Antonio Agostinho Neto per ripulire il suo governo da elementi corrotti. Il risultato fu uno spargimento di sangue senza precedenti dopo che il presidente Neto dispiegò l’esercito, sostenuto dalle truppe cubane. Secondo Amnesty International più di 30 mila persone morirono durante l’epurazione, mentre altri gruppi per i diritti umani parlano addirittura di 90 mila vittime.



 

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